La storia giudiziaria di Naudy Carbone non è finita con l’archiviazione dall’accusa di avere ucciso Zoe Trinchero. Si sposta su un altro fronte: quello delle responsabilità di chi, dentro e fuori dai social, lo ha trasformato nel “mostro di Nizza” quando per la Procura non è mai stato un indagato per omicidio. L’avvocato Alberto Avidano ha depositato un esposto alla Procura della Repubblica di Asti, chiedendo di fare piena luce su quella che definisce una campagna d’odio culminata, la notte della tragedia, in una vera e propria caccia all’uomo sotto casa di Naudy.
L’esposto: due capitoli, dal fango online al “pogrom” sotto casa
Nel documento, articolato in due parti, Avidano ricostruisce passo dopo passo la vicenda. “La prima parte – spiega – riguarda i mesi precedenti, con i post terribili che circolavano sul suo conto. La seconda è dedicata a ciò che è accaduto la notte in cui Zoe è morta, quando mio assistito ha vissuto una scena che si legge nei libri sul Ku Klux Klan”.
Non conoscendo nel dettaglio l’indagine già aperta in Procura sull’aggressione subita da Naudy, l’avvocato ha scelto di segnalare formalmente tutti i fatti di cui è venuto a conoscenza, ipotizzando profili di reato che vanno dalla diffamazione aggravata all’istigazione all’odio, fino alla possibile responsabilità di chi avrebbe dovuto tutelare un cittadino diventato bersaglio di una folla inferocita. “Ho ritenuto necessario mettere nero su bianco tutto quello che è accaduto e chiedere che si proceda. Non possiamo far finta che quelle ore non siano esistite”, sottolinea.
Chi è davvero Naudy, oltre gli stereotipi
Prima ancora di parlare di reati, l’esposto prova a rimettere al centro la persona. “Carbone non è lo spacciatore di strada che qualcuno ha descritto”, precisa Avidano. Il documento ricorda come Naudy abbia conseguito il diploma al liceo artistico di Acqui Terme, abbia studiato al Conservatorio di Genova, suoni percussioni e pianoforte ed esibisca il proprio talento in eventi pubblici. Ha partecipato a campagne sociali contro il razzismo, prova di un impegno che lo ha portato spesso a esporsi in prima persona.
L’avvocato non nasconde le fragilità: “È una persona con alcune particolarità di carattere. In certi atti viene definito bipolare, depresso. Se vivi in una piccola realtà in cui sei visto come l’uomo nero, dove ti schivano, è facile andare 'fuori di brocca'. Se ogni volta che passi c’è qualcuno che cambia marciapiede o chiama i carabinieri solo perché ti vede, quella pressione continua ha un peso”.
Quanto ai precedenti, Avidano invita a tenere la misura: la denuncia per molestie legata a uno sguardo insistito verso una ragazza si è chiusa con un non luogo a procedere per irrilevanza del fatto. “Naudy ha scritto una lettera di scuse, il giudice ha ritenuto che non ci fosse materia. Parliamo di un ragazzo che fissava da un marciapiede all’altro, non di un predatore sessuale”. Sugli episodi dei due specchietti rotti in città, lo stesso Carbone ha spiegato di essere caduto con lo skateboard; altre versioni parlano di danneggiamenti volontari. “Stiamo discutendo di due specchietti, non del mostro di Milwaukee – osserva l’avvocato – anche se fosse stato lui a dare due martellate, questo può dire che è disturbato, non che è un assassino”.
I post d’odio e il clima avvelenato in paese
La prima parte dell’esposto è dedicata proprio ai post ignobili comparsi sui social, accompagnati dalla foto di Naudy e da commenti che lo indicavano come un pericolo per la comunità.
I post che giravano mesi fa sui social
Per il legale si tratta di una diffamazione a mezzo stampa in piena regola: “Sono contenuti che hanno diffuso a macchia d’olio la fama del mostro, dell’uomo nero. Il risultato è stato un peggioramento netto della sua vita quotidiana: mi racconta che c’erano persone che, vedendolo per strada, cambiavano marciapiede o chiamavano le forze dell’ordine senza che avesse fatto nulla”.
Quel clima, sostiene Avidano, è il terreno su cui germoglia la notte del 6‑7 febbraio, quando la morte di Zoe innesca un meccanismo incontrollato di rabbia, sospetto e desiderio di vendetta.
La notte di Zoe: “Urla, minacce di morte, 40 o 50 persone sotto casa”
Nella seconda parte del documento, l’avvocato ripercorre la notte della tragedia dal punto di vista di Naudy. Sono le due quando lui si sveglia di soprassalto. “Sente urlare – racconta Avidano – scende dal letto perché non capisce cosa sta succedendo. Dall’esterno arrivano frasi come ‘negro di m…’, ‘ti ammazziamo’, ‘sei un uomo morto’. All’inizio non capisce nemmeno con chi ce l’abbiano”.
A un certo punto uno degli uomini si rivolge a qualcuno nel condominio: “È qui che abita quel n**** coi capelli da rasta?”. È il momento in cui Naudy realizza che quelle grida sono dirette a lui. Dalla finestra scorge una folla di 40‑50 persone, molte con in mano bastoni, mazze e oggetti contundenti, che si infila nell’androne del palazzo. “Non parliamo di un caseggiato con porte blindate, è un condominio normale – sottolinea il legale – con quelle forze una porta la butti giù a spallate. Lui si è visto morto”.
Il condominio dove abita Naudy
Carbone chiama il 112. In pochi minuti i carabinieri arrivano sul posto. “Quando li vede sotto, sente cessare le urla all’interno della scala. Allora, fidandosi di chi ha chiamato, decide di scendere per mettersi nelle mani dei carabinieri e capire cosa gli stessero contestando”. I militari, in due, lo prelevano rapidamente e lo caricano in auto, facendogli da scudo mentre la folla continua a inveire. “Quello che gli è successo – commenta Avidano – è più vicino a un tentativo di linciaggio che a una semplice contestazione di paese”.
“Da sospettato del popolo, non della Procura”: cosa chiede ora l’esposto
Su questo sfondo si innesta il tema centrale dell’esposto: la distanza tra percezione pubblica e realtà giudiziaria. Per la Procura, Naudy non è mai stato un indagato per l’omicidio di Zoe; è stato sentito come persona informata sui fatti e poi allontanato per la sua stessa sicurezza. Per una parte dell’opinione pubblica, invece, resta “quello che l’ha uccisa”.
L’avvocato chiede ora che si verifichi se qualcuno abbia istigato o alimentato quella caccia all’uomo, se ci siano state diffamazioni organizzate e se tutte le misure di tutela possibili siano state adottate quando la tensione in paese è salita. “Non possiamo accettare che in uno Stato di diritto un ragazzo venga circondato di notte da decine di persone che lo chiamano assassino e negro di m… senza che nessuno debba risponderne”, è la sintesi del ragionamento.
Il nome fatto da Alex Manna: il “capro espiatorio perfetto”
Nell’esposto non può mancare il riferimento a chi, per primo, ha messo Naudy nel mirino: Alex Manna, il ventenne oggi in carcere con l’accusa di avere ucciso Zoe Trinchero. Nelle prime ore dopo il delitto, davanti agli amici e poi agli inquirenti, Manna ha indicato proprio lui come l’aggressore, parlando del “nero pazzo” che li avrebbe assaliti e avrebbe ucciso Zoe. Un tentativo di depistaggio durato poche ore, ma sufficiente ad accendere la miccia della rabbia in città e a trasformare Naudy nel bersaglio di quella folla radunata sotto casa sua.
È su questo passaggio che l’avvocato Avidano insiste con forza: “L’indicazione di Carbone come assassino non è un equivoco generico. È la scelta deliberata di un colpevole perfetto, compiuta da chi oggi è reo confesso dell'omicidio. Senza questa accusa, e senza il terreno avvelenato costruito dai post precedenti, quella gente sotto il condominio non ci sarebbe mai stata”. Nell’esposto si chiede quindi di valutare non solo le responsabilità di chi ha partecipato al raid, ma anche il ruolo dell’originaria accusa di Manna, per i profili di calunnia e di istigazione indiretta alla caccia all’uomo.
La ferita che resta: oltre la giustizia penale
L’esposto non cancella il dolore per la morte di Zoe, né intende oscurare le responsabilità di chi l’ha uccisa. Ma apre un altro capitolo: quello del danno umano e sociale subìto da Naudy, scelto come “capro espiatorio” dal vero assassino e abbandonato alla pressione di una piazza pronta a credere alla versione più semplice.
Il precedente articolo pubblicato su queste pagine si chiedeva “E ora chi chiede scusa a Naudy?”. Oggi la domanda si allarga: chi risponde delle parole, dei post e delle accuse che hanno costruito il “colpevole perfetto” da dare in pasto alla città? E quanta strada c’è ancora da fare perché, di fronte a un femminicidio, la giustizia non venga sostituita dal tribunale dei social e della folla?
Sono gli interrogativi che l’esposto di Alberto Avidano rimette sul tavolo della Procura, chiedendo che almeno su questo fronte si faccia chiarezza fino in fondo, a partire proprio dalle accuse iniziali di Alex Manna e dalla notte in cui Naudy ha rischiato di diventare la seconda vittima di questa terribile storia.