La crisi dei call center ad Asti sembra non avere fine. Dopo la "mazzata di Natale" della chiusura annunciata di Konecta – l'ex Comdata – con il conseguente trasferimento forzato di circa 400 lavoratrici e lavoratori a Torino, un nuovo capitolo preoccupa le istituzioni e i sindacati: quasi 70 esuberi sono stati comunicati da due storiche aziende del territorio, Mediacom e Tecnocall.
Da lavoratori a esuberi, senza passare dal via
Secondo quanto dichiarato dal consigliere comunale Michele Miravalle, la situazione è "assolutamente inaccettabile per una città come la nostra, dove ogni posto perso pesa come un macigno".
Le due aziende, spiega Miravalle, "hanno annunciato di dover licenziare metà della forza lavoro: 30 persone su 59 a Tecnocall e 32 su 62 a Mediacom. Un colpo durissimo, che arriva a pochi giorni di distanza dall'annuncio di Konecta".
Entrambe le imprese, sottolinea il consigliere, "lavoravano per conto di un unico cliente, Iren Mercato, che però non ha garantito i volumi di lavoro pattuiti. Così oggi si licenzia, e tutto questo è gravissimo".
Miravalle non risparmia critiche: "È paradossale che proprio queste aziende si siano staccate da Konecta per seguire la commessa Iren e che, a distanza di pochi mesi, quella stessa commessa venga ridimensionata in questo modo. Da lavoratori si passa a esuberi senza neppure passare dal via".
Secondo Miravalle, "ci sono domande che un amministratore pubblico non può evitare di porre". La prima riguarda i numeri reali: "I flussi di lavoro si sono davvero ridotti così tanto? Davvero non esistono margini per salvare almeno una parte dei posti?"
E infine una riflessione più ampia: "I call center non possono essere considerati un business finito. Bisogna capire come renderli sostenibili, compatibili con la trasformazione digitale e l'intelligenza artificiale. Servono modelli nuovi, non tagli indiscriminati".
Il grido d'allarme della Cgil
Sulla vicenda interviene duramente anche Luca Quagliotti, segretario della Cgil di Asti, che conferma: "La notizia è stata annunciata ieri. Era nell'aria già prima della vicenda di Konecta, ma è stata confermata solo ora".
Il sindacalista è netto: "Il primo commento che mi viene è che l'anno non promette niente di buono. Il secondo è che il problema più grosso è che quando chiude un'azienda non vi è la possibilità di ricollocare i lavoratori in altri settori, perché i numeri sono limitati e perché sono molte le aziende che chiudono e pochissime quelle che arrivano, se non nessuna".
Quagliotti punta il dito contro la mancanza di visione: "Continuiamo a non avere una politica industriale nella nostra provincia. I datori di lavoro sono sempre lì a battere cassa, ma non hanno mai una progettualità. Sono solo a chiedere soldi per mantenere i loro utili, quindi sarebbe ora di cambiare e di capire che gli utili si fanno non sulla pelle dei lavoratori e delle lavoratrici, ma sui prodotti, investendo sull'innovazione, sullo sviluppo".
La minaccia dell'intelligenza artificiale
Ma c'è un tema ancora più grande che preoccupa il segretario Cgil: quello dell'intelligenza artificiale. "La questione dei call center è veramente drammatica, ma non solo quello: tutto ciò dove c'è un fattore umano che fa l'accoglienza, il centralino, la gestione, può essere sostituito dall'intelligenza artificiale. È evidente che tutto questo settore rischia di entrare in una grandissima crisi".
Quagliotti lancia un appello alla politica nazionale: "Sono anni che come Cgil chiediamo che venga messa una tassa sui grandi che gestiscono l'intelligenza artificiale, perché è evidente che quelli fanno gli utili senza pagare i lavoratori e hanno pure una bassa tassazione. L'Irpef viene pagata dai lavoratori per più dell'80% e serve a pagare le tasse nel nostro paese: se vengono meno i proventi dei lavoratori, lo Stato collassa. È evidente che salterà tutto il sistema di welfare".
Il sindacalista critica la miopia della classe politica: "Il grosso problema della politica è che non vede mai al di là del proprio naso, guardano sempre la pagliuzza e mai la trave. Noi sono anni che continuiamo a dire che ci sarebbero stati problemi con i call center, che c'è un problema con l'intelligenza artificiale, che i nuovi lavori sostituiranno solo il 40% dei lavori che cesseranno"
Bosia: "Le multiutility non possono fare ciò che vogliono"
Critico anche il consigliere di Uniti Si Può, Mauro Bosia: "IREN guadagna un sacco di soldi dal nostro territorio, non solo vendendo ai cittadini i suoi servizi di luce e gas ma anche tramite Gaia e Asp, aziende di cui detiene il 45% delle azioni e la gestione operativa: per questo deve rispettare gli impegni e mantenere il posto di lavoro per queste 70 famiglie! Ed è proprio per questo che l'Amministrazione ha una responsabilità ancora maggiore in questa vicenda e deve attivarsi fin da subito per fare rientrare questa crisi, visto che Iren da anni viene descritta come l'unico interlocutore possibile per i nostri servizi pubblici. Se le premesse sono queste, c'è da essere preoccupati viste le imminenti scadenze degli affidamenti di idrico, igiene e trasporti che ci si accinge a discutere"
'Non possiamo rassegnarci - conclude il consigliere - e la politica non può arrendersi al fatto che le grandi Multiutility facciano quello che vogliono".
La politica si muova unita
Per Miravalle, la priorità è chiara: "Serve una risposta immediata delle istituzioni e una presa di posizione comune. Asti non può permettersi, nel giro di un mese, di perdere quasi 500 posti: 400 di Konecta, 70 di Mediacom e Tecnocall. Se non reagiamo ora, sarà troppo tardi".
Il consigliere chiede che "si apra subito un dialogo con Iren", per tentare di recuperare almeno parte dei volumi di lavoro perduti e restituire ai dipendenti una prospettiva concreta. "Non possiamo rassegnarci", conclude, "e dobbiamo pretendere il rispetto degli impegni. Asti merita di più".





