(Adnkronos) - "Siamo in mobilitazione permanente perché ce lo chiede la comunità degli iraniani in Italia: in Iran non è in corso una protesta, ma una rivoluzione nazionale". Lo dice all’AdnKronos Mariofilippo Brambilla di Carpiano, membro del team del Principe Reza Pahlavi e presidente dell’Associazione Italia-Iran, commentando le nuove manifestazioni contro la Repubblica Islamica.
Altra giornata di mobilitazione. Cosa chiedete adesso?
"Noi siamo perennemente mobilitati perché ce lo chiede la comunità degli iraniani in Italia, che noi sosteniamo. La mobilitazione è permanente perché, anche se non trapelano più notizie dall’Iran – dato che il regime criminale della Repubblica Islamica ha chiuso internet – le strade sono ancora presidiate dai manifestanti. Le proteste sono in corso e non si tratta più di una semplice contestazione, ma di una vera e propria rivoluzione nazionale. Tutte e 31 le province iraniane sono insorte, milioni di persone sono scese in piazza nelle principali città e il numero delle vittime, che secondo le nostre fonti ha raggiunto cifre drammatiche in pochi giorni, è purtroppo in continua crescita".
Auspicate un intervento militare degli Stati Uniti?
"Noi auspichiamo un intervento della comunità internazionale e, nello specifico, degli Stati Uniti, contro gli apparati repressivi della Repubblica Islamica: i Basij, le caserme dei Pasdaran. Non parliamo di un intervento contro l’Iran o contro i civili, ma di un’azione mirata contro il regime e le sue strutture repressive. La nazione iraniana è una cosa, il regime che la tiene in ostaggio da 47 anni è un’altra. L’unica soluzione, in questo momento, è indebolire l’apparato militare repressivo del regime. Gli unici in grado di farlo sono gli Stati Uniti, con l’appoggio della comunità internazionale occidentale".
Durante le manifestazioni si vedono molte bandiere con lo stemma dello Scià. Perché?
"La nostra posizione riflette quella della maggioranza degli iraniani che sono scesi in piazza rischiando la vita, e in molti casi perdendola. I manifestanti hanno indicato chiaramente una figura di riferimento e una parola d’ordine che ha caratterizzato queste proteste: “Javid Shah”, lunga vita allo Scià. È uno slogan gridato in Iran, non imposto dall’esterno. Nonostante la crisi economica, la crisi climatica e i tanti problemi che affliggono il Paese, gli iraniani chiedono prima di tutto un cambio di regime, ancora prima del pane".
L’alternativa sarebbe quindi Reza Pahlavi?
"Sì. Reza Pahlavi è oggi il leader dell’opposizione maggiormente riconosciuto dagli iraniani, sia dentro che fuori dal Paese".
Il regime dello Scià in passato non ha attuato repressioni. È una pagina chiusa?
"Il paragone non regge. Sono passati quasi 50 anni e si tratta di due persone diverse. Mohammad Reza Pahlavi, il padre, è morto nel 1980. Suo figlio ha trascorso 47 anni come leader politico in esilio, formandosi nei principi della democrazia. Il suo progetto politico non riguarda la restaurazione della monarchia né l’imposizione di un sistema, ma la gestione di una transizione. La sua figura è unitaria e può tenere insieme il Paese durante una fase delicata".
Quale sarebbe il percorso dopo la caduta del regime?
"Una transizione democratica, seguita da una fase costituente, al termine della quale la scelta spetterà esclusivamente al popolo iraniano tramite un referendum. Se gli iraniani voteranno per una monarchia costituzionale, sarà una loro decisione. Se voteranno per una repubblica, sarà ugualmente rispettata. Reza Pahlavi ha sempre ribadito che favorirà qualsiasi scelta democratica".
Non c’è il rischio di passare dai Pasdaran alla Savak (polizia politica del vecchio Scià)?
"La Savak non esiste più. Il patto tra Reza Pahlavi e il popolo iraniano si fonda sul ripristino delle libertà civili. Un ritorno a forme di repressione di quel tipo non sarebbe pensabile". (di Andrea Persili)