Dal cuore della città fino al Tanaro, la processione del Venerdì Santo ha riunito fedeli e famiglie in un itinerario di raccoglimento.
Un rito antico, custodito dalla tradizione della Chiesa, che ad Asti ha intrecciato la memoria della Passione di Cristo con il volto concreto delle sue strade.
La giornata si era aperta in Cattedrale con la Liturgia delle ore, l’Ufficio delle Letture e le Lodi, per poi trovare il suo momento centrale nella celebrazione della Passione del Signore, presieduta nel pomeriggio con la Liturgia della Parola, l’Adorazione della Croce e la Comunione Eucaristica.
In serata, poi, il raccoglimento si è trasferito all’aperto, là dove la fede si fa passo, silenzio, preghiera condivisa con il vescovo Marco Prastaro, presenti il sindaco, Maurizio Rasero e il questore, Marina Di Donato.

La Via crucis cittadina ha preso avvio alle 21 dalla cappellania San Giuseppe Marello di via Scotti e si è snodata lungo via Sodano, via Masoero, via Torchio, via Valle, via Gancia e via Pio Domenico, fino a raggiungere il piazzale della parrocchia della Santissima Annunziata al Tanaro.
Un percorso essenziale e popolare, quasi un filo teso tra i quartieri e il mistero del Calvario, seguito con compostezza da una comunità raccolta attorno alla Croce.
Al termine della processione sono state raccolte anche le offerte destinate alla Terra Santa, secondo una consuetudine che nel Venerdì Santo lega la preghiera locale ai luoghi della vita, della morte e della resurrezione di Gesù.
È un gesto sobrio, ma dal forte valore simbolico, perché ricorda come la devozione non si esaurisca nel rito e domandi invece una responsabilità concreta verso i cristiani che vivono nei luoghi santi.
Un rito antico e sempre vivo
La Via crucis non appartiene alle liturgie più antiche della Chiesa, ma nasce lentamente dalla devozione dei pellegrini che, fin dai primi secoli, visitarono Gerusalemme per ripercorrere i luoghi della Passione.
Fu soprattutto nel Medioevo, anche grazie all’opera dei francescani, custodi dei santuari di Terra Santa, che questa pratica prese una forma più definita, fino a diventare una delle espressioni più intense della pietà popolare del tempo quaresimale.
Le quattordici stazioni, così come oggi sono comunemente meditate, non corrispondono tutte in modo diretto al racconto evangelico, ma costituiscono un itinerario spirituale capace di accompagnare il credente dentro il dramma del dolore e, insieme, dentro l’attesa della salvezza.
È questo il tratto che continua a renderla attuale: la Via crucis non racconta soltanto il patimento di Cristo, ma mette in scena il peso delle cadute, delle ferite, delle ingiustizie e della speranza che attraversano ogni vita umana.
In questa prospettiva si colloca anche la grande tradizione della predicazione cristiana, da san Leone Magno in avanti, che ha sempre letto la Croce non come semplice sconfitta, ma come il luogo in cui il dolore viene trasfigurato dall’amore.
Ed è probabilmente questo il motivo per cui, anno dopo anno, il rito continua a parlare anche a chi vi si accosta con discrezione, quasi da lontano: nella lenta scansione delle stazioni si riconosce qualcosa di universale, antico e al tempo stesso vicinissimo.
Il cammino verso la Pasqua
Con la processione di questa sera, la diocesi astigiana è entrata nel cuore più austero e insieme più eloquente del Triduo pasquale. Il silenzio del Venerdì Santo, infatti, non rappresenta un punto d’arrivo, ma una soglia: tutto conduce ormai alla Veglia Pasquale di sabato sera in Cattedrale, quando la benedizione del fuoco, l’annuncio della resurrezione e la Liturgia battesimale restituiranno pienezza al cammino di questi giorni.
Particolarmente significativa sarà la celebrazione presieduta dal vescovo Marco Prastaro, durante la quale sei adulti riceveranno i sacramenti dell’iniziazione cristiana.
Poi, domenica mattina, la Concelebrazione Eucaristica di Pasqua riunirà nuovamente la comunità diocesana nel segno della gioia: dopo il buio della Croce, la luce della resurrezione.





















