L'aggressione avvenuta al Serd di Asti ha aperto una frattura profonda non solo sul fronte della sicurezza, ma anche su come la sanità pubblica guarda – e racconta – le persone con dipendenze e disagio psichico. Dopo l'incontro con il direttore generale Giovanni Gorgoni, convocato ieri per illustrare le misure immediate di tutela nei locali di via Baracca, arrivano le voci critiche della Fp Cgil, con la segretaria Arianna Franco, e dell'infermiere dell'Asl di via Scotti Davide Ieraldi, che mettono in guardia da soluzioni "tampone" e da ipotesi organizzative giudicate pericolose sul piano culturale.
"Non trasformare un caso in condanna collettiva"
Per Ieraldi, l'episodio di violenza al Serd è "grave" e va affrontato con "strumenti adeguati"a proteggere operatori e utenti, ma il modo in cui si sta strutturando il dibattito rischia di produrre un effetto collaterale pesante. La narrazione pubblica, osserva, sta scivolando verso l'idea che un singolo evento diventi una sorta di marchio per tutti i pazienti del servizio, implicitamente descritti come "problematici" e poco compatibili con gli altri contesti sanitari: "Questo approccio non tutela la sicurezza: produce stigma", denuncia. Il timore è che la ricerca di rassicurazioni rapide trasformi il bisogno di cura in questione d'ordine pubblico, spostando l'asse da diritti e inclusione verso isolamento e controllo.
Ancora più critica è la valutazione sull'ipotesi – circolata nelle ultime ore – di spostare o accorpare il Serd nella sede di via Scotti, dove ha casa il Centro di salute mentale. Se una scelta del genere fosse motivata dall'esigenza di "separare" alcune utenze dal resto della cittadinanza sanitaria, sottolinea l'infermiere, si configurerebbe «una vera e propria ghettizzazione», che somma lo stigma delle dipendenze a quello della salute mentale: "Presentare questo come soluzione per contenere il rischio significa rafforzare un messaggio pericoloso: che alcune persone debbano essere curate lontano, insieme, perché ritenute disturbanti o pericolose".
"Il Csm non è un contenitore per pazienti difficili"
Nel ragionamento di Ieraldi, il Centro di salute mentale non può essere ridotto a una sorta di "recinto" per casi complessi. "Il Centro di salute mentale non è un contenitore per pazienti difficili, né un luogo di segregazione sanitaria", afferma, ma uno spazio di cura territoriale, aperto, orientato ai diritti e all'integrazione. Usarlo come destinazione per allontanare il disagio dagli altri servizi rappresenterebbe, a suo giudizio, «una deriva culturale grave», perché contraddice la logica di prossimità e di lavoro di rete che la psichiatria territoriale ha costruito negli ultimi decenni.
Per l'operatore, la sicurezza non si garantisce "blindando porte e separando le fragilità", ma investendo su ciò che oggi manca o è troppo fragile: una vera programmazione dei servizi, personale sufficiente, percorsi individualizzati, prevenzione del rischio attraverso la relazione terapeutica. Da qui la richiesta che il confronto pubblico e istituzionale cambi registro: "Difendere la sicurezza senza sacrificare la dignità delle persone. Ogni altra strada rischia di produrre esclusione, paura e ulteriore marginalizzazione, a danno non solo dei pazienti, ma dell'intero sistema sanitario".
Franco (Fp Cgil): "Misure tampone, serve progettualità"
Sulla stessa linea, ma con un focus più esplicito sulle scelte organizzative e politiche, si colloca il commento di Arianna Franco, segretaria della Fp Cgil. L'esponente sindacale distingue tra due piani: da un lato, prende atto delle misure illustrate dal direttore generale Gorgoni – serrature "di autotutela", sistemi di telesorveglianza avanzata, pulsanti antipanico – riconoscendo che possono "far sentire meno soli" i dipendenti; dall'altro, sottolinea come si tratti pur sempre di interventi di natura emergenziale.

"La serratura di un certo tipo, ma soprattutto il bottone antipanico, sono misure che possono tacconare la situazione, ma non sono misure risolutive né progettuali di visione prospettica", afferma. Franco giudica "A tratti quasi propagandistico"confidare sul collegamento diretto con le forze dell'ordine: "Pensare che un bottone che chiama la Prefettura sia risolutivo ha dell'incredibile; con la questura è più sostenibile, ma se la pattuglia è impegnata altrove inevitabilmente arriverà troppo tardi e non avrà alcun potere preventivo rispetto a un'aggressione potenzialmente molto pericolosa".
La critica non è alle dotazioni in sé, ma all'idea che il cuore del problema possa essere contenuto a colpi di tecnologia e allarmi. "Sono misure tampone, fatte per calmare un po' gli animi e tranquillizzare i dipendenti», insiste, mentre ciò che manca – e che la Cgil rivendica – è un investimento sulla progettualità: servizi potenziati, tempi di risposta rapidi, équipe in numero adeguato, percorsi terapeutici costruiti sulla relazione con l'utente.
"Isole del disagio" e moderna psichiatria
Nel ragionamento di Franco, la chiave per ridurre il rischio di aggressioni sta proprio nella qualità e tempestività dell'assistenza. Se una persona in grave disagio psicologico, psichiatrico o legato alla dipendenza riceve un aiuto in tempi ristretti e vede riconosciuto il proprio bisogno, è – argomenta – "molto più difficile che quel disagio si trasformi in aggressione"; allo stesso modo, la presenza di più operatori in turno può avere un effetto dissuasivo e rassicurante, rendendo meno probabile lo scatto di violenza.
Da qui la bocciatura netta della prospettiva di concentrare "utenze problematiche" in spazi separati. "L'idea di creare delle isole del disagio, dei moderni ghetti, è aberrante", sostiene, aggiungendo che risulta ancora più grave se a proporla è un professionista sanitario. Un'impostazione del genere, osserva, va "in assoluto contrasto" con l'assetto della moderna psichiatria dagli anni Settanta in avanti, fondata sulla relazione con l'utente, il supporto sociale, il reinserimento lavorativo e relazionale, e alimenta uno stigma che finisce per colpire non solo i pazienti, ma – indirettamente – anche il personale che lavora accanto a loro.
Franco richiama inoltre il piano sociosanitario territoriale, che presenta il potenziamento del Dipartimento di salute mentale sul territorio astigiano come un fiore all'occhiello, proprio nella direzione del superamento dell'approccio emergenziale e ghettizzante. Per la sindacalista, orientare il sistema verso "recinti" del disagio significherebbe smentire in pratica gli obiettivi annunciati.
"Dare voce a chi lavora nei servizi"
Sia Ieraldi sia Franco convergono su un punto: il nodo fondamentale è la partecipazione di chi, ogni giorno, vive quei servizi dall'interno. "L'unico approccio corretto e dignitoso è dare voce ai professionisti sanitari che dentro quei servizi ci lavorano", sintetizza Franco, chiamando in causa anche la responsabilità della Regione Piemonte, che – secondo la Fp Cgil – deve farsi carico di una "progettualità dall'alto" e non lasciare l'Asl da sola in un cambiamento così radicale.














