L'Astigiano diventa protagonista nel palinsesto culturale di Milano-Cortina 2026. Il Museo etnologico missionario di Colle Don Bosco ha infatti concesso in prestito ben ventisette rare opere d'arte e di uso quotidiano per arricchire la mostra "Il senso della neve", allestita negli spazi del Mudec, il celebre Museo delle Culture di Milano. L'esposizione, curata con grande attenzione da Sara Rizzo e Alessandro Oldani, esplora il rapporto profondo tra l'uomo e i climi estremi in una narrazione visiva che resterà accessibile al pubblico fino al 28 giugno.
La rete Mipam e le prime proposte
Questo straordinario traguardo nasce da un lavoro sinergico di respiro nazionale. A spiegarlo è la curatrice della realtà museale astigiana, Letizia Pecetto: "Il museo di Colle Don Bosco è tra i prestatori facenti parte della rete Mipam, nata a giugno del 2025, che è composta da diversi musei a livello nazionale che collezionano oggetti extraeuropei". Inizialmente la selezione dei materiali da inviare al capoluogo lombardo aveva preso altre direzioni, puntando su alcuni dipinti del Monte Fuji innevato o sull'abbigliamento siberiano impellicciato. La svolta è arrivata grazie all'antropologo e assistente alla curatela Pier Paolo Caputo. Come ricorda la curatrice, lo studioso, che vanta ottimi rapporti diretti con i curatori Rizzo e Oldani, rimase colpito dal patrimonio locale: "Voi avete a Colle Don Bosco una collezione che è pari merito quasi con quella del Museo delle Civiltà di Roma, quindi al di fuori del territorio della Terra del Fuoco", aggiunge.
I segreti della popolazione Selk'nam
La scelta finale è così ricaduta sulla straordinaria collezione della Terra del Fuoco, raccolta a partire dalla fine dell'Ottocento, quando i religiosi salesiani avviarono le prime missioni in Patagonia. Si tratta di ventisette pezzi unici appartenenti al popolo dei Selk'nam: diciannove frecce con punte di vetro e pietra, due cesti in fibra vegetale per la raccolta, un secchio in corteccia per svuotare le canoe, una rete da pesca in tendini animali, un arpione in osso, una faretra in miniatura e una collana in cotone e osso. "Il pezzo forte del nostro prestito è la sacca in budello che contiene un pigmento rosso che veniva usato durante la cerimonia dell'Hain", precisa Letizia Pecetto, svelando il fascino di antichi rituali legati a queste terre inospitali.

Un popolo che non si è arreso
Dietro questi manufatti si nasconde una storia di resilienza e riscatto ancora molto viva. L'ente museale astigiano è infatti in contatto diretto con i discendenti di quelle antiche tribù indigene, il cui destino sembrava ormai segnato per sempre. "Fino a qualche tempo fa si pensava che le comunità della Terra del Fuoco fossero ritenute estinte. Ad oggi questo gruppo è stato riconosciuto come non estinto", conclude la curatrice con giustificato orgoglio, sottolineando l'importanza di restituire voce e dignità a una comunità che, anche attraverso i preziosi oggetti custoditi nel nostro territorio, continua a raccontare la propria storia al mondo.







