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Cultura e tempo libero | 06 giugno 2021, 07:15

L'appassionata e appassionante 'lezione' del professor Barbero: da Dante alle guerre del Novecento [GALLERIA FOTOGRAFICA]

Lo storico e accademico torinese ha conquistato il pubblico della prima serata della diciottesima edizione di Passepartout

Alessandro Barbero e Alberto Banaudi sul palco di Passepartout

Galleria fotografica a cura di Efrem Zanchettin - Merfephoto

Che una rassegna culturale incentrata sul tema “Inferni & Paradisi” in svolgimento nell’anno dantesco (ovvero quello in cui si celebra il 700esimo anniversario della sua morte) venisse aperta da uno storico medievalista era condizione pressoché naturale.

Ma, come ben sanno i suoi molteplici estimatori, il professor Alessandro Barbero, ieri sera protagonista del primo appuntamento serale della diciottesima edizione del festival culturale organizzato dalla Biblioteca Astense, è dotato di una naturale capacità divulgativa che va ben oltre il mero accademismo. Una innata propensione che gli ha permesso di trasformare l’incontro, intitolato “Cara Europa di guerra e di congiure” in un appassionato ed appassionante excursus tra i secoli, le culture e le vite.

Queste ultime intese tanto nell’accezione dell’esistenza di Dante Alighieri (cui il professor Barbero ha dedicato una biografia di enorme successo) e dei suoi contemporanei, quanto con riferimento a quella di tutti noi e anche alla sua personale. Interloquendo con il professor Alberto Banaudi, docente di Storia e Filosofia al liceo Scientifico “Vercelli”, l’accademico torinese ha coinvolto e appassionato il pubblico – numeroso, pur con le limitazioni correlate al contenimento della pandemia – che al termine dell’ora e mezza di intervento gli ha riservato calorosi applausi.

UN INEDITO DANTE 'TRIDIMENSIONALE' 

Evidenziando smarrimenti, debolezze e paure di Dante partendo da una serie di ‘indizi’ che il Sommo Poeta ha disseminato nella sua opera più nota, Barbero ha compiuto un’opera di umanizzazione che ha reso il poeta fiorentino – facciamo nostra, riportandola, l’espressione utilizzata da Banaudi – “reale, tridimensionale”.

Dal dialogo con Catone, che potrebbe nascondere la confessione di foschi pensieri suicidi, all’incontro con i barattieri, politici corrotti tormentati da diavoli con cui negozia il solo Virgilio, quasi ad evidenziare i rischi corsi dal poeta di cadere a sua volta in tentazione (intorno ai 35 anni, “mezzo di cammin di nostra vita” che apre l’opera, Dante era impegnato politicamente nella natia Firenze), gli spettatori hanno potuto approcciarsi in modo inedito e coinvolgente a una delle figure portanti della storia e della letteratura mondiale.

Esiliato – pratica di uso comune in un tempo in cui quella che oggi definiremmo ‘opposizione’ non era vista come parte politica contrapposta, bensì come nemici da cacciare o uccidere –, il Dante narrato da Barbero è un uomo che per dedicarsi al bene comune ha rinnegato il prestigio e i trascorsi nobiliari della sua genia e, caduto in disgrazia politica, ha perso tutto (famiglia, casa, libri, armi, cavalli). Fiaccato ma non vinto, spinto da un ineluttabile desiderio di conoscenza che, ed esempio e non a caso, gli fa porre Ulisse all’Inferno non per aver desiderato di conoscere ciò che vi è “al di là delle colonne d’Ercole” ma bensì per il tradimento perpetrato mediante il cavallo di Troia.

LE IDEOLOGIE E GUERRE DEL NOVECENTO

Da Dante e il suo tempo di contrapposizioni tra Guelfi e Ghibellini, oltre che tra fazioni in seno alle stesse parti, all’analisi delle ideologie che hanno alimentato le guerre del Novecento, cupo retaggio sulle macerie delle quali menti lungimiranti gettarono le basi dell’Europa contemporanea, il passo non è stato eccessivamente lungo.

E ha spinto il professor Barbero a raccontare un aneddoto personale: “Avevo due nonni fascisti – ha raccontato – Quando i partigiani portarono via mio nonno e lo fucilarono, mia madre era ancora una bambina e pertanto non ne serbava particolari ricordi. Invece mia zia, che era già più grandicella e che dovette andare a riconoscerne il corpo, ha sempre ritenuto che i partigiani fossero tutti delinquenti perché quella era la ‘sua realtà’ che ha conosciuto”. Una ricostruzione necessariamente parziale, da controbilanciare con i ricordi di chi ha vissuto esperienze familiari differenti.

“Lo storico – ha concluso deve essere in grado di capire e immedesimarsi nel pensiero di chi ha fatto determinate scelte anche se oggi ci sembrano ingiustificabili. So di stare per fare un’affermazione controversa, ma anche una parte di coloro che si iscrissero alle SS lo fecero perché, sulla base dell’educazione ricevuta, ritenevano legittimo adottare alcuni comportamenti contro il nemico. Agivano pensando di essere nel giusto”.

Gabriele Massaro

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