Economia e lavoro - 07 luglio 2026, 09:41

Riorganizzazione e uscite anticipate: nuovi timori sul il futuro di Banca di Asti

Il consigliere Bosia paventa un massiccio piano di prepensionamenti mirati a favorire la vendita dell’istituto di credito

Un profondo processo di riorganizzazione interna potrebbe presto interessare la Banca di Asti, ridefinendone gli assetti occupazionali e strategici. A lanciare l'allarme è Mauro Bosia, consigliere comunale del gruppo "Uniti si può", che descrive un quadro di forte cambiamento per il principale istituto di credito locale. Secondo l'esponente della minoranza consiliare, la nuova governance starebbe delineando un massiccio piano di prepensionamenti basato su uno scivolo che potrebbe raggiungere i cinque anni.

Misura che si inserirebbe in una fase già caratterizzata, come segnalato dalle rappresentanze sindacali, da una crescente pressione sui dipendenti e da una sostituzione della dirigenza storicamente legata all'istituto. "La riduzione degli organici potrebbe rappresentare la seconda mossa di questa nuova governance della Banca di Asti", dichiara Bosia, indicando come il tassello finale del piano sia il completamento del restyling strutturale dell'istituto di credito.

Sotto il profilo finanziario, l'operazione produrrebbe effetti contrastanti nel breve e medio termine. Secondo Bosia, per l'anno in corso si verificherebbe un impatto negativo sul bilancio, in quanto la banca dovrebbe accantonare immediatamente i fondi per finanziare l'accompagnamento alla pensione, rischiando di chiudere l'esercizio in perdita o con un forte ridimensionamento. Tuttavia, la prospettiva cambierebbe già dal periodo successivo: "Una volta sostenuto il costo dei prepensionamenti, infatti, la riduzione del personale alleggerirebbe il costo del lavoro determinando un aumento esponenziale della redditività", spiega il consigliere.

La prospettiva del prepensionamento potrebbe ovviamente risultare allettante per i dipendenti prossimi all'uscita e a ciò si aggiunge che Bosia tiene a precisare di non voler bocciare lo strumento a priori: "Non vogliamo condannare a priori come negativa la strategia dei prepensionamenti che già è stata usata in passato e che può rappresentare un modo per nuovi ingressi nel mondo del lavoro", chiarisce. Tuttavia la preoccupazione dell’esponente di “Uniti si può” si concentra sul futuro occupazionale del territorio. Il timore principale riguarda il tasso di turnover, che si ipotizza verrà mantenuto ai minimi termini, ossia con un solo nuovo ingresso ogni due uscite, se non addirittura a percentuali inferiori o nulle.

Con un saldo del personale già negativo di diverse decine di unità per l'anno in corso, la riduzione dell'organico si tradurrebbe in una perdita netta di posti di lavoro sul territorio, sottolinea Bosia evidenziando come una simile ristrutturazione rischi di compromettere l'efficienza complessiva. L'operazione comporterebbe infatti pesanti ripercussioni sull'organizzazione interna, sulla gestione delle filiali e sulla qualità generale dei servizi offerti alla clientela.

Il consigliere sottolinea che il piano, tuttavia, potrebbe risultare facilmente sostenibile sul piano del consenso. I dipendenti uscenti beneficerebbero della pensione anticipata, gli azionisti vedrebbero crescere i profitti futuri e la Fondazione potrebbe disporre di maggiori risorse da spendere sul territorio, criticando eventualmente la precedente gestione per i bassi rendimenti. Ciononostante, secondo Bosia, la vera finalità strategica risiederebbe altrove: "La banca stessa, diminuendo il personale e aumentando i profitti, si vedrebbe tirata a lucido nella prospettiva di essere venduta".

A destare particolare amarezza nell'analisi del consigliere è infine il ruolo delle istituzioni locali. Bosia mette in luce un forte contrasto nell'operato del primo cittadino, il quale riveste anche la carica di presidente all'interno della maggiore realtà aziendale locale. "Un paradosso che fa tanta amarezza", conclude il consigliere, riferendosi a un sindaco che "si straccia le vesti e organizza i pullman per andare sotto la Regione a salvare i posti di lavoro falciati dalle delocalizzazioni delle multinazionali (riferimento alla vertenza Konecta, ndr.) che però, nella più grande azienda locale, dove egli stesso è presidente, avallerebbe in silenzio la cancellazione di centinaia di posti di lavoro".

Redazione


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