Copertina - 04 maggio 2024, 00:00

Storie di Orgoglio Astigiano. Hernanes, dal calcio a Ca' del Profeta: "Su queste colline dribblo da brasiliano, ma amo le tradizioni come un vero astigiano"

Ex giocatore del Lazio, Inter e Juve, dice: "Una vita senza obiettivi? Impossibile. È imparando a sognare che diventi un supereroe"

Per accompagnarti nella lettura di questa intervista ti consiglio la canzone Your Song, di Rita Ora, contenuta nella playlist "Orgoglio Astigiano" su Spotify

Incontrare Hernanes nella sua 'tana' tutta astigiana, a Montaldo Scarampi, è stato come fare un viaggio in una realtà quasi parallela. 

"Il Profeta", attaccante brasiliano ex Lazio, Inter e Juventus, mi apre le porte del suo ristorante, che dà in pieno sulle colline astigiane. Peccato che la giornata sia uggiosa. La chiacchierata non lo sarà affatto. 

Come le è venuta l'idea di stabilirsi proprio nell'Astigiano? Perché proprio Asti?

Sono venuto qui nel 2014, a fare visita a una cantina nelle Langhe. Quando la sera ho soggiornato nell'Astigiano e mi ci sono risvegliato il mattino dopo, mi sono innamorato e ho deciso di prendere casa qui, su queste colline. Questa struttura è nata come casa per me e per la mia famiglia. Erano cinque anni che giocavo in Italia e mi trovavo bene, ma non avevo proprietà. Era ora di mettere una base e ho scelto l'Astigiano, la campagna. Qui, poi, è in una posizione strategica, molto vicina per Torino e Milano. In più, volevo che ci fosse una vista panoramica.

Come mai lo switch da casa a locale?

Ho iniziato a conoscere meglio la zona e vedevo che c’era turismo, che si mangiava bene, che si beveva bene e da lì ho deciso di trasformarlo in locale. Quando sono arrivato, appunto, non cercavo una cantina, ma una casa. Qui c’era già la vigna, si vinificava e anche per questo ho deciso di produrre il nostro vino. Per questo si chiama Ca' del Profeta. E devo dire che da quando sono arrivato vedo che c’è movimento dal punto di vista turistico e che si stanno sviluppando ancora di più situazioni come la mia. Penso che si stia investendo molto sul territorio. Un posto bellissimo: queste colline mi riempiono il cuore. Le persone si stanno man mano accorgendo che qui si viene a stare bene.

Anche dal punto di vista del menu, si nota un grande legame con il territorio, anche se con qualche rivisitazione

Sì, esatto. Lo chef, Antonio Di Leo, è cresciuto qui vicino e conosce bene i piatti della tradizione. Uno dei nostri menu si chiama appunto della "tradizione", perché ne è un emblema. Cerchiamo di lavorare con produttori di zona e abbiamo anche piatti vegetali, per riportare il consumatore al valore della terra. Il tutto declinato in chiave rivisitata. La nostra equipe è tutta locale. 

La sua è una storia di grande cambio vita. Cosa ne pensa? 

È paradossale perché adesso, non avendo una routine fissa sportiva di una squadra, ho i miei tempi, pur avendo anche cinque figli. In un anno in macchina ho fatto 50mila chilometri. I ritmi di uno sportivo sono molto alti, però è stato bello il cambio vita. Sono passato da una posizione da "impiegato", come giocatore, a gestire un locale, a guidare persone. Attraverso la ristorazione sono riuscito a vedere l'altra parte del sistema ed è bellissimo. Noi giocatori tendiamo a pensare che l’allenatore non sia un ruolo abbastanza importante e, ora che sono dall’altra parte, vedo che gli allenatori sono la parte più importante. Gestire persone, formare una squadra per raggiungere obiettivi è la pedina principale. Mi sono messo in gioco in un’altra attività, da bambino immaginavo di giocare a pallone e da grande di avere un ristorante e di lavorare lì. Non volevo essere solo proprietario, ma volevo viverlo, esserci dentro. Attualmente ho anche un ristorante a Torino e uno in Brasile, gestiti da soci. Quello della ristorazione è un mondo che mi piace. 

Possiamo dire che attraverso la ristorazione ha riscoperto dinamiche calcistiche da un punto di vista inedito?

Esatto, sono stato fortunato, è stato interessante perché il ristorante è stato il mio primo investimento al di fuori del calcio, nel 2015, in Brasile. Mi ha riportato nel mondo del calcio questa esperienza e, per assurdo, anche qui abbiamo una decina di persone. Ho ritrovato le stesse dinamiche di squadra. Il mio filtro di percezione è il calcio, perché ho sempre fatto quello e infatti in sala vedevo ragazzi e maitre come difesa e attacco nella comunicazione tra sala e cucina. Se un giorno sarò allenatore, dopo questa esperienza saprò che il numero 10 o il numero 5 devono essere bravissimi, perché danno i tempi del gioco. E in cucina è uguale. Serve avere una grande padronanza del tempo, in sala, in cucina, così come sul campo. 

Un consiglio ai ragazzi che cercano la loro strada?

Direi di lavorare per il sogno e non per il guadagno. Serve comunque una componente di fortuna e tanta forza per riuscire a fare qualcosa che si possa mantenere nel presente. L'energia vitale di ognuno di voi, il vostro focus, deve essere concentrato nel lavorare per voi stessi, per raggiungere quell’obiettivo. Sono stato fortunato, giocavo solo a pallone, studiavo e basta perché ero concentrato sul calcio. All'inizio pensavo che tutti potessero essere giocatori, ma nel mio caso ci sono diventato perché avevo un focus, perché non pensavo ad altro, non avevo distrazioni. Tutti, se hanno voglia, possono diventare giocatori, ma da grande vedo che la parte più difficile è quella che ho fatto in passato, ovvero mettere le distrazioni da parte. Siamo affollati di informazioni,di input, rimanere concentrati sui nostri sogni è difficilissimo, ma la strada giusta è quella. Puoi essere un fenomeno, sì, un talento, sì, ma la prima cosa è togliere dalla testa il concetto di incapacità: serve credere in se stessi. Dirsi: "io posso farlo" e dare tutto per raggiungere il sogno. E se non va non fa niente, è stato meglio che vivere una vita senza provarci. Quando ci metti tutto quello che hai è già la vita che vale la pena di vivere.

Sembra una persona estremamente riflessiva e spirituale. Sbaglio?

Sono riflessivo e molto spirituale. Prima mi muovevo molto per istinto, volevo essere forte, il giocatore migliore. Però poi, quando ho finito con il calcio, mi sono accorto di avere avuto un periodo di astinenza, in cui non avevo voglia di fare più nulla. Ed è stato lì che ho capito come vivono le persone senza obiettivi, quelle che non sanno che cosa vogliono. È stato un periodo che mi ha insegnato tanto. Ed è anche per questo che, una delle cose che ho in mente, è quella di aiutare i ragazzi a trovare la propria strada, perché il calcio mi ha dato tanto, mi ha insegnato tantissimo. E, specialmente durante i ritiri, leggevo molto, riflettevo tanto. Ho sempre cercato di imparare come diventare un essere umano migliore prima e uno sportivo migliore poi. Da sempre sono alla ricerca della versione migliore di me stesso.

Stringere la mano alla versione migliore di noi stessi 

Credo tanto in quello che Hernanes mi sta raccontando. Fondamentalmente perché credo dannatamente negli esseri umani. Conservo ancora intatta la fiducia nel fatto che, ognuno di noi, con i suoi tempi, possa mettersi in cammino per lavorare accuratamente su se stesso. La vita è in costante movimento e, come esseri umani, siamo in un'infinita espansione. Ed è quella contrazione involontaria tra espansione e concentrazione che ci fa stare in equilibrio, ci mette in bolla. Salvo poi disassarci, ogni volta che ci rendiamo conto che si potrebbe fare meglio. Si potrebbe essere meglio. Un'eterna tensione tra il punto in cui siamo e quello a cui potremmo arrivare. Il critico d'arte statunitense Arthur Danto lo aveva spiegato sicuramente meglio di me. 

"Noi siamo più di quel che siamo, ma meno di come potremo diventare e la più alta soddisfazione che possiamo ottenere è ciò di cui dovremmo metterci alla ricerca". 

Il ricordo più bello da sportivo e da 'astigiano'?

Sicuramente il primo trofeo da professionista, il trofeo con la Lazio (fu unico, un derby in finale e vincerlo è stato bellissimo), ma anche vincere lo Scudetto con la Juve, giocare in Champions anche è stato un sogno realizzato, oltre che vincere con la Nazionale. Il ricordo più bello da quando sono qui, invece, si costruisce ogni volta che vado a visitare una cantina, con buon cibo e ottimo vino. Mi emoziono per questo territorio. Vengono persone da tutto il mondo e noi abbiamo la fortuna di accoglierle qui e di condivere la bellezza di queste terre con loro.  

Cos'è per lei il successo? 

Che domanda complessa. È un tema che mi affascina molto, ho letto parecchio sul tema della performance e della crescita personale. Qualcuno dice che il successo sia ottenere ciò che volevi, mentre la felicità è essere soddisfatto di ciò che hai ottenuto. E io non vado molto lontano come concezione. Anche per me il successo non è fama, non sono soldi, né altre cose consequenziali. Il successo è ottenere ciò che volevi. E la cosa bella è che durante le Olimpiadi avevo voglia di vincere la medaglia d’oro e non l’ho vinta. Ho vinto il bronzo. Sul momento ero frustrato all'ennesima potenza, però dopo un po’ di anni ho riconosciuto il valore di ciò che avevo ottenuto. Caspita, una medaglia olimpica di bronzo, tanta roba! (ride, ndr). E questo è un gran paradosso, perché sul momento (e per un bel po' di tempo) non era un successo per me, mentre ora sì, lo considero un successo, che sarebbe tale anche se avessi fatto tutto ciò che potevi e non lo avessi poi ottenuto.

Si sente astigiano?

Sì, mi sento un po' astigiano, anche se mantengo ancora la mia parte brasiliana. Il brasiliano si adatta (diciamo che 'dribbliamo' in senso calcistico, ovvero troviamo sempre un modo per superare una difficoltà), mentre l'astigiano è molto più rispettoso delle abitudini, per lui si fa come si è sempre fatto. Su questo mi sento molto distante dall'astigiano: sono libero, aperto, curioso. Ho imparato, però, che alcune cose vanno rispettate e, anzi, è un bene mantenerle invariate. È un insegnamento che porto con me, l’ho imparato qui, ad Asti. Asti mi ha accolto fin dall'inizio, in Italia come ovunque, non mi sono mai sentito fuori posto. Per questo sono rimasto qui. I miei ultimi tre figli sono nati in Italia, tra Roma, Milano e Torino. Ad alcuni piacerebbe tornare in Brasile, ma qui stanno tutti benissimo. 

Cosa bolle in pentola? Quali sono i prossimi progetti?

Stiamo finendo la spa e, successivamente, ho intenzione di finire la parte della cantina. Attualmente abbiamo le vigne ma vinifichiamo fuori. Volevo concludere questo percorso per avere tutto qui. Produciamo circa 10, 12mila bottiglie l'anno e il prossimo progetto è estendere il nostro locale a una cascina qui di fronte. 

Il più grande insegnamento che le ha dato il pallone? 

La prima è che senza obiettivo non puoi stare al mondo, senza sogni non si può fare. Sei spiazzato, altrimenti. A sognare, invece, diventi un supereroe. Non è solo nel calcio, ma anche nella vita. E poi: vedevo giocatori che erano in una posizione e giocavano benissimo, ma spostati sparivano, non performavano più. È stato chiaro, allora, che la posizione che un giocatore ha in campo è direttamente proporzionale alla sua prestazione. Perché anche io ho giocato in diverse posizioni, tirando con entrambi i piedi. Però, quando sono messo nella mia posizione, quella giusta, allora la performance è perfetta. Nella vita è uguale: la persona nel suo posto giusto è top, nel posto sbagliato sarà triste, non performerà. Così come per il vino: la posizione, la luce, il terreno. Sono tutti elementi fondamentali. Volevo essere ingegnere per una fase della vita, e ho anche studiato. Nel piano cartesiano la prima cosa individuata è la posizione del soggetto. Prima trova il tuo posto. Il gioco è proprio quello, il gioco della vita.

Elisabetta Testa

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