Cronaca - 15 ottobre 2019, 18:45

Processo 'ndrangheta a Costigliole d'Asti: ascoltati i primi dieci testimoni

Sessanta testimoni in tutto. Questa mattina in aula anche ragazzi dell'associazione Libera di Asti

Un momento di una riunione di alcuni degli affiliati della presunta 'locale' ripreso una telecamera nascosta dai carabinieri

Un momento di una riunione di alcuni degli affiliati della presunta 'locale' ripreso una telecamera nascosta dai carabinieri

Sono sessanta i testimoni, chiamati a rispondere alle domande dei pm della Ddia di Torino, che compariranno in aula nelle prossime udienze fino a gennaio 2020.

Questa mattina 15 ottobre 2019 i primi dieci si sono seduti davanti al Collegio presieduto da Elisabetta Chinaglia e composto da Marco Dovesi e Beatrice Bonisoli. I giudici hanno ascoltati i primi testi del processo che vede al banco degli imputati nove persone accusate di far parte della 'locale' della 'ndrangheta attiva tra Costigliole d'Asti, Asti e Alba scoperta a marzo 2018 dall'operazione Barbarossa dei carabinieri del comando provinciale di Asti.

Per alcuni testimoni era la prima volta in un'aula di tribunale. Si è trattato di imprenditori, ex amministratori locali, dirigenti di piccole società di calcio costigliolesi e forze dell'ordine che hanno risposto alle domande del pubblico ministero Paolo Cappelli. Quanto emerso nelle quattro ore di udienza non è stato un racconto così palese di criminalità organizzata e atti intimidatori gravi, piuttosto tentativi di stabilire un nuovo ordine sociale a Costigliole. I titolari di un'azienda agricola di produzione e commercio di vino di Montegrosso hanno raccontato di quando Salvatore Stambè, uno degli imputati, gli aveva proposto di dar loro una mano per risolvere 'questioni'.

"Se qualcuno ti dà fastidio, ho conoscenze e amici che vengono su al mattino e vanno via la sera". "Possiamo dare una lezione a chi ti dà fastidio, possiamo anche gambizzarlo". Il proprietario di un'auto data alle fiamme ha raccontato del fatto accaduto nel suo cortile di casa alle due di notte del 24 luglio 2015. Si era trattato di un gesto intimidatorio per vendicare un torto tra società di calcio. C'erano conflitti tra dirigenti, che persone al di fuori degli ambiti sportivi si proponevano di risolvere. Scontri solo per la divisione di gruppi giovanili o per poter avere la disponibilità di un campo da calcio per allenarsi. 

C'erano tensioni e rivalità nel mondo del calcio dilettantistico di Costigliole. Minacce e danneggiamenti al campo da calcio della Polisportiva e cassonetti bruciati. Uno degli imputati, Sandro Caruso, ha reso una dichiarazione spontanea e ha raccontato della sua attività di volontario "solo per far giocare i bambini, di certo non per altro e in assoluta buona fede", spiegando che le sue intenzioni erano state mal interpretate e travisate. Questa mattina una decina di ragazze e ragazzi hanno seguito il processo. Erano dell'associazione Libera di don Ciotti, che lotta contro le mafie. Avevano presentato richiesta di poter effettuare le riprese video, ma gli era stata negata.

"Lo abbiamo sempre fatto in tribunale a Torino, che ci ha sempre autorizzato nel rispetto della privacy dei testimoni e degli imputati presenti e di chi non vuole essere ripreso" ha affermato Isabella Sorgon. "Non troviamo giusto che l'opposizione degli imputati prevalga sull'interesse pubblico a conoscere il processo. Torneremo a fare una nuova richiesta".

M.M.

Ti potrebbero interessare anche:

SU