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Attualità | 28 febbraio 2025, 13:00

Il silenzio assordante di un addio: una madre racconta la battaglia per la salute mentale del figlio

Un’odissea tra speranze, senso di impotenza la ricerca di risposte da parte di un sistema sanitario a volte percepito come distante

Immagine generata con l'intelligenza artificiale, che non fa riferimento alla reale intervistata

Immagine generata con l'intelligenza artificiale, che non fa riferimento alla reale intervistata

Questa è la storia di una madre costretta dagli eventi a compiere uno straziante viaggio attraverso il labirinto della malattia mentale del figlio, purtroppo conclusosi nel modo più tragico. È una storia che vuole essere un monito, un appello accorato affinché la salute mentale diventi una priorità, affinché nessuno debba più sentirsi solo e abbandonato di fronte alla malattia. È un invito a rompere il silenzio, a parlare, a chiedere aiuto, a pretendere un'assistenza adeguata e dignitosa per chi soffre di disturbi psichici.

Ma è, soprattutto, il racconto di un dolore immenso, di una voragine che inghiotte ogni cosa. Un dolore che si intreccia con la malattia mentale, con le sfide di un percorso terapeutico complesso e con la solitudine di una battaglia combattuta troppo a lungo in silenzio.
 

Le prime avvisaglie della malattia

"Tutto è iniziato nell’agosto del 2020", ricorda oggi la donna, con la voce rotta dall'emozione rievocando la vicenda che l'ha portata a perdere l'affetto più caro nel breve volgere di tre mesi. Suo figlio, Marco, un giovane uomo pieno di vita, era andato in Ucraina per lavoro, ma era dovuto rientrare a causa di alcune sue strane percezioni. Una telefonata inaspettata, la sua voce alterata, le prime avvisaglie di un male oscuro che si stava insinuando nella sua mente: "Mamma, mi sento spiato… il lampadario della mia stanza si muove… c'è qualcosa che non va."

Quelle parole, inizialmente liquidate come semplice stress, si rivelarono il preludio di un periodo estremamente difficile. Al suo ritorno in Italia, il giovane era l'ombra di sé stesso. Lo sguardo perso, il terrore negli occhi, la convinzione ossessiva di essere perseguitato, avvelenato dai suoi stessi familiari. Diceva di sentire voci in casa e che tutti ce l'avessero con lui. La casa, un tempo rifugio sicuro, si trasformò rapidamente in una prigione di voci immaginarie e nemici invisibili.

Compresa la situazione, i genitori e le sorelle si attivarono per aiutarlo La prima tappa fu il Pronto Soccorso, dove Marco arrivò lamentando dolori di stomaco per quanto già si comprendesse che la problematica che lo affliggeva era di diversa natura: "Avevo detto alla dottoressa che era appena tornato dall'Ucraina, che aveva delle strane idee... ma sentivo che le mie parole non venivano accolte appieno", ricorda la madre con amarezza.

In quell’occasione, Marco venne sottoposto anche a una visita psicologica, dettaglio che la famiglia apprese solo tempo dopo, quando emerse un disguido nella gestione delle cartelle cliniche. Un episodio che, pur nella sua singolarità, contribuì al senso di difficoltà e incertezza che avrebbe caratterizzato il percorso successivo.

La ricerca di uno psicologo privato si scontrò con liste d'attesa significative. Settimane preziose, durante le quali la malattia di Marco avanzava, influenzando profondamente la sua mente e il suo spirito.

Il primo contatto con il centro di salute mentale locale fu un altro momento complesso. La burocrazia, le procedure, la sensazione di affrontare un sistema complesso in un momento di estrema fragilità. "Volevano mandarci via senza visitarlo, perché non avevamo l'impegnativa. Dovetti insistere molto", racconta la madre, la voce ancora velata di frustrazione. “A volte - aggiunge con un sospiro - ti chiedi se chi chiede aiuto viene trattato come una persona o solo come un caso da gestire”.


Il ricovero e la vana speranza

La terapia farmacologica, prescritta dopo molta perseveranza, non portò immediatamente i risultati sperati. La situazione, anzi, precipitò. Una sera, Marco salì sul tetto di casa per tentare il suicidio: un grido d'aiuto disperato. Seguì un ricovero in ospedale, un periodo segnato dall'angoscia dell'isolamento (a causa delle restrizioni Covid), da informazioni che giungevano frammentate e, a volte, discordanti, e dal senso di impotenza di una madre costretta a stare lontana dal figlio sofferente. "Si sentiva come in prigione, mi chiedeva di riportarlo a casa", ricorda con gli occhi lucidi di lacrime.

Dimesso dall'ospedale, Marco pareva aver perso la sua vitalità, sembrava un robot, svuotato da ogni emozione. Iniziò anche a non mangiare più, a causa degli effetti collaterali dei farmaci, un ulteriore peso da sopportare. Le visite psichiatriche si susseguivano, ma i progressi sembravano lenti e faticosi. La madre continuava a lottare, a cercare risposte, a chiedere supporto. Ma si trovava spesso a navigare in un mare di difficoltà e di procedure che sembravano più un ostacolo che un aiuto.

"Una volta gli avevano detto che poteva non pagare i ticket, ma quando lo seppe una delle dottoresse che lo aveva in cura si mostrò contrariata, dicendogli che se avesse usufruito di quella possibilità tutti avrebbero saputo della sua malattia”. Un'affermazione che, sottolinea la donna, evidenzia come, ancora oggi, la malattia mentale sia vista come uno stigma, una vergogna da nascondere, anche da parte di chi dovrebbe curarla.

Le settimane si succedevano senza che la famiglia percepisse particolari miglioramenti, ma ciò nonostante: "Ci dicevano che era guarito, addirittura che presto avrebbe potuto andare a vivere da solo se avesse voluto", ricorda la madre con una punta di amarezza. “Eppure - riflette - so che a volte è difficile capire quando una persona con questi problemi sta davvero meglio. Ricordo ancora quando, in preda alla rabbia, ruppe dei vasetti in casa... era un segnale chiaro della sua sofferenza, della sua lotta interiore”.

Marco, nel frattempo, si chiudeva sempre più in sé stesso, sopraffatto dalla depressione e dallo sconforto, mentre i professionisti che lo seguivano sembravano a volte non cogliere appieno la profondità del suo malessere, rispondendo alle preoccupazioni della famiglia che, pur comprensibili in un contesto clinico, risultavano dolorose per una madre: "È normale dopo un episodio psicotico, passerà", le dicevano.

"Capisco che tutti facciano il loro lavoro, che ci siano delle procedure, delle linee guida… - riflette la madre - ma a volte si ha la sensazione che possa mancare un po' di quella attenzione umana, quella capacità di andare oltre il protocollo. È sicuramente una questione complessa, che va oltre l'aspetto economico".

L'ultimo atto di questa tragedia sviluppatasi nell’arco di una manciata di mesi si consumò il 28 novembre 2020, il giorno successivo un’ennesima visita medica. Marco decise di porre fine alle sue sofferenze: il corpo senza vita fu scoperto il mattino successivo dai familiari. Un gesto estremo, un silenzio assordante che la Procura archiviò come suicidio, senza disporre ulteriori approfondimenti.

La famiglia, pur distrutta dal dolore e dall’immotivato senso di colpa che caratterizza spesso situazioni simili, decide di non arrendersi. Si rivolse a un avvocato e chiese una consulenza psichiatrica forense secondo la quale il rischio di episodi suicidi avrebbe potuto essere gestito meglio dal punto di vista sanitario.

“Dopo la morte di Marco, la responsabile del Centro di salute mentale ci aveva chiamati per annunciare un’indagine interna. Tuttavia, quella dottoressa è andata successivamente in pensione, e a oggi non abbiamo ancora ricevuto notizie sull'esito di tale inchiesta, dice la madre con voce flebile.
 

Nessuno deve essere lasciato indietro

La battaglia della donna, di suo marito e delle due figlie si è pertanto trasformata in una riflessione sulle difficoltà di un sistema che può e deve migliorare, per offrire un supporto più efficace e tempestivo a chi soffre di disturbi mentali e alle loro famiglie.

"Se hai in cura un malato, devi proteggerlo, non è un numero", conclude con la forza di una madre che si è vista crollare il mondo addosso ma non ha perso la dignità e la voglia di fare chiarezza sulla sorte del figlio. “Non voglio puntare il dito contro nessuno - precisa - ma è importante capire che dietro ogni cartella clinica c'è una persona che soffre”. 

Perché la vita di ciascuno è preziosa, e nessuno dovrebbe essere lasciata indietro.

Gabriele Massaro

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