Una "fame di verità e giustizia" che deve diventare responsabilità condivisa. Si è parlato di questo ieri all’Uni-Astiss con Don Luigi Ciotti, fondatore del coordinamento Libera, per una lectio magistralis dedicata alla legalità, alla memoria e all’impegno civile.
Fare rete contro la normalizzazione dell’indifferenza
A introdurre l'incontro è stato il richiamo alla necessità di "fare rete" in modo trasversale: società civile, volontariato, scuole, parrocchie, mondo dell’informazione, realtà economiche.
Il rischio, ha sottolineato Don Luigi Ciotti, è quello della normalizzazione: non solo delle mafie, ma anche dell’indifferenza. Non si può pensare si tratti di un problema che riguarda determinati territori, solo alcune persone. Una deriva culturale che, secondo Ciotti, finisce solo per legittimare le forme di criminalità.
"Non si può più non sapere - è stato ribadito - siamo tutti chiamati a esserci, a informarci, a sentirci corresponsabili del bene comune".
Ripercorsa la sua storia personale: veneto, emigrato a Torino negli anni Cinquanta, diventato sacerdote in una Chiesa "di strada", accanto agli ultimi. Dall’esperienza del Gruppo Abele alla nascita del Coordinamento nazionale delle comunità di accoglienza, fino alla fondazione di Libera, ha sempre rivendicato una dimensione collettiva dell’impegno.
"Vi prego di non fidarvi dei navigatori solitari. Serve mettere insieme le nostre forze", un monito che richiama a superare personalismi e protagonismi: tutto ciò che è stato costruito, ha spiegato, è nato dalla condivisione.
Il dovere della memoria e della verità
"L’omertà uccide la giustizia, la verità, la speranza". Ampio spazio è stato dedicato alla memoria delle vittime di mafia. Ciotti ha ricordato come, due mesi prima della strage di Capaci, Giovanni Falcone avesse portato la propria testimonianza in un incontro pubblico organizzato dal coordinamento delle comunità. Un caffè promesso tra i due, mai bevuto.
E ancora il ricordo delle stragi del 1992, della necessità di interrogarsi interiormente, di non abbandonare il cammino intrapreso.
Commovente il passaggio dedicato alla madre di Antonio Montinaro, caposcorta di Falcone, ucciso insieme a Rocco Di Cillo e Vito Schifani. "Perché non dicono il nome di mio figlio?" chiese la donna durante una commemorazione. Ridotte a essere ricordate come “le guardie del corpo”, persone con un nome, una storia, una famiglia.
Ancora oggi, è stato ricordato, non esiste un registro ufficiale completo delle vittime innocenti di mafia, e oltre l’80% dei familiari non conosce la verità piena sulle circostanze della morte dei propri cari.
"A volte parlare diventa un imperativo etico. Abbiamo il dovere di essere seri, attenti, documentati".
Difeso con forza il ruolo dei giornalisti che conducono inchieste serie e documentate, ricordando il caso di un quotidiano locale finito nelle mani della camorra, con giornalisti arrestati perché la proprietà era riconducibile a interessi criminali: "Dobbiamo tutelare i giornalisti che cercano di aiutarci a comprendere. L’informazione è uno strumento di democrazia".
Mafie, politica e giustizia: un problema trasversale
Le mafie non sono più un fenomeno confinato ad alcune regioni. "Sono 538 le organizzazioni criminali in Europa" ha ricordato Ciotti, sottolineando la dimensione transnazionale e tecnologicamente avanzata dei gruppi criminali.
I rapporti tra mafia e politica? "Diffusi, disincantati, pragmatici".
Sul fronte della giustizia, un appello deciso: "Noi vogliamo la riforma della giustizia, non dei magistrati". Servono mezzi, personale, strumenti adeguati. Senza un apparato che funzioni, la domanda di giustizia dei cittadini resta inevasa.
Dalla fede all'etica pubblica
"La missione della Chiesa è essere coscienza critica e voce", il cristiano non può restare in disparte di fronte alle ingiustizie: la fede deve tradursi in etica e responsabilità pubblica.
Riferimenti anche a Papa Francesco, ricordato per la sua attenzione alle periferie esistenziali e per la denuncia delle strutture di peccato che alimentano disuguaglianze e sfruttamento.
Non è mancato un pensiero ai giovani. L’Italia - ha ricordato - è all’ultimo posto in Europa per povertà educativa: "Non dobbiamo solo preoccuparci dei giovani: dobbiamo investire su di loro, crederci".
Secondo una recente ricerca citata da Ciotti, il 61% degli adulti italiani dichiara di capire poco i ragazzi di oggi, e il 15% afferma di non capirli affatto; un divario che impone ascolto e accompagnamento.
Altro tema cruciale la sanità: “La salute è il primo diritto fondamentale. Dovrebbe essere uno dei grandi investimenti di questo Paese”.
Non si può essere cittadini a intermittenza, ha ribadito: l’attenzione ai poveri e ai fragili è il primo banco di prova di una democrazia viva.
Don Luigi Ciotti ha concluso con invito alla partecipazione, anche in vista della Giornata della memoria e dell’impegno del 21 marzo, promossa da Libera: “Fame di verità e giustizia” non è solo uno slogan, ma un’agenda politica e civile che chiama in causa ciascuno.
“O ci rigeneriamo, oppure degeneriamo” ha ammonito Ciotti. La sfida non è solo contrastare le mafie, ma ricostruire legami, senso civico, responsabilità condivisa.
Perché, come ha ribadito più volte, non esistono “noi e gli altri”. Esiste solo un “noi” che decide se restare spettatore o diventare parte del cambiamento.













