Ci sono vicende che si consumano in pochi secondi ma continuano a vivere per decenni. Restano negli occhi, nei silenzi, nelle notti insonni. Cambiano il modo di guardare il proprio lavoro e, forse, anche se stessi.
Il caso di Abderrahim Fakir, morto in questi giorni durante un intervento delle forze dell'ordine a Bologna, sul quale la magistratura sta ancora cercando di fare piena luce, ha riportato alla mente di un poliziotto oggi in pensione una pagina della propria vita che non ha mai smesso di pesare.
Da molti anni vive ad Asti, dove ha trascorso gran parte della sua carriera. Ma all'inizio degli anni Novanta era un giovane agente in servizio a Torino, con appena un anno di esperienza alle spalle, quando si trovò coinvolto in un intervento destinato a segnarlo per sempre.
Ha scelto di raccontare la sua storia oggi, mantenendo l'anonimato. Non per commentare ciò che è accaduto a Bologna, né per esprimere giudizi su un'inchiesta ancora aperta, ma per dare voce a un aspetto di cui, dice, si parla troppo poco: il peso umano che un episodio del genere lascia addosso a chi lo vive.
"Ricordo tutto. Ogni singolo istante"
Sono passati oltre trent'anni, eppure i ricordi hanno ancora la nitidezza delle cose appena accadute. "Praticamente ricordo tutto", racconta.
Rivede il capannone della ex Materferro di Torino, il gruppo di uomini che improvvisamente circonda lui e il collega, i tentativi di fermarli con la voce, il colpo esploso in aria per intimidirli. Poi, all'improvviso, un uomo esce da un androne e punta una pistola verso di loro.
"In quei momenti succede tutto in una frazione di secondo. Ho estratto l'arma. Il primo colpo è partito verso terra. Solo dopo, con la perizia balistica, ho scoperto che quel proiettile era rimbalzato e aveva colpito mortalmente quell'uomo." L'indagine della magistratura si concluse senza che il poliziotto arrivasse mai a processo. L'accusa venne progressivamente modificata fino all'archiviazione per legittima difesa.
Ma la fine dell'inchiesta non coincise con la fine di quella storia.
Le ferite che nessuno vede
"Il primo pensiero? Che la mia vita fosse rovinata." Non è il ricordo dello sparo a emozionarlo maggiormente, ma quello che venne dopo.
"Per una decina d'anni ho dormito poco e male. Il primo mese non riuscivo praticamente a chiudere occhio. Di notte avevo crisi di panico. All'epoca non sapevo nemmeno dare un nome a quello che mi stava succedendo."
Ferite invisibili, di quelle che non si vedono ma sono incise nell'anima. "Un fatto del genere lascia il segno non solo su chi lo vive direttamente, ma anche sulla famiglia. Ti cambia dentro."
Gli chiediamo se abbia mai provato un senso di colpa. La risposta arriva senza cercare scorciatoie.
"Sì, ogni tanto riaffiora. Perché comunque pensi di aver tolto la vita a una persona. Poi però pensi anche che, se quella persona avesse sparato per prima, oggi forse non sarei qui a raccontarlo."
Due verità che convivono da oltre trent'anni.
"All'epoca restavi completamente solo"
Oggi il sostegno psicologico agli operatori coinvolti in eventi traumatici è certamente più presente rispetto al passato. Allora, racconta, era diverso.
"Non ricevetti alcun aiuto e rimasi solo ad affrontare tutto." E forse è anche per questo che, diventato negli anni successivi capopattuglia, ha cercato di trasmettere ai colleghi più giovani qualcosa che andasse oltre le procedure operative.
"Dicevo sempre ai ragazzi di ricordarsi che la pistola è soltanto un pezzo di ferro. Diventa un'arma nel momento in cui siamo noi a farla diventare tale. Per questo va estratta solo quando davvero non esiste alternativa".
Poi aggiunge quella che considera la regola più importante. "Il pensiero deve essere sempre uno: riuscire a tornare a casa."
Una medaglia che non cancella il passato
La sua carriera è proseguita. Solo due mesi dopo, durante un intervento in un ospedale torinese, riuscì a salvare un uomo che minacciava di gettarsi nel vuoto e il collega che rischiava di cadere. Per quell'azione ricevette una medaglia al valore.
Un riconoscimento importante, che gli ha restituito almeno in parte la consapevolezza del senso del proprio lavoro, ma senza cancellare quella ferita.
"Sono successe tante altre cose nella mia vita professionale, ma quella scena è rimasta. Se uno non è un pezzo di ferro, certe immagini non se ne vanno mai. Ancora oggi potrei raccontare ogni dettaglio."
"Con il senno di poi è sempre tutto facile"
Sul caso di Bologna preferisce non esprimere giudizi. "Non voglio né condannare né assolvere quei colleghi. Bisogna conoscere tutti i fatti. Le ricostruzioni che escono nei primi giorni spesso sono parziali. Lo so perché è successo anche a me." Prima di congedarsi lascia una riflessione che va oltre la sua storia personale.
"Con il senno di poi tutto sembra semplice. Ma quando ti trovi lì non hai minuti per decidere. Hai un lampo, una frazione di secondo. Ed è in quella frazione di secondo che può cambiare per sempre la vita di tutti."
Una frase che racchiude il senso della sua testimonianza. Non una giustificazione, non una richiesta di comprensione, ma il racconto di una ferita che il tempo non è riuscito a rimarginare.