La filosofia e le sue voci - 18 maggio 2024, 09:00

Eureka o della trovata

Nuovo appuntamento con le riflessioni di Simone Vaccaro, per la rubrica "La filosofia e le sue voci"

Immagine elaborata da Arena Philosophika

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[G]li effetti di un'invenzione oltrepassano la semplice risoluzione del problema, grazie alla sovrabbondanza di efficacia dell'oggetto creato quando è realmente inventato

G. Simondon, Immaginazione e invenzione (trad. mia)

Sarà capitato a tutti di aver visto un documentario o letto un libro sulle grandi invenzioni della storia. Quelle innovazioni tecnologiche che hanno permesso all'umanità di progredire fino allo stato attuale, che contiene al suo interno i germi di sviluppi futuri. Come a tutti sarà capitato, durante gli anni scolastici, di scervellarsi chi su di un ostico passaggio di una qualche versione d'autore, chi su di un problema matematico o una dimostrazione geometrica alquanto riottose, per poi uscire dal pantano vorticoso entro il quale si era piombati avendo trovato la soluzione dell'enigma. E ripensiamo a quella soddisfazione e all'orgoglio di sentirsi dire: "l'ho trovata! Ho trovato la soluzione!". Quello di cui parlerò oggi è la problematizzazione filosofica di quel "l'ho trovata!".

A coglierne la portata è stato il filosofo Gilbert Simondon (1924-1989) che ha riflettuto a fondo sul concetto di invenzione. Sgomberiamo subito il campo da equivoci - e smorziamo un po' gli entusiasmi: quella nostra esultanza scolastica non può essere definita invenzione; però almeno su di un punto si avvicina. Per aiutarci a comprendere questo punto, pensiamo ad una esclamazione che capita di sentire: "che trovata geniale!" Solitamente, si vuole affermare la genialità di una soluzione fuori dagli schemi, l'introduzione di una novità precedentemente non prevista, forse imprevedibile e soprattutto non presente prima della sua attuazione. Però, se l'analizziamo con più calma, risalta, di contro, un elemento, filosoficamente molto più stuzzicante: se ho trovato la soluzione, vuol dire che era già lì, presente ben prima del mio colpo di genio. E allora tutti il mio slancio inventivo che fine ha fatto? 

Ecco il doppio senso della parola invenzione. La parola inventio, difatti, derivando dal verbo latino invenio, reca con sé una doppia natura: inventio come invenzione e proiezione verso il futuro, ma inventio anche come rinvenimento, espressione dell'aver trovato qualcosa che si era perso o che non era ancora stato sottoposto alla luce della ragione. Da qui tutta l'ambiguità dell'invenzione. Autentica trovata, l'invenzione ha il marchio dell'universale. Eppure presenta la vivacità del nuovo, della traboccante energia che prolunga e spinge in avanti, che si ribella all'austerità di un universale fisso e impolverato. In questo senso si possono comprendere le parole che hanno dato il via all'articolo di oggi: in quanto legame con l'universale, l'invenzione rintraccia la risoluzione del problema latente nel problema stesso, ma allargando il campo di azione non si limita alla sola risoluzione del problema. Porta alla luce qualcosa di autenticamente nuovo, che si manifesta solo nel momento in cui viene effettivamente alla luce. L'enigma dell'invenzione ci getta nel rompicapo della novità

Simone Vaccaro

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