Il collasso finanziario della Casa di riposo Città di Asti, chiusa definitivamente il 29 dicembre 2022 dopo interi anni di agonia finanziaria, non è stato causato da illeciti o gestioni scellerate. E' la conclusione cui è giunta la sezione giurisdizionale della Corte dei Conti ha infatti azzerato le accuse di danno erariale che pendevano sulla testa degli ex amministratori dell'ente assistenziale cittadino. La Procura contabile aveva quantificato il presunto danno in oltre un milione e trecentomila euro, ipotizzando che i bilanci tra il 2019 e il 2022 fossero stati alterati per mantenere in vita la struttura in modo artificiale. I magistrati hanno invece smontato l'impianto accusatorio pronunciando una sentenza di totale assoluzione.
Il provvedimento cancella pertanto ogni addebito a carico dell'ex commissario straordinario Giuseppe Carlo Camisola e dei membri del collegio dei revisori dei conti, composto da Luisa Amalberto, Massimo Striglia e Simone Callegher. Nelle motivazioni del verdetto, i giudici hanno riconosciuto ai professionisti una "piena diligenza nello svolgimento delle funzioni", definendo in particolare l'operato del commissario nominato dalla Regione Piemonte come quello di un "buon amministratore". Viene così ribaltata la tesi secondo cui il dissesto fosse il frutto di condotte gravemente colpose o dolose.
[Il portone d'ingresso della struttura listato a lutto (Immagine d'archivio del 29 dicembre 2022 - Ph. Merfephoto)]
La morte della struttura viene descritta come l'esito inevitabile di una catena di eventi avversi e imprevedibili, una vera e propria combinazione distruttiva che ha vanificato qualsiasi tentativo di salvataggio. Il primo fattore critico, secondo la Corte dei Conti, è stato l'ammontare insostenibile di rette non saldate dagli ospiti, una massa di crediti insoluti accumulatasi nel tempo che ha prosciugato la liquidità aziendale. Su questo quadro già compromesso si è innestato il dietrofront improvviso di un grande istituto bancario nazionale, Unicredit, che si è ritirato dall'operazione di finanziamento programmata. Il piano di rilancio dell'ente si poggiava infatti sull'accensione di due mutui per complessivi cinque milioni di euro; nonostante il via libera iniziale della Banca di Asti per la quota di propria competenza, il passo indietro del colosso bancario avrebbe crollare l'intera strategia di ristrutturazione e riassorbimento del debito. A dare il colpo di grazia sarebbe stata poi la crisi sanitaria legata alla pandemia, che ha paralizzato i nuovi ingressi, ridotto il numero dei degenti e imposto un aumento esponenziale dei costi per i protocolli di sicurezza e i dispositivi di protezione.
Se dal punto di vista legale la vicenda si chiude senza colpevoli, sul piano sociale ed economico la ferita resta aperta, scatenando la dura reazione delle rappresentanze sindacali. Il segretario generale della Uiltucs di Asti, Francesco Di Martino, ha espresso forti perplessità sulla gestione a lungo termine della struttura assistenziale. Pur non entrando nel merito del verdetto giudiziario, l'esponente sindacale ha evidenziato come la comunità si trovi oggi a fare i conti con un enorme edificio vuoto e con la perdita di numerosi posti di lavoro.
"Questa situazione è il risultato di vent'anni di incapacità gestionale e di una totale mancata pianificazione delle cause che hanno portato al collasso finanziario", ha dichiarato il sindacalista, sottolineando che l'assenza di un danno contabile per le finanze pubbliche non cancella le "gravissime ripercussioni economiche e occupazionali sui lavoratori", di quello che avrebbe dovuto essere un fiore all'occhiello per il welfare locale.