Agricoltura - 14 ottobre 2026, 16:06

Da Asti a Roma per difendere la terra, la protesta di Cia approda in Parlamento

I produttori del territorio denunciano la forbice insostenibile tra i campi e il carrello della spesa

La voce delle colline astigiane e delle pianure alessandrine risuona nel cuore delle istituzioni romane. Una rappresentanza di una ventina di agricoltori provenienti principalmente dall'Astigiano e dal territorio di Alessandria si è unita a centinaia di colleghi giunti da ogni parte della Penisola per aprire il presidio di protesta promosso da Cia-Agricoltori Italiani davanti a palazzo Montecitorio. Sotto lo slogan "I conti non tornano", la mobilitazione ha posto l'accento su un meccanismo economico che penalizza contemporaneamente chi produce il cibo e chi lo acquista al supermercato, schiacciati tra quotazioni all'origine in picchiata e spese operative insostenibili.

A guidare la rappresentanza locale nella capitale c'erano la presidente Daniela Ferrando e il direttore Paolo Viarenghi, affiancati da dirigenti e soci che hanno portato all'attenzione della politica nazionale le criticità che soffocano le aziende del Piemonte meridionale. Durante la giornata di mobilitazione, numerosi esponenti parlamentari e di governo – tra cui Riccardo Molinari, Enzo Amich, Gilberto Pichetto Fratin, Giuseppe Conte ed Elly Schlein – si sono fermati per confrontarsi con la delegazione e ascoltare le istanze illustrate dal presidente nazionale di Cia, Cristiano Fini.

Al centro dell'allarme ci sono comparti vitali per l'economia rurale di Asti e delle aree limitrofe, a partire dal settore vitivinicolo in seria affanno e dal comparto cerealicolo, bloccato in una fase recessiva che dura da oltre quattro anni. A pesare sulle produzioni d'eccellenza è anche la mancanza di reciprocità negli accordi commerciali internazionali, tra cui i trattati con il Sud-Est asiatico, l'Australia e l'area Mercosur, che favoriscono massicce importazioni a basso costo a scapito delle varietà italiane.

Il quadro generale delineato dall'organizzazione agricola mostra un divario impressionante. Mentre a settembre l'inflazione è salita al 4,2% con una crescita del 5,5% sui prezzi degli alimentari freschi, le remunerazioni riconosciute a chi lavora la terra registrano flessioni drammatiche: l'olio extravergine d'oliva segna un calo del 50%, le susine del 30%, l'uva da tavola e le albicocche del 25%, il latte spot del 24% e la frutta fresca come pesche, pere e mele tra il 15% e il 22%. Nello stesso tempo, la forbice tra campo e tavola raggiunge vette estreme, con aumenti percentuali che dal produttore al dettaglio superano il 400% per carote e uva, e oltre il 200% per melanzane, pesche e peperoni.

A strozzare i bilanci aziendali concorrono poi i costi vivi. Rispetto al 2021, il gasolio per uso agricolo è schizzato da 0,48-0,70 euro al litro agli attuali 1,50-1,70 euro al litro, segnando un rincaro del 143%, mentre fertilizzanti e concimi hanno registrato aumenti fino al 100%.

“Siamo dentro una tempesta perfetta, colpiti da guerre e clima,” ha sottolineato il presidente nazionale Cristiano Fini, ribadendo che “la crisi chiama in causa la sicurezza alimentare e il presidio dei territori. Non è sostenibile lavorare con prezzi che non coprono i costi vivi mentre il carrello della spesa pesa sempre di più”. Per uscire da questa spirale, Cia ha sollecitato interventi mirati sul piano normativo ed economico: il rifinanziamento immediato del credito d'imposta sul gasolio agricolo – fermo dallo scorso maggio –, l'estensione dei fondi per i fertilizzanti a copertura degli altri rincari, il rilancio delle agevolazioni per Agricoltura 4.0 e un contrasto stringente alle pratiche commerciali sleali, a tutela del lavoro nei campi e delle tasche dei consumatori.

Redazione