Economia e lavoro - 29 marzo 2026, 08:48

Nel percorso verso una sostenibilità più concreta, l’analisi di materialità assume un ruolo sempre più importante

Negli ultimi anni la sostenibilità è uscita dalla sfera delle dichiarazioni di principio per entrare nel cuore delle decisioni strategiche di imprese, istituzioni e territori.

In questo passaggio da “racconto” a pratica misurabile, l’analisi di materialità è diventata un passaggio chiave: permette di capire quali temi ambientali, sociali ed economici contano davvero, per l’azienda e per i suoi stakeholder.

Per PMI, manager, professionisti della sostenibilità, consulenti, ma anche per amministratori pubblici e realtà del terzo settore, imparare a utilizzare in modo rigoroso l’analisi di materialità significa passare da un approccio difensivo (“lo facciamo perché ce lo chiedono le norme”) a uno strategico (“lo facciamo per creare valore, ridurre rischi e cogliere opportunità”).

Cosa si intende per analisi di materialità e perché è diventata imprescindibile

L’analisi di materialità è un processo strutturato che serve a individuare e valutare i temi di sostenibilità realmente rilevanti per un’organizzazione, alla luce dell’impatto che questi temi hanno sul contesto esterno (ambiente, società, economia) e, allo stesso tempo, sulla performance dell’organizzazione stessa.

Non si tratta, dunque, di un semplice elenco di argomenti “importanti in astratto”, ma di una vera e propria selezione ragionata: tra decine di possibili questioni ESG (Environmental, Social, Governance), l’analisi di materialità stabilisce quali sono prioritarie, su quali occorre concentrare misurazioni, obiettivi, investimenti e rendicontazione.

In un contesto normativo e di mercato sempre più esigente, le imprese che adottano un approccio strutturato – spesso supportate da competenze specialistiche e servizi di consulenza tecnico-scientifica, come quelli proposti da realtà quali stillab.it – riescono a trasformare l’analisi di materialità da mero adempimento a leva organizzativa.

Dal “report di sostenibilità” alla gestione strategica: evoluzione del contesto

Per comprendere il ruolo crescente dell’analisi di materialità, è utile ripercorrere brevemente come si è evoluto il tema della sostenibilità in azienda.

In una prima fase, la sostenibilità è stata spesso vissuta come una questione di reputazione: progetti filantropici, iniziative ambientali simboliche, report volontari. L’attenzione era rivolta soprattutto alla comunicazione, con il rischio di derive di greenwashing.

Con l’introduzione delle prime linee guida internazionali per il reporting non finanziario (come gli standard GRI) e, più recentemente, con la normativa europea su informativa non finanziaria e Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD), la rendicontazione di sostenibilità è diventata più strutturata, comparabile e sottoposta a verifiche indipendenti.

In questo scenario, l’analisi di materialità ha fatto un salto di qualità: da esercizio preliminare al report a vero e proprio strumento di governo dei rischi e delle opportunità ESG. Oggi, per molte imprese, la definizione delle priorità ESG incide su:

●       allocazione delle risorse (investimenti in efficienza energetica, sicurezza, formazione, innovazione di prodotto);

●       progettazione di nuovi servizi e modelli di business (economia circolare, servizi di prossimità, digitalizzazione dei processi);

●       gestione dei rapporti con banche, investitori e assicurazioni, che valutano la qualità e la coerenza delle strategie di sostenibilità.

In parallelo, il concetto di materialità si è evoluto: da materialità “finanziaria” (ciò che è rilevante per il valore economico dell’impresa) a materialità “doppia” o “double materiality”, che considera sia l’impatto dell’impresa su ambiente e società, sia l’effetto dei temi ESG sulla performance economico-finanziaria.

Dati e trend: come sta cambiando l’adozione dell’analisi di materialità

Negli ultimi anni, l’analisi di materialità è passata da pratica di nicchia a elemento quasi standard per imprese medio-grandi e, progressivamente, anche per le PMI più strutturate.

Secondo analisi di organismi europei di vigilanza sui mercati, la quota di grandi società che pubblicano informazioni di sostenibilità basate su un’analisi di materialità esplicita è cresciuta in modo significativo nell’ultimo decennio, fino a coinvolgere una parte rilevante delle aziende quotate.

In Italia, vari studi di associazioni di categoria e centri di ricerca universitari indicano che:

●       una quota consistente delle imprese che redigono bilanci di sostenibilità utilizza mappe di materialità, spesso costruite secondo metodologie riconosciute (ad esempio, seguendo linee guida GRI o framework ispirati alla CSRD);

●       fra le PMI coinvolte in filiere internazionali, il ricorso a strumenti di analisi dei rischi ESG (tra cui la materialità) è in costante aumento, trainato dalle richieste dei grandi clienti e degli istituti di credito;

●       nel comparto manifatturiero, nella logistica e nell’agroalimentare, cresce la consapevolezza che i temi ambientali (energia, emissioni, gestione rifiuti) e sociali (salute e sicurezza sul lavoro, qualità delle relazioni di filiera, tutela dei lavoratori stagionali) abbiano impatti economici tangibili.

A livello internazionale, analisi di istituzioni come l’OCSE e il Forum Economico Mondiale mostrano come i rischi ambientali e sociali siano entrati stabilmente fra i principali rischi globali percepiti da imprese e governi. Questa percezione si traduce in una domanda crescente di strumenti per identificare in anticipo i temi più critici, fra cui l’analisi di materialità è uno dei più utilizzati.

Come funziona in pratica un’analisi di materialità ben strutturata

Al di là dei riferimenti teorici, è utile descrivere, in modo sintetico ma operativo, come si sviluppa concretamente un processo di analisi di materialità che sia solido e difendibile sul piano metodologico.

1. Definizione del perimetro e degli obiettivi

La prima fase consiste nello stabilire chiaramente a cosa si riferisce l’analisi: solo alla singola azienda o anche alle sue controllate? Solo a un’area geografica o a tutte le sedi operative? Quali attività e catene di fornitura vengono considerate?

Contestualmente, si chiariscono gli obiettivi: supportare un bilancio di sostenibilità? Prepararsi agli obblighi CSRD? Aggiornare la strategia ESG? Integrare la sostenibilità nel piano industriale? Questa chiarezza iniziale evita fraintendimenti e semplifica le scelte successive.

2. Identificazione dei temi potenzialmente rilevanti

Si costruisce una “lista lunga” di temi ESG possibili, facendo riferimento a:

●       standard e linee guida riconosciute (ad es. GRI, principi ONU, linee guida OCSE per imprese responsabili);

●       normativa vigente e in arrivo (soprattutto normativa europea su clima, diritti umani, economia circolare, trasparenza);

●       analisi di benchmark: cosa rendicontano e considerano materiali i principali competitor o le aziende leader di settore;

●       documenti strategici interni (piani industriali, piani energetici, politiche HR, codici etici, regolamenti interni).

Questa fase ha un carattere prevalentemente desk, ma richiede già una conoscenza approfondita del contesto normativo, tecnico e di mercato.

3. Coinvolgimento degli stakeholder

L’analisi di materialità non può essere costruita solo da un gruppo ristretto di figure interne. È necessario mappare e coinvolgere gli stakeholder più significativi: dipendenti, clienti, fornitori, comunità locali, istituzioni, investitori, associazioni di categoria, organizzazioni della società civile.

Il coinvolgimento può avvenire tramite interviste, questionari, workshop, focus group o tavoli di confronto. Lo scopo è duplice: raccogliere la percezione dei rischi e delle opportunità ESG e testare l’effettiva rilevanza dei diversi temi dal punto di vista di chi interagisce con l’organizzazione.

4. Valutazione dei temi: impatto e rilevanza economico-finanziaria

Una volta raccolti i dati, i temi vengono valutati secondo due dimensioni fondamentali, in coerenza con la logica della doppia materialità:

●       impatto “inside-out”: quanto l’organizzazione incide, positivamente o negativamente, su ambiente, persone, comunità, catene del valore;

●       impatto “outside-in”: quanto i temi ESG possono influenzare risultati economici, solidità finanziaria, costi operativi, accesso al credito, reputazione, capacità di attrarre talenti.

La valutazione si basa su evidenze qualitative (interviste, analisi di contesto, casi studio) e quantitative (dati ambientali, infortuni, contenziosi, incidenti di compliance, performance economiche legate a eventi ambientali o sociali, ecc.). La combinazione di queste dimensioni consente di attribuire a ciascun tema un livello di priorità.

5. Costruzione della matrice di materialità

I risultati vengono spesso rappresentati con una matrice, in cui gli assi riportano le due dimensioni principali: importanza per gli stakeholder e rilevanza per l’azienda (o impatto sull’ambiente/società e impatto economico-finanziario).

I temi che si collocano nel quadrante “alto impatto per l’azienda – alto impatto per gli stakeholder” sono considerati materiali in senso forte e diventano il cuore della strategia e del reporting di sostenibilità. Gli altri vengono gestiti in modo proporzionato: monitorati, consolidati o eventualmente esclusi, ma sempre in maniera motivata e documentata.

6. Integrazione con governance, obiettivi e indicatori

L’analisi di materialità non si esaurisce con la produzione di una matrice. I risultati devono essere integrati:

●       nei sistemi di governance (ruoli e responsabilità su temi ESG, comitati interni, procedure);

●       nella definizione degli obiettivi di medio-lungo periodo (target ambientali, sociali, di supply chain, ecc.);

●       nella selezione degli indicatori di performance (KPI) da monitorare e rendicontare regolarmente.

Solo in questo modo la materialità diventa strumento di gestione, e non mero allegato di un report.

Normativa e standard: perché l’analisi di materialità è sempre più regolata

Il quadro normativo europeo ha accelerato enormemente l’attenzione verso l’analisi di materialità. Due riferimenti sono particolarmente rilevanti.

In primo luogo, l’evoluzione della disciplina sulla rendicontazione non finanziaria a livello europeo ha spinto le grandi imprese e gli enti di interesse pubblico a rendicontare su temi ambientali, sociali, di personale, diritti umani e anticorruzione, con un’attenzione esplicita al concetto di rilevanza delle informazioni fornite.

In secondo luogo, la Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD) amplia in modo significativo il numero di imprese interessate e introduce gli European Sustainability Reporting Standards (ESRS), che formalizzano il principio della doppia materialità. Questo significa che le imprese dovranno dimostrare non solo quali informazioni hanno scelto di rendicontare, ma anche con quale processo hanno stabilito che questi temi erano “materiali”.

La CSRD coinvolgerà progressivamente:

●       le grandi imprese europee già soggette agli obblighi di rendicontazione non finanziaria;

●       altre grandi imprese europee tradizionalmente fuori dal perimetro della rendicontazione non finanziaria;

●       certe PMI quotate, con regimi e tempistiche differenziate.

Anche le PMI non direttamente soggette alla CSRD, ma inserite in filiere di grandi gruppi o operanti con banche e investitori sensibili ai rischi ESG, saranno indirettamente coinvolte. In molti casi, vengono già richieste informazioni su temi ambientali e sociali, spesso strutturate proprio sulla base di analisi di materialità condotte dal capofiliera.

Accanto alla normativa, rimane importante il ruolo degli standard volontari, come gli standard GRI, che da anni chiedono alle imprese di definire con precisione il perimetro di materialità e di spiegare il processo con cui i temi sono stati selezionati. In prospettiva, l’allineamento fra gli ESRS europei e altri standard internazionali consentirà maggiore coerenza e comparabilità, ma richiederà anche alle imprese una maggiore profondità metodologica.

Rischi e criticità quando l’analisi di materialità è debole o assente

Ignorare o trattare in modo superficiale l’analisi di materialità comporta rischi concreti, che vanno ben oltre la non conformità formale.

Un primo rischio è quello di focalizzarsi sui temi sbagliati. Aziende che investono tempo e risorse per comunicare su argomenti marginali, trascurando questioni centrali (ad esempio, emissioni di gas serra in settori energivori, salute e sicurezza in settori ad alto rischio, diritti dei lavoratori nelle catene globali), espongono sé stesse a critiche di incoerenza, perdita di fiducia e danni reputazionali.

Un secondo rischio, sempre più rilevante, è il rischio legale e regolatorio. Con l’aumento dei requisiti di trasparenza ESG, una rendicontazione che non si basi su una chiara analisi di materialità può essere contestata dalle autorità di vigilanza, dai partner finanziari o da soggetti terzi, con possibili sanzioni o contenziosi.

Vi è poi il rischio di greenwashing o social-washing: quando la narrazione di sostenibilità è molto ricca, ma non è supportata da una chiara gerarchia di priorità e da impegni misurabili sui temi davvero impattanti, diventa vulnerabile alle critiche. Gruppi di cittadini, organizzazioni non governative, media e investitori sono sempre più attenti a verificare la coerenza tra dichiarazioni e azioni.

Infine, esiste un rischio di inefficienza interna: senza una chiara definizione dei temi materiali, le funzioni aziendali possono lavorare in modo disallineato, con iniziative frammentate, progetti duplicati o non coordinati, e incapacità di misurare in modo credibile i risultati raggiunti.

Opportunità e vantaggi di un’analisi di materialità robusta

L’altra faccia della medaglia è rappresentata dai benefici, spesso poco visibili nel breve periodo, ma rilevanti sul medio-lungo termine.

In primo luogo, l’analisi di materialità aiuta a chiarire la direzione strategica. Identificare i temi prioritari consente di legare la sostenibilità agli obiettivi di business: riduzione dei costi (energetici, di gestione rifiuti, di contenzioso), accesso a nuovi mercati (prodotti a basso impatto, filiere certificate), miglioramento della qualità dei rapporti con clienti e fornitori.

In secondo luogo, supporta la gestione del rischio. Temi come cambiamento climatico, scarsità di risorse, tensioni sociali, evoluzione normativa sono sempre più riconosciuti come rischi di business. Un’analisi di materialità permette di anticipare scenari, costruire piani di adattamento e mitigazione, valutare la resilienza dei modelli operativi.

Un terzo vantaggio riguarda la relazione con gli stakeholder. Un processo di materialità che coinvolge attivamente lavoratori, clienti, comunità e partner mostra attenzione e disponibilità ad ascoltare. Questo può tradursi in maggiore fiducia, migliore gestione dei conflitti e capacità di identificare opportunità condivise (innovazioni di prodotto, iniziative congiunte sul territorio, percorsi di formazione e inclusione).

Per le PMI, i benefici includono anche una maggiore preparazione rispetto alle richieste future di grandi clienti e istituti finanziari. Avere già una visione chiara dei propri temi materiali permette di rispondere con maggiore rapidità e credibilità ai questionari ESG, alle richieste di due diligence e alle verifiche di filiera.

Indicazioni operative per imprese e professionisti: come rendere “concreta” la materialità

Per passare da un approccio formale a uno realmente operativo, è utile considerare alcune indicazioni pratiche, adattabili alla dimensione e al settore dell’organizzazione.

Primo, l’analisi di materialità dovrebbe essere progettata come un processo ricorrente, non come esercizio una tantum. I temi ESG evolvono nel tempo: nuove normative, cambiamenti tecnologici, eventi climatici, tensioni sociali possono rendere centrali questioni prima marginali. È consigliabile prevedere aggiornamenti periodici, almeno ogni due o tre anni, o anche più frequenti in contesti molto dinamici.

Secondo, è importante integrare le competenze: la sostenibilità non riguarda solo l’ufficio ambiente o la comunicazione. Una buona analisi di materialità coinvolge funzioni tecniche, finanza, HR, acquisti, produzione, IT, oltre a figure con competenze di analisi dei dati, gestione dei rischi, normativo-regolatorie. Il risultato è più solido quando queste competenze dialogano in modo strutturato.

Terzo, occorre documentare con cura il processo. In un contesto di crescente scrutiny da parte di regulator, investitori e società civile, non basta la mappa dei temi materiali: serve poter mostrare criteri, metodologie, strumenti di coinvolgimento degli stakeholder, pesi attribuiti, ragionamenti dietro le scelte. Una buona documentazione permette anche di migliorare nel tempo il processo, sulla base delle lezioni apprese.

Quarto, l’analisi di materialità va “tradotta” in azioni concrete. Per ogni tema materiale è utile chiedersi: quali sono i rischi specifici? Quali opportunità possono emergere? Quali KPI misuriamo oggi e quali dovremmo introdurre? Quali obiettivi quantitativi possiamo porci nei prossimi anni? Senza questo collegamento, la materialità rischia di restare astratta.

Infine, è essenziale la coerenza comunicativa. Una volta identificati i temi materiali, la narrativa di sostenibilità – dal bilancio alle campagne informative, fino alle comunicazioni di crisi – deve fare riferimento a questi temi e ai risultati correlati. Ciò non significa parlare solo di ciò che funziona, ma anche riconoscere le aree di criticità e i piani di miglioramento.

Domande frequenti sull’analisi di materialità

L’analisi di materialità è obbligatoria per tutte le imprese?

Non tutte le imprese hanno oggi un obbligo normativo esplicito di condurre un’analisi di materialità strutturata. Tuttavia, per le realtà soggette agli obblighi di rendicontazione di sostenibilità previsti dalla normativa europea, la materialità è un elemento imprescindibile. Anche per le PMI non obbligate, l’analisi di materialità è sempre più richiesta indirettamente da clienti, banche e investitori e rappresenta un vantaggio competitivo in termini di preparazione e credibilità.

Quanto tempo richiede un’analisi di materialità completa?

La durata dipende da dimensione, complessità e livello di profondità desiderato. Per una grande impresa con molteplici sedi e stakeholder, un percorso strutturato può richiedere diversi mesi, includendo definizione del perimetro, raccolta dati, coinvolgimento stakeholder, analisi e validazione interna. Per una PMI, un primo esercizio essenziale ma solido può essere completato in alcune settimane, se supportato da un coordinamento efficace e da competenze adeguate.

La matrice di materialità è sufficiente per dimostrare conformità alle normative?

No. La matrice è un elemento visuale utile, ma di per sé non basta. Le autorità di vigilanza e gli stakeholder più attenti valutano il processo sottostante: criteri di selezione dei temi, metodologia di coinvolgimento degli stakeholder, logica di valutazione dei rischi e degli impatti, collegamento con piani, obiettivi e KPI. Senza questa struttura metodologica, anche una matrice graficamente curata può essere giudicata debole o poco credibile.

Verso una sostenibilità più concreta: il ruolo dell’analisi di materialità nel medio periodo

La transizione verso modelli economici più sostenibili non è un percorso lineare né privo di tensioni. Crescono le aspettative di cittadini e istituzioni, ma aumentano anche i rischi di sovraccarico burocratico per le imprese, soprattutto per le PMI. In questo scenario, l’analisi di materialità rappresenta una bussola per orientarsi: aiuta a capire dove concentrare risorse limitate, come bilanciare esigenze ambientali, sociali ed economiche, quali strumenti di misurazione sviluppare per monitorare i progressi.

Perché questa bussola sia realmente utile, serve però rigore metodologico, capacità di ascolto, competenze tecniche e un dialogo costante tra funzione sostenibilità, direzione aziendale e stakeholder. Nei prossimi anni, sarà sempre più evidente la differenza fra chi si limita a soddisfare formalmente requisiti minimi e chi utilizza la materialità come leva di trasformazione, innovazione e competitività.

Per imprese, professionisti e realtà pubbliche che intendono intraprendere o rafforzare questo percorso, un investimento consapevole nell’analisi di materialità – supportato da competenze scientifiche, tecniche e strategiche adeguate – rappresenta uno dei passaggi più solidi per rendere la sostenibilità un fattore concreto di gestione, e non soltanto un capitolo obbligato dei documenti istituzionali.

Chi opera oggi in ruoli decisionali e di responsabilità ha l’opportunità di impostare percorsi che, partendo da un’analisi di materialità seria e trasparente, consentano di affrontare con maggiore lucidità i cambiamenti normativi, tecnologici e climatici, trasformando obblighi crescenti in occasioni di consolidamento e sviluppo nel medio-lungo termine.






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