Una domanda fin troppo comune che nasconde, dietro una finta ingenuità, il peso insostenibile della colpevolizzazione della vittima.
Da questo interrogativo provocatorio prende vita “Com’eri vestita?”, la mostra inaugurata questa mattina, martedì 3 marzo, nella hall principale dell’ospedale Cardinal Massaia di Asti.
L’esposizione, ideata dall’associazione Libere Sinergie, approda in città grazie all’impegno congiunto del gruppo locale di Amnesty International e del progetto SOS donna, con il patrocinio dell'Asl At.
La cerimonia si è aperta con un momento di profonda suggestione: la dottoressa Francesca Cocco ha letto i versi di Mary Simmerling, una poesia che ripercorre i dettagli di una maglietta di cotone e di una gonna di jeans indossate durante uno stupro.
“Mi hanno fatto questa domanda un sacco di volte... ma dalla mia risposta sembra dipendere tutto. Ricordo anche cosa indossava lui, sebbene nessuno me lo abbia mai chiesto”, recitano i versi, sintetizzando il senso di un'iniziativa che vuole scuotere le coscienze.
Un presidio di verità nei luoghi della cura
La scelta dell'ospedale come sede della mostra non è casuale.
“È nei luoghi sanitari che spesso i soprusi diventano evidenti, o per confessione o perché il personale ha imparato a riconoscerli”, ha spiegato il direttore generale dell'Asl At, Giovanni Gorgoni.
“Il preconcetto dei 'jeans stretti' appartiene ancora a troppi. Non dite niente, ma leggete queste storie e lasciatele sedimentare”.
L'obiettivo è smantellare stereotipi che aggiungono violenza a violenza.
Domenico Massano, di Amnesty, ha richiamato gli uomini alle proprie responsabilità, mentre Simona Franzino ha ricordato come le storie esposte siano state raccolte nei centri antiviolenza: “Chi commette aggressioni è l'unico vero colpevole. Eppure il 40% degli intervistati in recenti sondaggi pensa ancora che una donna possa sottrarsi allo stupro se davvero lo vuole”.
Al centro del dibattito, come previsto dalla Convenzione di Istanbul, deve tornare il tema del consenso: il sesso senza consenso è sempre stupro.
Fare rete per invertire la rotta
L'impegno delle istituzioni è stato ribadito dall'ispettore di Polizia Sara Satragni, che ha illustrato il lavoro della Questura parlando anche della campagna “Questo non è amore”.
“Il 'com'eri vestita' è un'ulteriore violenza alla vittima quando deve raccontare. Il pregiudizio è trasversale e la società ne è ancora intrisa; serve invertire la rotta partendo dalle scuole”, ha dichiarato l'ispettore.
Laura Nosenzo, giornalista e ideatrice di SOS donna, ha sottolineato la forza del messaggio visivo: “Accanto agli abiti vedi un messaggio forte: ascoltateci, credeteci. SOS donna è nato 7 anni fa proprio per segnalare i servizi che aiutano chi subisce violenza”.
Nosenzo ha poi citato un esempio di speranza: due ragazzine di seconda media che, tenendosi per mano, hanno visitato autonomamente la mostra di Villafranca, portando con sé, in seguito i loro compagni.
L'esposizione rimarrà visitabile nella hall del Massaia fino al 22 marzo, tutti i giorni dalle 8 alle 20.
Un invito a fermarsi davanti a quelle scritte, a quei vestiti, possibilmente i silenzio per capire che, per fermare la violenza, non serve cambiare vestiti, ma cambiare mentalità e "cambiare passo".


















