Economia e lavoro - 29 maggio 2026, 15:55

Banca di Asti, il presidente della Fondazione Livio Negro traccia la rotta: un nuovo cda per competere e crescere

Dopo settimane di intenso dibattito, spiega le ragioni delle scelte manageriali e rassicura il territorio sulle prospettive di sviluppo. "Rasero una scelta di continuità"

Il sipario sull'assemblea della Banca di Asti è ormai calato, lasciando alle spalle settimane di confronti accesi. Del nuovo consiglio di amministrazione si è discusso a lungo, non solo politicamente, analizzando profili, equilibri e possibili scenari futuri. In merito, verso il futuro, abbiamo intervistato il presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Asti, Livio Negro.

Presidente Negro, il nuovo consiglio di amministrazione è nato dopo settimane molto dense, anche sul piano del dibattito pubblico. Oggi, a mente un po’ più fredda, che giudizio dà del nuovo cda uscito dall’assemblea?

Il giudizio è molto positivo. Credo che l’Assemblea abbia consegnato alla Banca di Asti un Consiglio di Amministrazione di alto profilo, con competenze tecniche, bancarie, manageriali e istituzionali molto solide. Era ciò che la Fondazione auspicava: non un semplice avvicendamento di persone, ma l’avvio di una fase nuova, fondata su responsabilità, visione e capacità di affrontare un mercato bancario profondamente cambiato.

Naturalmente il passaggio è stato accompagnato da un dibattito intenso, ma questo conferma anche quanto la Banca sia sentita dal territorio e dai suoi azionisti. Ora, però, è il momento di guardare avanti. Il nuovo Consiglio ha il compito di rafforzare la Banca, renderla più competitiva e metterla nelle condizioni di continuare a essere un presidio di fiducia per famiglie, imprese e comunità locali.

Nella costruzione della lista la Fondazione ha parlato di “competenze bancarie, sensibilità istituzionale, capacità di governo e visione strategica”. In che misura questi criteri hanno contato davvero nelle scelte finali?

Hanno contato moltissimo. Sono stati i criteri essenziali attorno ai quali abbiamo costruito il percorso di selezione, anche attraverso il supporto di Spencer Stuart, che ha affiancato la Fondazione in una ricerca strutturata e rigorosa.

La Banca di Asti entra in una fase in cui non basta amministrare l’esistente. Servono persone capaci di leggere l’evoluzione del settore bancario, comprendere i bisogni delle imprese, interpretare le trasformazioni tecnologiche e assumere decisioni con una prospettiva di medio-lungo periodo. I profili che abbiamo scelto sono coerenti con queste sfide.

La nomina di Maurizio Rasero alla presidenza è stata letta da alcuni come un segnale politico molto forte. Lei come la racconta: scelta di equilibrio, di radicamento territoriale o di discontinuità?

La racconterei prima di tutto come una scelta di continuità nella conoscenza del territorio e delle istituzioni locali. Maurizio Rasero conosce profondamente Asti, la sua provincia, il tessuto economico e sociale, e ha già maturato esperienze sia nella Banca sia nella Fondazione. Questo è un elemento importante.

Non credo sia utile leggere ogni scelta attraverso una lente esclusivamente politica. La Presidenza di una banca come Banca di Asti richiede conoscenza del contesto, capacità di rappresentanza e sensibilità istituzionale. In questo senso la sua nomina è un segnale di radicamento e di attenzione al territorio, dentro una governance che nel suo insieme è stata costruita per rafforzare la Banca e accompagnarla in una fase di cambiamento.

L’arrivo di Roberto Fiorini segna invece una discontinuità manageriale rispetto alla gestione precedente. Quale salto di qualità vi aspettate da lui, concretamente, nei prossimi tre anni?

Da Roberto Fiorini ci aspettiamo un cambio di passo. Le sue competenze sono maturate all’interno di una grande banca, in contesti complessi e competitivi, anche con una significativa esperienza internazionale. Questo è un patrimonio importante per Banca di Asti.

Concretamente, ci aspettiamo un piano industriale più efficace, una maggiore capacità di confronto con il mercato, un rafforzamento della redditività e una migliore valorizzazione delle aree di business in cui la Banca può crescere. 

La Banca deve tornare a competere con più decisione. Non deve confrontarsi soltanto con la propria storia o con i risultati del passato, ma con i migliori operatori del mercato. Solo così potrà creare più valore per gli azionisti, sostenere meglio il territorio e generare maggiori risorse anche per la missione della Fondazione.

Una parte del mondo economico e dei piccoli soci ha espresso timori sul fatto che un cambio così netto potesse interrompere una traiettoria positiva. Qual è la sua risposta a chi teme che si sia aperta una fase più incerta?

La mia risposta è molto chiara: imprese, famiglie e piccoli azionisti devono stare tranquilli. Il cambiamento non nasce per indebolire la Banca, ma per rafforzarla. Nessuno vuole disperdere il patrimonio costruito in questi anni; al contrario, l’obiettivo è metterlo nelle condizioni di esprimere meglio il proprio potenziale.

In questi mesi si è discusso molto di territorialità. Come si può restare banca del territorio senza rinunciare a efficienza, crescita e competitività?

Non vedo alcuna contrapposizione. Anzi, oggi una banca può essere davvero utile al territorio solo se è efficiente e competitiva. Una banca debole, poco redditizia o incapace di innovare rischia di diventare meno utile proprio alle famiglie e alle imprese che vuole servire.

Ed è proprio in questa prospettiva che va letto anche il tema della prossimità. La vicinanza al territorio, oggi, non si misura più soltanto con il numero degli sportelli — che da tempo vengono accorpati e, in molti casi, hanno orari ridotti — ma con la qualità delle risposte, la rapidità delle decisioni, la capacità di offrire servizi adeguati alle esigenze di famiglie, imprese e risparmiatori, anche attraverso strumenti digitali semplici, sicuri ed efficienti.

Il punto, dunque, non è avere meno territorio, ma avere una Banca di Asti più forte nel territorio.

Da quali segnali concreti il territorio potrà capire che il nuovo corso sta funzionando?

Dai risultati. Per le imprese, il nuovo corso si misurerà nella qualità e nella rapidità dei servizi offerti, nella capacità di sostenere il credito alle aziende sane e di accompagnarne la crescita. Per le famiglie, si vedrà nelle condizioni dei finanziamenti, nella qualità della consulenza e nella capacità della Banca di essere davvero vicina ai bisogni quotidiani.

Per gli azionisti, e qui voglio sottolineare tutti gli azionisti, soprattutto i piccoli, il segnale sarà altrettanto concreto: maggiore redditività e una prospettiva positiva per il valore delle azioni.

La Fondazione è il primo socio della banca con una quota del 31,80 per cento. Al tempo stesso, una parte molto rilevante del patrimonio della Fondazione è concentrata nella partecipazione nella conferitaria, mentre il Protocollo Acri-MEF indica un percorso di progressiva diversificazione. Come si tiene insieme il ruolo di azionista di riferimento con questa esigenza di equilibrio patrimoniale?

È un tema che va affrontato con serietà, trasparenza e senza equivoci. La Fondazione è il primo azionista della Banca, con una partecipazione pari al 31,8%, e continuerà a esercitare il proprio ruolo con senso di responsabilità istituzionale. Questo significa contribuire alla definizione di una governance solida, autorevole e orientata al futuro, senza entrare nella gestione quotidiana della Banca, che spetta agli organi aziendali.

Allo stesso tempo, è vero che oggi quasi l’80% del patrimonio della Fondazione è concentrato nella conferitaria. Il Protocollo Acri-MEF prevede che tale concentrazione venga progressivamente ricondotta entro il limite del 39%. È un tema noto, che riguarda la corretta gestione patrimoniale della Fondazione e la sua capacità di garantire nel tempo risorse stabili per il territorio.

Quando questo percorso sarà affrontato, lo faremo senza forzature, con la massima trasparenza e in piena condivisione con il Ministero dell’Economia e delle Finanze, con Acri e con gli interlocutori istituzionali del territorio. Non ci saranno scelte improvvisate né decisioni assunte fuori da un quadro ordinato e condiviso.

L’obiettivo resterà sempre lo stesso: fare la scelta migliore per la Banca, per la Fondazione e per l’intera comunità. La Fondazione non tutela soltanto un investimento finanziario: da quell’investimento dipende anche una parte importante della sua capacità di sostenere scuola, welfare, cultura, università, ricerca e iniziative sociali. Per questo il futuro della Banca e la missione della Fondazione sono strettamente collegati.

In questa prospettiva, che cosa si aspetta dalla Fondazione CR Asti nei prossimi anni: un soggetto più concentrato sulla missione filantropica oppure ancora fortemente impegnato anche nella regia strategica della banca?

La missione della Fondazione è e resta filantropica: sostenere il territorio, promuovere progetti, rafforzare la coesione sociale, investire in cultura, giovani, scuola, welfare e sviluppo. Questo è il nostro compito principale.

Proprio per svolgere meglio questa missione, però, dobbiamo essere anche azionisti responsabili. La redditività e la solidità della Banca incidono direttamente sulla capacità della Fondazione di generare risorse da restituire alla comunità. Non c’è quindi contraddizione tra missione filantropica e attenzione alla Banca conferitaria.

Nei prossimi anni la Fondazione dovrà rafforzare la propria progettualità diretta sul territorio, aumentando la qualità e l’impatto delle proprie iniziative. Allo stesso tempo continuerà ad accompagnare con responsabilità l’evoluzione della Banca, sempre nel rispetto dei ruoli. La gestione spetta alla Banca; alla Fondazione, come azionista, spetta il compito di guardare al lungo periodo e tutelare un interesse più ampio: quello della Banca, della Fondazione e della comunità astigiana e piemontese.

I.P.