Buone notizie a livello nazionale sul fronte della sicurezza sul lavoro, con un calo del 4,5% rispetto allo stesso periodo del 2025. Un dato, però, solamente parziale, come evidenzia il rallentamento della discesa rispetto ai mesi precedenti.
Le vittime complessive sono 278, di cui 196 in occasione di lavoro e 82 in itinere. A trainare la classifica negativa restano le grandi regioni produttive, con la Lombardia in testa (30 decessi), seguita da Veneto (26) e Sicilia (22). In questo quadro si inserisce anche il Piemonte, che registra 16 morti in occasione di lavoro, collocandosi stabilmente tra le aree più colpite del Paese.
Il dato piemontese assume un peso ancora più rilevante se si guarda all’incidenza: la regione è classificata in zona arancione, con un rischio superiore alla media nazionale (8,1 morti per milione di occupati), anche se non ai livelli critici delle regioni in zona rossa. Una classificazione elaborata dall’Osservatorio Sicurezza sul Lavoro e Ambiente Vega Engineering, che analizza i dati ufficiali Inail per misurare il rischio reale nei territori. All'interno di questa cornice, l'analisi provinciale mostra dinamiche differenti: ad Asti, ad esempio, le denunce di infortunio con esito mortale sono scese a zero nel periodo gennaio-aprile 2026 (erano 2 l'anno precedente), sebbene il volume totale delle denunce di infortunio sia lievemente cresciuto, passando da 573 a 594.
Il confronto con altre regioni del Nord evidenzia una dinamica meno favorevole. Lombardia ed Emilia-Romagna, pur registrando numeri assoluti più alti, si collocano in zona gialla, quindi con un’incidenza più contenuta. Questo segnala come in Piemonte il problema non sia soltanto quantitativo, ma anche legato alla distribuzione del rischio tra i lavoratori.
A incidere è anche la composizione del tessuto produttivo. I settori più esposti - costruzioni, trasporti e manifattura - sono fortemente radicati nel territorio piemontese.
In tutto il Paese resta poi il nodo anagrafico: gli over 65 continuano a registrare l’incidenza più alta, ma in termini assoluti sono i lavoratori tra i 55 e i 64 anni a pagare il prezzo più alto. Una dinamica che riguarda anche il Piemonte, dove l’invecchiamento della forza lavoro si intreccia con mansioni spesso ancora ad alto rischio fisico.