Economia e lavoro - 14 maggio 2026, 11:16

La crisi del piccolo commercio morde ad Asti: 533 chiusure in dieci anni

Paradossalmente, a fronte di molti meno negozi, cresce il dato sull'occupazione (+9,6%)

In Italia oltre 86.000 negozi di vicinato sono scomparsi negli ultimi dieci anni e il Piemonte, con 8.979 unità locali in meno, rispecchia questa tendenza negativa. L'allarme è lanciato dalla prima edizione dell’Osservatorio Reciprocità e Commercio Locale di Nomisma, che delinea i tratti di quella che viene definita una vera e propria "desertificazione commerciale". Tra le province piemontesi colpite, Asti emerge per la marcata flessione delle attività, delineando un quadro locale preoccupante seppur con alcune dinamiche in controtendenza.

A livello territoriale, Torino paga il prezzo più alto in termini assoluti, con 4.269 esercizi commerciali persi dal 2015. Tuttavia, la crisi è generalizzata in tutta la regione. Analizzando le contrazioni percentuali, Biella (-15,9%) e Vercelli (-15,5%) guidano la graduatoria negativa. Subito dopo si piazzano i territori contigui: Alessandria (-13,6%), Novara (-13,2%) e Asti che registra un severo -13,1%. Questa percentuale, per la provincia astigiana, si traduce nella perdita di 533 attività commerciali in un solo decennio. Un dato ben superiore al calo medio nazionale (-6,7%), che sottolinea la particolare vulnerabilità del tessuto commerciale locale.

"Questo non è solo un dato preoccupante, ma il segnale di comunità che rischiano di perdere i propri punti di riferimento", avverte Francesco Capobianco, Head of Public Policy di Nomisma. "Il declino incide direttamente sulla qualità della vita urbana e sulla coesione sociale".

Se il numero di imprese cala, stupisce il dato sull'occupazione. A livello nazionale si registra una crescita degli addetti pari al +21,2%, tendenza che si riflette anche in Piemonte (+14,1%, oltre 23.000 unità in più in dieci anni). La provincia di Asti conferma questo andamento paradossale: a fronte di centinaia di chiusure, gli addetti nel comparto sono aumentati del +9,6%. Un incremento in linea con le province limitrofe di Alessandria (+10,1%) e Novara (+9,2%), seppur inferiore ai picchi del Verbano-Cusio-Ossola (+28,9%) e di Torino (+15,9%).

Il commercio di prossimità tradizionale risulta il più colpito, con forti perdite nei comparti cultura e svago, tessile, abbigliamento, accessori, ferramenta, gioiellerie, mobili e alimentari. Al contrario, la ristorazione si espande, confermandosi il settore più dinamico, insieme al commercio di articoli per l'edilizia. L’analisi dei bilanci rivela che per le imprese piemontesi "sopravvissute" i ricavi sono aumentati in media del +28,8%. Tuttavia, Nomisma segnala un crescente divario competitivo: se le grandi imprese prosperano, le piccole realtà lottano per la sopravvivenza economica. I settori in maggiore difficoltà (salute e cura della persona a +10,2%, tessile e abbigliamento a +4,3%) scontano la contrazione dei consumi e l'agguerrita concorrenza del commercio online.

Un ulteriore elemento di criticità per Asti emerge dal mercato immobiliare commerciale. A livello nazionale, Nomisma evidenzia un calo dei prezzi di vendita dei negozi (-9,0%) a cui si contrappone, paradossalmente, un aumento degli affitti (+12,9%). In Piemonte, i prezzi di compravendita sono in forte discesa: Biella registra un -29,7%, seguita a stretto giro proprio da Asti, che sconta una pesante svalutazione del -23,2% dei locali commerciali. Seguono Novara (-22,6%) e Torino (-22,1%).

Dinamiche differenziate, invece, per quanto riguarda i canoni di affitto. Se a livello regionale l'incremento medio è del +7,7% (trainato dal +30,6% del Verbano-Cusio-Ossola e dal +24,8% di Cuneo), ad Asti i canoni di locazione sono scesi del -2,6%. Una flessione che si allinea a quella di Torino (-1,5%) e Biella (-11,8%), a dimostrazione di una minore pressione immobiliare rispetto ad altre province, ma anche, presumibilmente, di una minore attrattività commerciale del territorio in questa specifica fase storica.

La desertificazione commerciale nel Nord Ovest "non deve considerarsi inesorabile, ma una sfida per i decisori pubblici e gli operatori privati", conclude Capobianco. La soluzione proposta passa per la costruzione di "reti e patti territoriali" per non "mettere a repentaglio l'idea stessa di città".