Domenica scorsa ero passato a trovare una coppia di amici, sposi da poco. Era il giorno dopo San Valentino e, più per convenevole che per altro, mi era venuto di chiedere come avessero festeggiato. “Noi festeggiamo il 24!”. Lì per lì mi ero stupito, pur rispettando chissà quale loro cabala o scelta numerologica, scordandomi che Marco fosse astigiano da generazioni, ma la famiglia di Ana fosse arrivata, qualche decennio fa, in cerca di fortuna dalla lontana Romania, da Sibiu, capitale culturale della Transilvania. Non soli a fare una così incisiva scelta di vita, tanto che oggi la comunità Romena conta nell'Astigiano diverse migliaia di residenti, quasi 1.500 nel solo capoluogo, risorsa per il tessuto economico, risorsa sociale e culturale. Scelta che ben conoscono i tanti piemontesi e astigiani che tra fine Ottocento e inizio Novecento avevano ricreato pezzi di casa tra il Nord e Sud America.
Sì, mi ero scordato che la comunità Romena festeggi gli innamorati il 24 febbraio. La loro festa, che affonda profonde radici nella tradizione popolare, si chiama Dragobete, nata per celebrare l'amore, la fertilità e l'arrivo della primavera. Dragobete, dal nome di una divinità campestre che veniva venerata nientemeno che dai Daci, antica, fiera popolazione indoeuropea stanziata nell'area dell'odierna Romania, nota per la strenua resistenza contro l'espansione romana. Nella loro mitologia una divinità simile a Cupido o Eros, dio campestre dell’amore e della fertilità, rappresentato come un giovane affascinante e virile, che faceva innamorare tutti gli animali della terra, all’inizio della primavera. Si pensava che quel giorno gli uccelli scegliessero il loro compagno per la vita e costruissero il proprio nido. Dragobete è simbolo del risveglio della natura e della fertilità, giorno in cui il dio dell’amore volle celebrare l’unione delle creature e festeggiare l’amore universale. Idea indubbiamente affascinante che si festeggi l’amore e non solo gli innamorati.
Ana, aveva da tirar fuori ricordi e ricordi, non suoi, essendo nata nel Nord Astigiano, ma raccolti da genitori e nonni. Ricordi su come veniva celebrato Dragobete, soprattutto nei villaggi, dove pare i vecchi rituali vengano rispettati ancora oggi.
Un giorno pieno di magia, di fanciulle a raccogliere, già all’alba, l’ultima neve, chiamata “neve delle fate”. Sciolta quella neve si lavavano il viso, per farlo diventare grazioso proprio come quelli delle fate. E poi via a cercare di incontrare, entro il tramonto, una persona, con una certa apprensione, nel rischio di non incontrare l’amore in quell’anno. Se il ragazzo era di quel villaggio o anche di un villaggio vicino e lo si riusciva a toccare, sarebbero rimasti innamorati tutto l’anno. Chi partecipava alla festa era considerato protetto dalle malattie e, quell’anno, certamente avrebbe avuto la sua parte di prosperità. I giovani del paese, vestiti a festa, si incontravano davanti alla chiesa e, se il tempo era bello, andavano verso i boschi cantando e cercando i primi fiori di primavera.
A pranzo le fanciulle correvano verso il villaggio e i ragazzi dovevano inseguirle cercando di rubare un bacio. Se alla ragazza piaceva il ragazzo che la stava inseguendo, si lasciava ovviamente prendere e veniva baciata, in pubblico, gesto che rappresentava il legame d’amore per un anno intero ed era visto come un vero fidanzamento. Storie che riportano facilmente a nostre tradizioni e feste campestri, avvicinandoci ad una comunità che di diverso ha poco o niente. Mentre Ana raccontava, Marco aveva scaldato una sontuosa teglia di capunêt, messa in tavola con una bottiglia di Barbera e qualche bicchiere. “Aperitivo a suon di capunêt?”, dico io. “No, di sarmale, stesso piatto, ma tipicità romena”, risposta corale dei due amici.