L'estate di Asti Musica si tinge, accantonando per una sera la musica, di cronaca e di riflessione. Questa sera, il palco di piazza Alfieri ospiterà un appuntamento di grande spessore narrativo: il giornalista Stefano Nazzi, celebre voce del panorama podcast italiano, porterà in scena il suo Indagini Live. Un ritorno attesissimo dal pubblico, dopo lo straordinario successo delle tournée precedenti dedicate ai casi del Circeo e del Mostro di Firenze, che hanno radunato oltre 90mila spettatori nei teatri e nelle arene di tutta Italia, varcando persino i confini nazionali con una data londinese.
Per questa nuova e fortunata leg estiva, Nazzi ha scelto di esplorare una pagina buia e dolorosa della storia italiana: la stagione dei sequestri di persona. In particolare, i riflettori saranno puntati sulla drammatica vicenda di Cristina Mazzotti, diciottenne rapita nel 1975 e tragicamente uccisa dai suoi carcerieri. Un caso emblematico, che ha conosciuto una svolta giudiziaria proprio nel febbraio scorso con la condanna all'ergastolo di due imputati da parte del Tribunale di Como.
Accanto a Nazzi, a curare la messa in scena, si conferma la squadra composta da Marco Iacomelli (regia), Massimiliano Perticari (regia associata) e Stefano Tumiati (musiche), per uno spettacolo che promette di coniugare il rigore dell'inchiesta giornalistica con il respiro dell'evento teatrale. In vista dell'appuntamento astigiano, il giornalista si è raccontato in questa intervista, svelando i retroscena e le motivazioni profonde del suo nuovo tour.
Chi è Stefano Nazzi tra carta stampata e podcast
Nato a Roma ma cresciuto a Milano, Stefano Nazzi vanta una lunga e solida carriera nel giornalismo tradizionale. Prima di diventare la voce di punta del true crime italiano ha lavorato per diverse testate nazionali, tra cui i periodici del gruppo Mondadori come Panorama e Donna Moderna, occupandosi per decenni di cronaca nera, indagini e vicende giudiziarie complesse.
Il suo marchio di fabbrica è sempre stato il totale rifiuto del sensazionalismo e della morbosità. Il suo racconto si basa rigorosamente sugli atti processuali, su una ricostruzione lucida degli eventi e sull'analisi di come i media abbiano trattato i singoli casi. Una filosofia giornalistica che si riassume in una delle frasi più amate dai suoi ascoltatori: "Un po' di contesto".
L'approdo a Il Post e la successiva nascita del podcast Indagini nel 2022 hanno rappresentato la vera svolta mediatica, trasformando il suo stile pacato in un vero e proprio fenomeno culturale capace di avvicinare anche i più giovani al giornalismo d'inchiesta. Oltre all'impegno audio e teatrale, Nazzi è un affermato scrittore. Nel 2023 ha pubblicato il saggio "Il volto del male", in cui esplora la mente di persone comuni capaci di compiere delitti efferati, seguito nel 2024 da "Canti di guerra", un'immersione cruda nei conflitti criminali che hanno insanguinato la Milano degli anni Settanta.
L'intervista
Parlando della nuova stagione teatrale lei stesso ha spiegato al suo pubblico: "La storia di Cristina Mazzotti è una storia diversa da quelle trattate nei precedenti tour e nel podcast". Come mai ha deciso di accendere i riflettori proprio su questa specifica pagina buia, a tratti dimenticata, legata alla stagione dei sequestri di persona?
Ho deciso di raccontare la storia di Cristina Mazzotti innanzitutto perché riguarda una ragazza di 18 anni che venne trattata con estrema crudeltà e ferocia dai suoi sequestratori. Allo stesso tempo, questa vicenda mi ha permesso di raccontare un'epoca, quella dei sequestri di persona in Italia, una stagione che abbiamo in parte dimenticato. In circa vent'anni i sequestri furono quasi 700 in 20 anni, un numero enorme.
Oggi 17 luglio, il suo spettacolo è ad Asti, calcando il palcoscenico di piazza Alfieri. Il passaggio dall’intimità delle cuffie di un podcast all’apertura delle grandi piazze estive cambia in qualche modo la sua interazione con il pubblico e la costruzione della tensione narrativa?
Il passaggio dal podcast a un evento dal vivo comporta inevitabilmente delle differenze. Si passa dal microfono di uno studio a uno spazio aperto, con tante persone davanti. Eppure, il linguaggio che utilizzo rimane lo stesso, non cambia il modo di raccontare. Certo, con il pubblico si crea una connessione che, quando si è da soli davanti a un microfono, non esiste. È quasi un ascolto condiviso, un'esperienza collettiva.
La tragica vicenda di Cristina Mazzotti ha vissuto una svolta storica proprio di recente, con le condanne all'ergastolo emesse dal Tribunale di Como lo scorso febbraio. In che modo un evento giudiziario così vicino nel tempo entra a far parte della sua narrazione sul palcoscenico?
Ho scelto di raccontare la storia di Cristina Mazzotti anche per questo, perché è una vicenda che ha avuto una lunga coda fino ai giorni nostri. Alcune delle persone coinvolte nel sequestro, in particolare i mandanti e coloro che lo organizzarono prima di affidare la ragazza ai carcerieri, sono state identificate molti anni dopo. C'è quindi anche un altro aspetto importante ovvero il modo in cui le tecniche scientifiche d'indagine hanno permesso di risolvere casi rimasti irrisolti per decenni.
Il suo approccio al giornalismo d'indagine si distingue per la rigorosa ricerca del nitore e dell'oggettività. Trattando la drammatica fine di una ragazza di soli 18 anni, per giunta la prima donna rapita in Italia per un riscatto in denaro, quanto è difficile mantenere il giusto distacco professionale senza perdere l'empatia verso la vittima?
Il distacco professionale rimane sempre. Questo, però, non significa che storie come questa non suscitino emozioni. Credo che sia importante che il giornalista, o il narratore, non voglia diventare il protagonista del racconto. Il protagonista deve rimanere la storia, i fatti. Sono i fatti, da soli, a generare l'emozione.
La sua capacità di raccontare la cronaca mantiene stabilmente il suo lavoro nella top 10 dei podcast più ascoltati, un'eco che l'ha portata fino al debutto di Londra. Secondo lei, il pubblico estero percepisce le storie italiane di true crime in modo diverso rispetto ai nostri connazionali?
Per quanto riguarda il pubblico estero, la verità è che a seguire queste storie sono soprattutto italiani che vivono fuori dal Paese. È un'emozione ancora più grande, perché si tratta di persone che sentono il desiderio di ascoltare racconti che parlano della loro terra e della loro storia. Detto questo, non è vero che il true crime è un fenomeno esclusivamente italiano. Podcast di questo genere esistono ovunque e sono molto seguiti in tanti Paesi.
In trent'anni l'Italia ha contato oltre 694 rapimenti. Portando in tour questa profonda e complessa memoria storica, qual è la riflessione più intima che si augura di lasciare agli spettatori al termine della serata?
La riflessione più personale è una sola, cioè, spero di riuscire a trasmettere una parte importante della nostra storia a chi è nato dopo quegli anni e, quindi, non può aver conosciuto direttamente quelle vicende e quelle sensazioni. Noi siamo oggi ciò che siamo anche per la storia che questo paese ha attraversato in passato. Spero quindi di lasciare al pubblico una conoscenza di una parte della nostra storia che è stata fondamentale.