Cittadini e attivisti si sono ritrovati ieri pomeriggio in piazza San Secondo per il presidio dedicato alla memoria di Abderrahim Fakir, il 42enne di origine marocchina morto lo scorso 19 luglio a Bologna, nel quartiere Pilastro, durante un intervento della polizia che lo aveva immobilizzato a terra. L'iniziativa, promossa da diverse realtà del territorio astigiano, si inserisce nell'ondata di mobilitazioni che negli ultimi giorni ha attraversato l'Italia, da Bologna a Milano, da Brescia a Udine.
Ad aprire gli interventi è stato il consigliere comunale Mauro Bosia, che ha tracciato un parallelo diretto con un caso avvenuto pochi mesi fa - quello di Christian Guercio - nella stessa città di Asti: "Non è differente da quanto è accaduto qualche mese fa nella nostra città. Anche in questa città un ragazzo necessitava un trattamento sanitario, era innocuo per gli altri e la famiglia, nel chiamare le forze dell'ordine, lo ha visto portare in carcere e morire pochi giorni dopo". Per Bosia "questo governo, questa maggioranza e queste forze politiche" alimentano la paura ogni giorno, trasformandola in "un pericolo costante in mezzo alla strada".
Sulla stessa linea si è espresso Samuele Gullino, secondo cui dietro le politiche securitarie del governo ci sarebbe "una volontà di stabilire un modello di società" in cui i cittadini diventino "sudditi, servi dello Stato, cioè del governo".
A prendere la parola anche Domenico Massano, garante dei detenuti, che ha voluto innanzitutto esprimere solidarietà alla famiglia di Fakir e ricordare la persona che è mancata. Massano ha poi richiamato l'attenzione su un aspetto sollevato anche da Amnesty International: il comportamento del personale sanitario intervenuto sul posto a Bologna, che si sarebbe avvicinato con circospezione anche quando il corpo dell'uomo era già visibilmente esanime. Nel suo intervento sono stati citati i casi di Federico Aldrovandi e Stefano Cucchi, morti dopo il contatto con le forze dell'ordine, a conferma — secondo chi partecipava al presidio — di uno schema che si ripete nel tempo. Non è un caso che a seguire la famiglia Fakir sia l'avvocato Fabio Anselmo, lo stesso legale che ha assistito le famiglie Cucchi e Aldrovandi: un elemento che riporta al centro il tema della responsabilità dello Stato per la morte dell'uomo e dei rischi legati al mantenimento di una persona in posizione prona durante un fermo.
Ha chiuso gli interventi il consigliere Mario Malandrone, che ha lanciato un appello a tenere alta l'attenzione collettiva: "Dobbiamo evitare che questi problemi repressivi diventino permanenti e strutturali".
Il presidio si è svolto in un clima partecipato ma composto, mentre a livello nazionale resta aperta l'inchiesta della Procura di Bologna sulle cause della morte di Fakir, per cui è stata disposta l'autopsia.