Cultura e tempo libero - 03 aprile 2026, 06:33

Ago, filo e Palestina: quando le donne ricuciono la storia di Gesù [FOTO E VIDEO]

A Castagnole Monferrato la Passiùn torna per la ventiquattresima volta e stavolta parla con voce di madre, di sposa, di donna perduta e ritrovata

Le immagini della Passiùn (Ph J.DeM. A.)

Da sempre, in ogni storia e in ogni tempo, il compito della riparazione spetta alle donne. Sono loro a raccogliere i cocci, a rammendare gli strappi, a cucire i bordi di un mondo che gli uomini continuano a lacerare — con le guerre, con l'odio, con l'indifferenza di chi lava le mani nell'acqua e si volta dall'altra parte. Non è una metafora: è un ago, un filo, un drappo cucito insieme il 22 marzo da mani diverse che hanno deciso di raccontare la storia più antica del mondo.

È da questa urgenza — oggi come non mai bruciante — che parte Il Vangelo delle Cucitrici, ventiquattresima edizione della Passiùn di Gesü Crist di Castagnole Monferrato, andata in scena la notte del 2 aprile, Giovedì Santo, tra il selciato del centro storico, dalla chiesa parrocchale  fino al cortile dei camminatori di domande Luciano Nattino, il luogo più iconico di tutta la rappresentazione. 

"La terra ha tremato quando è caduto. Poi, alla sera, si sono messi a ridere e a ubriacarsi" Così racconta la voce del popolo, in dialetto piemontese, di quell'uomo famoso per resuscitare i morti — quella sera inchiodata sulla croce come tutti gli altri. 

Il corredo da ricamare

Patrizia Camatel, alla direzione artistica, ha scelto un'immagine antica e precisa: una ragazza che diventa donna, un corredo da cucire, le mani che riparano ciò che il mondo ha strappato. "Offriamo il nostro lavoro ai sofferenti", recita il coro delle cucitrici. Il grande drappo realizzato collettivamente — sotto la guida di Barbara Mugnai, docente di Design della Moda al Politecnico di Milano — campeggia sulla scena come un altare laico, cucito da mani diverse per raccontare una storia sola.

La drammaturgia si dipana come fili di uno stesso ricamo: voci femminili che guardano la Passione dal lato che i Vangeli canonici hanno lasciato in ombra. La moglie di Malco, colui che si vide tagliare l'orecchio da Pietro, ragiona con la lucidità spietata di chi conosce il prezzo della legge: "Se Jesus ricuce ciò che è stato strappato, non è così cattivo. Ma la legge è la legge." Procula, moglie di Ponzio Pilato, porta nel corpo la profezia come una febbre notturna: "Vedo tutte le notti la mia veste macchiata di sangue. Non mandare a morte quell'uomo, Ponzio." E poi quelle mani annegate nell'acqua: un gesto che non lava niente.

Le voci che la Storia non ha scritto

Maria Maddalena porta in scena la grazia del ricominciamento, la bellezza ritrovata sul pavimento di una vita disfatta: "Mi hai chiesto: riesci a vedere la bellezza ogni giorno? Riesci a convivere con il fallimento? Io ti ho risposto sì. Su quel pavimento ho ritrovato la mia storia." Veronica custodisce sul lino il volto di un uomo e racconta di un'eternità fatta di lacrime: "Siamo rimasti lì a vederlo, a piangere per l'eternità."

C'è anche la madre di quel giovane innominato che nel Getsemani, afferrato dai soldati, lascia il lenzuolo e fugge nudo nella notte — figura enigmatica che solo l'evangelista Marco ha osato scrivere, e che nessuno ha mai saputo spiegare del tutto. Una madre che non compare in nessun Vangelo, eppure esiste: da qualche parte, quella notte, qualcuno aspettava che tornasse a casa.

Il monologo più tagliente della serata è di Tina, madre del buon ladrone — una donna senza nome nella Storia, che chiede alla Storia di guardare suo figlio almeno una volta: "Mio figlio non ha più nemmeno un nome. Non era bello e sorridente. Ma cosa hai da sorridere quando la gente per strada ti scansa come spazzatura? Maria, mio figlio morirà con tuo figlio. La gente li vedrà uguali nella morte. Invece non sono stati uguali nella vita." 

E poi Maria, madre e tela bianca: "Vedova di un falegname e madre di un falegname imprigionato. Non sono una donna, sono una tela cucita per lui fin dall'inizio. Shalom — pace. Questa è stata la tua rovina."

Palestina, ieri e oggi

Lo Passiùn non rinuncia alla dimensione politica, e lo fa con la forza dell'ellissi. "Andate al tempio a protestare. E allora ancora qui. E allora restate ancora una volta qui, e in Palestina abbiamo una storia da raccontare." Basta pronunciare quella parola perché il silenzio in platea si faccia più denso. La Passione risuona nel presente senza che nessuno lo dica esplicitamente. 

La processione ha attraversato il borgo, con la musica folk di J'Arliquato di Castiglione d'Asti e Pjitevarda di Cossano Belbo scandiva il tempo con cantarane e tarabacole, strumenti che sanno di terra e di radici. Tra gli interpreti principali, Fabio Fassio, Elena Formantici e Jane Plumbini hanno dato voce e corpo a una storia che non smette di pesare.

L'ago rimasto in mano

A chiudere la notte, le parole del vescovo di Asti  Marco Prastaro, esessenziali e dense: "Cosa resterà di questa storia che ha diviso la storia in un prima e in un dopo? Stasera rimane l'amore. A noi questa sera rimane un ago in mano per cucire ricami d'amore, perché alla fine della storia rimarranno solo quelli."

Le immagini della Passiùn (Ph J.DeM. A.)

Le immagini della Passiùn (Ph J.DeM. A.)

Le immagini della Passiùn (Ph J.DeM. A.)

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Le immagini della Passiùn (Ph J.DeM. A.)

Le immagini della Passiùn (Ph J.DeM. A.)

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Le immagini della Passiùn (Ph J.DeM. A.)

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Le immagini della Passiùn (Ph J.DeM. A.)

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