Viviamo in un posto bellissimo - 29 novembre 2025, 07:30

Viviamo in un posto bellissimo dove la parità fatica ad arrivare

Puntata su un ricordo, uscito fuori in occasione dei cinquant’anni dalla riforma del diritto di famiglia del 1975 che ancora fatica a trovare applicazione diffusa e indiscussa

1975, in Italia arriva la riforma del diritto di famiglia

1975, in Italia arriva la riforma del diritto di famiglia

Ad inizio del 1975 mio padre era diventato un alto dirigente dell’ENPALS, ente mutualistico dei lavoratori dello spettacolo. La situazione economica in casa era nettamente migliorata e mamma e papà si erano tolti qualche sfizio come il farsi rifare casa da un architetto, oggi definibile interior designer. Un uomo sulla cinquantina alto alto, biondo e dai capelli lunghi e sempre arruffati. Faceva Scobnich di cognome, o qualcosa del genere, non ricordo il nome, dalle evidenti origine istriane, italiano scappato da lì nel dopoguerra fino a Genova, come tanti suoi compaesani, arricchendo il capoluogo ligure con una etnia nuova, forte e carica di voglia di riscatto. Il gigante architetto aveva fatto buttare giù qualche muro per ottenere, appena entrati in casa, un mega salone con annessa sala da pranzo delle feste. Salone incentrato su una grande isola di divani richiesta espressamente da papà per dare comodo seguito al suo incontrare. Era fervente cattolico e impegnato democristiano, in area donatcattiniana, più vicina alla sinistra di altre correnti, e non poteva che essere così considerate le origini familiari, con suo padre, nonno Mario, portinaio da sempre in un bel palazzo di piazza Esedra a Roma. Aveva iniziato la carriera lavorativa, sempre nello stesso Ente, proprio a Roma, fino ad arrivare a dirigere la sede genovese, l’incontro con mamma e poi ancora Roma fino alla direzione generale. Per anni lo vedevamo giusto il sabato e la domenica, nei limiti di una casa sempre piena di suoi compagni di partito e amici vari. Casa all’attico di un bel palazzo, al tempo nuovo, che aveva sostituito ad inizio anni ‘60 il parco di un villone déco di cui era rimasta giusto la dependance della servitù, abbandonata, meta di scoperte e avventure varie per noi ragazzini di via Devoto.

Attico di dimensioni importanti con una sequenza di spettacolari balconi, ma, in quanto attico, quasi invivibile in periodo estivo. Proprio in una serata del caldissimo inizio luglio 1975, ricordo bene che i toni in sala tra papà ed invitati erano più alti del solito. Avevo quindici anni e iniziavo a cercare nel parlare dei grandi spunti di pensiero che andassero oltre i legami con l’infanzia e tutto quel non essere connesso. Tra ospiti di serata il più acceso era Giovanni Battista Baget Bozzo, Gianni, almeno così lo interrompeva di tanto intanto papà con dei ringhiati che cazzo dici Gianni. Prete, intellettuale e politico, in area socialista, che frequentava spesso casa. In quel caldo luglio il tema discussorio non era da poco, la riforma del diritto di famiglia, approvata per legge nel maggio di quell’anno. Legge che introduceva qualche variante non certo da poco nel codice civile italiano. Nuovi diritti come l'uguaglianza giuridica e morale tra i coniugi, eliminando la figura del marito quale "capo famiglia", istituendo la comunione dei beni come regime legale patrimoniale e sostituendo la patria potestà con la responsabilità genitoriale condivisa. 

Molto di quanto discutevano mi era sconosciuto, nei termini e nella sostanza, abituato ad una coppia di genitori dove la bilancia delle responsabilità era chiaramente comune in scelte e altro. Il Don, che una famiglia aveva scelto di non avere, almeno nella forma canonica, imprecava sul trambusto che queste improvvide novità avrebbero creato nella società italiana e papà a rispondere: che cazzo dici Gianni! Sono passati cinquantanni e ora sembra così incredibile che fino a quella data le donne sposate non potessero scegliere, non potessero avere un conto corrente se non a firme congiunte col marito, non avessero una condizione di completa parità con l’uomo all’interno della famiglia. Parità che, ancora più incredibile, continua a faticare ad entrare nel quotidiano di molti anche ai nostri giorni, fino ad eccessi retorici come la recente attestazione da parte di un Ministro della Repubblica che per l’uomo sia genetico imporsi sulla donna. Peccato papà sia mancato nell’aprile 1999, altrimenti un suo che cazzo dici Carlo sarebbe arrivato, giustamente, forte e puntuale.

Davide Palazzetti

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