Ieri sera al teatro Balbo di Canelli è andato in scena "Il presidente", un altissimo momento di teatro politico capace di reggere, con coraggio, anche la concorrenza della (lunghissima ed estenuante) finale del festival di Sanremo. Non una lezione dall’alto, ma un congegno vivo: un ex presidente si confessa e insieme si reinventa, mentre la platea viene chiamata a farsi popolo (non popolazione, un distinguo che torna spesso).
Una favola che graffia
L’apertura è affidata a una (finta) favola di Fedro: scimmie che vogliono somigliare all’uomo, parabola ironica e crudele sulla fame di legittimazione e sulla maschera come destino. Da lì in poi lo spettacolo non smette di oscillare: ciò che pare intimo diventa strategia, ciò che sembra confessione può essere un’ennesima prova di potere. È un gioco tra finzione e realtà che non concede tregua, e proprio per questo costringe a restare vigili, come davanti a un discorso che seduce mentre si difende.
Il box delle domande e il tribunale del popolo
A un certo punto entrano due addetti, con un box delle domande e uno delle risposte: il dispositivo diventa esplicito, quasi amministrato, come se anche la partecipazione dovesse passare attraverso un modulo invisibile. Il popolo, qui, non è cornice ma parte in causa: deve esporsi e decretare se il presidente sia colpevole o meno, fino a strappare quella frase che pesa come una resa e come un trucco, "Sì, sono colpevole". In questa ambiguità permanente, la confessione resta sospesa: gesto autentico o teatro nel teatro, realtà che si traveste da verità. Alla fine "La colpa è soprattutto nostra, di chi ha votato, di chi ha creduto, di chi non ha impedito" (o no?).
Le persone giuste, il potere vero
Tra le righe emerge un tema laterale e decisivo: quanto sia vitale, per chi governa e per chi cade, circondarsi delle persone giuste, perché i “fedeli” possono diventare stampelle o lame. ("purché brillanti").
Il testo di Davide Carnevali e la regia condivisa con Fabrizio Arcuri lavorano proprio su questo punto: la politica come scena, la scena come laboratorio di consenso, e il linguaggio come arma che chiede assoluzione mentre prepara un nuovo incantesimo. È lo stesso crinale che la critica ha riconosciuto nello spettacolo, quell’equilibrio instabile tra realtà e mistificazione che Nigro attraversa con naturalezza e precisione.
Un attore versatile e umano. Chi è Filippo Nigro
Filippo Nigro, nato a Roma il 3 dicembre 1970, è uno degli attori italiani più versatili e apprezzati della sua generazione. Dopo il diploma al liceo classico e gli studi al Centro Sperimentale di Cinematografia, ha costruito una carriera solida e variegata, muovendosi con grande naturalezza tra cinema, televisione e teatro.
I suoi primi passi nel mondo dello spettacolo avvengono in televisione nei primi anni '90, con partecipazioni in serie iconiche come I ragazzi del muretto, la soap Un posto al sole e La dottoressa Giò. Il debutto sul grande schermo arriva nel 1998 con la commedia Donne in bianco di Tonino Pulci, ma è l'incontro con il regista Ferzan Özpetek a segnare la vera svolta della sua carriera. Nel 2001 entra nel cast del celebre Le fate ignoranti, e due anni dopo lo stesso Özpetek gli affida un ruolo di rilievo ne La finestra di fronte (2003). Questa interpretazione gli vale il Globo d'oro come miglior attore e la prima candidatura ai Nastri d'argento. La fruttuosa collaborazione con Özpetek riprenderà anni dopo, nel 2019, con il film La dea fortuna.
Nel corso degli anni, Nigro si è distinto per la capacità di calarsi in ruoli sempre diversi. Nel 2009 recita nella commedia Diverso da chi?, interpretazione che gli fa ottenere una candidatura ai David di Donatello come migliore attore non protagonista e gli vale il premio al Festival du Cinéma Italien d'Annecy. L'anno successivo trionfa al Taormina Film Fest come miglior attore per la sua prova in Dalla vita in poi (2010). Tra i suoi lavori cinematografici più rilevanti si ricordano anche Un gioco da ragazze (2008), il crudo poliziesco ACAB - All Cops Are Bastards (2012) diretto da Stefano Sollima, E la chiamano estate (2012) e il thriller In fondo al bosco (2015).
Parallelamente al cinema, Nigro ha consolidato una forte presenza televisiva. Dopo l'iniziale popolarità raggiunta con le prime tre stagioni di R.I.S. - Delitti imperfetti (2005-2007) nel ruolo del capitano Fabio Martinelli, l'attore ha partecipato a numerose produzioni di successo. Ha interpretato Ponzio Pilato nella miniserie internazionale Barabba (2012) e il capitano Ettore Neri in Romanzo siciliano (2016). Un successo globale arriva grazie a Netflix: dal 2017 al 2020 è l'ambiguo e corrotto politico Amedeo Cinaglia nell'acclamata serie Suburra - La serie, ruolo ripreso nel 2023 nel sequel Suburræterna. Sempre per Netflix, fa parte del cast di Tutto chiede salvezza (2022) nei panni del dottor Mancino.
Il teatro ha sempre rappresentato un terreno di sperimentazione fondamentale per l'attore. Tra i successi sul palcoscenico spiccano Occidente solitario (2011-2012), per cui ha vinto il Premio E.T.I., e Reason to be pretty (2014), in cui è stato diretto per la prima volta da Fabrizio Arcuri. La collaborazione con Arcuri è proseguita in anni recenti con il monologo interattivo Every Brilliant Thing e, più recentemente, con il dramma politico Il presidente, confermando la sua predilezione per un teatro civile e profondamente connesso con il pubblico.