Attualità - 07 marzo 2026, 06:31

Infortuni femminili +2,7%, il 36% del totale

L’Anmil di Asti denuncia il legame tra precarietà, disparità salariale e sicurezza sul lavoro

Immagine generica realizzata con ausilio di AI

All’Anmil di Asti la Giornata internazionale della donna 2026 non è una celebrazione simbolica, ma l’occasione per guardare in faccia un’emergenza che attraversa il mondo del lavoro femminile: la precarietà come condizione strutturale e come fattore di rischio infortunistico. L’associazione, insieme al Gruppo Donne, mette al centro il tema scelto a livello nazionale, “Donne e precariato: una scelta imposta”, collegando i numeri freddi delle statistiche alle vite spezzate di chi, per lavorare, ha pagato un prezzo definitivo.

Un Paese che arretra sulla parità

Il punto di partenza è il quadro generale. Nel Global Gender Gap Report 2024 l’Italia ha perso 24 posizioni in due anni, scivolando all’87° posto nel mondo per disparità di genere, quartultima in Europa. Dietro questa caduta ci sono una partecipazione economica ancora troppo bassa, un forte divario salariale e una rappresentanza ridotta nei ruoli decisionali. Le donne continuano a guadagnare in media circa il 20% in meno degli uomini a parità di competenze e responsabilità, mentre restano sovrarappresentate nei contratti a termine, nel part time involontario e nei lavori meno tutelati.​

È su questo terreno che l’Anmil colloca la propria riflessione: un welfare che fatica a sostenere davvero la conciliazione tra tempi di vita e di lavoro, combinato con retribuzioni più basse, spinge molte lavoratrici verso forme occupazionali più fragili. In questo scenario, chiedersi se una donna precaria sia davvero libera di rifiutare un turno insicuro, una mansione senza formazione o un ambiente non a norma significa interrogare il cuore stesso del concetto di libertà contrattuale.​

Il “silenzio dei numeri” e i dati Inail

Sul territorio nazionale l’Anmil conta oggi oltre 40 mila socie tra invalide del lavoro e superstiti di vittime di infortuni mortali, ma l’associazione sottolinea come questa cifra non basti a fotografare l’ampiezza reale del fenomeno. C’è, come lo definiscono, un “silenzio dei numeri”: il vasto universo del lavoro sommerso, delle collaborazioni fittizie, dei contratti intermittenti, di chi non denuncia per paura di perdere un’occupazione già segnata da instabilità e dequalificazione.

I dati ufficiali però bastano a dare la misura del problema. Secondo il più recente dossier Inail Donne 2025, le lavoratrici rappresentano una quota crescente del totale degli infortuni, con una particolare esposizione nelle fasce d’età centrali e un aumento dei casi in itinere, cioè nel tragitto casa-lavoro. Nel 2025, riferisce l’Anmil, sono state 98 le donne decedute per infortuni sul lavoro; gli incidenti che le riguardano sono aumentati del 2,7% fino a rappresentare il 36% delle denunce complessive, senza contare le vittime invisibili che restano fuori dalle statistiche ufficiali.

Lo studio Anmil: quando la precarietà diventa rischio

Per andare oltre le percentuali, lo scorso 6 marzo l’Anmil ha presentato alla Camera dei deputati, nella Sala della Lupa, l’indagine nazionale “Donne e precariato: una scelta imposta”, promossa dal Gruppo Donne Anmil. Lo studio analizza, con dati e testimonianze, come il combinarsi di contratti brevi, mancanza di formazione, esternalizzazioni e subappalti accresca l’esposizione delle lavoratrici al rischio di infortunio, soprattutto nei settori a forte presenza femminile come servizi, logistica leggera, tessile, pulizie e assistenza alla persona.

Un aspetto messo in luce è quello della dequalificazione: molte donne, pur avendo titoli di studio elevati, sono costrette a ripiegare su impieghi sottopagati e poveri di tutele, dove la possibilità di dire “no” ad attività non sicure è quasi inesistente. L’indagine parla di “effetto domino”: l’infortunio di una madre, di una figlia o di una compagna non pesa solo sulla singola biografia, ma investe l’equilibrio economico, emotivo e assistenziale dell’intera famiglia.​

Le vittime simbolo e la richiesta di un cambio di rotta

Per dare un volto concreto a queste dinamiche, l’Anmil dedica la Giornata internazionale della donna 2026 a tre giovani lavoratrici diventate simbolo di ciò che non dovrebbe più accadere. Luana D’Orazio, 22 anni, morta mentre manovrava un orditoio dopo appena quattro ore di formazione, in un contesto produttivo segnato da irregolarità organizzative. Le gemelle Aurora e Sara Esposito, 26 anni, decedute nell’esplosione di una fabbrica illegale di fuochi d’artificio dove la sicurezza era stata sacrificata fin dall’origine. Storie diverse, unite da un filo rosso: la combinazione di giovane età, condizioni precarie e contesti lavorativi in cui le regole di tutela sono state aggirate o ignorate.

Da Asti, come dalle altre sedi territoriali, l’Anmil ribadisce che dignità salariale, stabilità contrattuale e tutele effettive non sono un lusso ma il prerequisito stesso di un lavoro sicuro. Significa investire in formazione reale, controlli mirati nei settori a maggiore presenza femminile, contrasto al lavoro nero e grigio, strumenti di conciliazione che non costringano le donne a scegliere tra un contratto solido e la cura dei familiari.

Solo rimettendo al centro la persona – prima che il profitto – è possibile, sottolinea l’associazione, costruire un sistema produttivo che non trasformi l’otto marzo in un elenco di nomi da ricordare, ma in una data da cui misurare i passi avanti verso una parità che sia anche, e soprattutto, sicurezza sul lavoro.