Il bilancio dell'anno appena concluso descrive una realtà carceraria nazionale al limite, con 238 decessi riconducibili a quella che l'Osapp definisce malasanità penitenziaria. Di questi, 79 sono stati suicidi, un dato che interroga profondamente l'efficacia dei protocolli di prevenzione negli istituti di pena italiani. Anche la cronaca locale ha dovuto registrare momenti di profondo sconforto, come il tragico episodio avvenuto nel carcere di Quarto, dove un detenuto astigiano si è tolto la vita: un gesto estremo che impone una riflessione delicata ma necessaria sulla gestione della fragilità e sul supporto psichiatrico disponibile per chi sconta la propria pena.
"Poliziotti usati come infermieri"
Leo Beneduci, segretario generale dell'Osapp, contesta con forza la narrazione che attribuisce automaticamente alla polizia penitenziaria le responsabilità di queste morti. "È un’equazione sbagliata" afferma il leader sindacale, sottolineando che la presa in carico clinica, psichiatrica e farmacologica spetta esclusivamente alla sanità pubblica. Secondo il sindacato, il personale di polizia viene troppo spesso impiegato per sopperire a gravi mancanze mediche, trasformando i mezzi destinati alle traduzioni in tribunale in ambulanze improvvisate, prive di strumentazioni e personale sanitario.
L'appello alle istituzioni nazionali
Il fenomeno dei trasferimenti urgenti verso gli ospedali viene descritto come un sistema spesso abusato, che genera migliaia di accessi impropri e pesanti costi per l'erario. L'Osapp ha inviato un appello alla premier Giorgia Meloni e al guardasigilli Carlo Nordio affinché intervengano sull'amministrazione centrale e sui provveditorati regionali. La richiesta prevede l'emanazione di una direttiva che stabilisca che i detenuti escano dagli istituti solo su ambulanze con medici a bordo, garantendo così la sicurezza operativa e un soccorso reale. Senza una svolta tempestiva, il timore è che il bilancio delle morti nel corso del 2026 possa essere destinato a peggiorare





