Da Asti al cuore pulsante della ricerca scientifica mondiale a New York, il percorso di Elena Pinetti rappresenta un’eccellenza che coniuga rigore accademico e passione per la divulgazione. Ex studentessa del Liceo Scientifico Francesco Vercelli, la ricercatrice si occupa oggi di materia oscura, quell'85% dell'universo ancora avvolto nel mistero, cercando di intercettare segnali cosmici che possano spiegarne la composizione.
Dopo esperienze in Italia e Francia, la scienziata ha scelto gli Stati Uniti per assecondare il suo desiderio di esplorazione, senza mai dimenticare le radici astigiane e l'amore per la cultura. Oltre ai successi in laboratorio, Pinetti è attivamente impegnata con la Supernova Foundation per abbattere le barriere di genere nelle discipline STEM, ponendosi come guida e ispirazione per le future generazioni di scienziate. In questa intervista, racconta la sua visione della ricerca, il confronto tra Europa e America e il sogno di decifrare l'invisibile che regge l'universo.
Dalla tranquillità di Asti al dinamismo incessante di New York: come è cambiata la sua prospettiva sulla sua città d’origine vivendo oltreoceano e cosa porta della sua "astigianità" nel lavoro quotidiano?
Sicuramente i ritmi di vita di Asti e New York sono molto diversi, ma i miei interessi sono rimasti gli stessi. Ad Asti amavo andare al Teatro Alfieri; a New York vado spesso a teatro e a vedere musical a Broadway. Racconto spesso ai miei colleghi di Asti e mostro loro le foto della mia città e della bellezza dell’Astigiano.
Ha avuto modo di studiare e lavorare in Italia, Francia e ora negli Stati Uniti. Quali sono le criticità principali, anche dal punto di vista economico, che a suo avviso rendono oggi così difficile fare ricerca in Europa rispetto alla realtà americana?
In realtà, in Europa ci sono molti finanziamenti dell'Unione Europea per la ricerca e abbiamo una ricerca di eccellenza. Io ho scelto di trasferirmi negli Stati Uniti non per mancanza di opportunità in Europa, ma per la curiosità di esplorare il mondo e vivere in Paesi diversi.

In merito ai traguardi raggiunti, ha espresso l’auspicio che questi riscontri possano servire anche da incoraggiamento per le ragazze che vogliono diventare scienziate. Nel suo ambito di lavoro, quanto è ancora marcato il divario di genere e quali passi ritiene necessari per superarlo?
Il mio campo di ricerca è ancora fortemente sbilanciato a favore degli uomini. Le cose stanno cambiando con le nuove generazioni, ma il rischio è che molte ragazze non si sentano accolte in ambienti prevalentemente maschili, e talvolta maschilisti. Negli Stati Uniti, i miei colleghi notano spesso quante scienziate italiane di grande talento lavorino nel mondo. Il problema è che molte scelgono di trasferirsi all’estero, anche perché in Italia la progressione di carriera è più lenta.
Il suo impegno con la Supernova Foundation dimostra che la scienza non deve restare chiusa nell’ambito strettamente cattedratico. Quanto ritiene importante che una ricercatrice dedichi parte del proprio tempo a ispirare le nuove generazioni e a rendere la fisica una materia accessibile alla comunità?
Mi piace molto fare divulgazione scientifica: mi diverte e lo trovo uno degli aspetti più gratificanti del mio lavoro. Credo sia importante trasmettere entusiasmo e conoscenza al maggior numero possibile di persone: è un investimento sulle nuove generazioni e sulla comunità.

Se potesse tornare idealmente tra i corridoi del Liceo Vercelli, quale messaggio si sentirebbe di dare a una studentessa o a uno studente che guarda con curiosità e interesse al mondo delle materie scientifiche?
Consiglierei sicuramente di scegliere una materia scientifica all’università. La fisica è bellissima, ma tutta la scienza lo è. Oltre a essere affascinanti, le discipline scientifiche aprono molte porte e offrono accesso a numerose carriere interessanti, sia nel mondo accademico sia in quello aziendale. Ammetto che al liceo amavo molto anche il latino, la storia, la filosofia e la letteratura, ma ho sempre saputo che sarebbero rimaste passioni personali, mentre la mia carriera sarebbe stata scientifica. Per me è stata la scelta giusta.
Lei si occupa di materia oscura, l'invisibile che regge l'universo. Senza entrare troppo in dettagli tecnici, qual è il traguardo o la scoperta che sogna di poter annunciare nei prossimi anni anche grazie alle sue ricerche?
L’85% della materia dell’universo è invisibile: sappiamo che esiste perché ne osserviamo gli effetti gravitazionali, ma non sappiamo di cosa sia fatta. L’obiettivo della mia ricerca è capire se la materia oscura sia composta da nuove particelle e riuscire a misurarne le interazioni tramite segnali cosmici.






