Ad Asti, Irene Roggero racconta una storia che ha già attraversato i tribunali e le redazioni di mezza Europa, ma che continua a non avere un punto finale. È la storia di sua figlia Rossella, dodici anni, morta suicida nel febbraio del 2024 dopo sei mesi passati a scorrere contenuti sempre più cupi tra Instagram e TikTok: depressione, autolesionismo, immagini gotiche. “A un certo punto sembrava che tutto avesse preso vita propria, crescendo fino a travolgere il suo lato allegro e socievole, la sua parte più luminosa”, ha raccontato la madre a Reuters.
Pochi giorni prima della tragedia, Rossella si era iscritta a una sfida diffusa online, il cosiddetto “gioco delle insicurezze”: bisogna cerchiare gli aspetti di sé che non si accettano. Lei aveva cerchiato la sua risata, la stessa che amici e compagni di scuola ricordano oggi come cristallina, vera. Un contrasto che racconta meglio di ogni altra cosa la distanza tra la ragazza reale e quella che l'algoritmo aveva imparato a conoscere, rincorrendo le sue fragilità con contenuti sempre più mirati e sempre più scuri.
Insieme ad altre nove famiglie, Irene Roggero e il marito hanno portato Meta e TikTok davanti al Tribunale delle Imprese di Milano: è la prima azione collettiva in Italia che sfida direttamente le piattaforme e i loro sistemi di raccomandazione. Le famiglie chiedono limiti più severi all'accesso dei minori, la sospensione degli account fino a garanzie reali di sicurezza e lo stop alla profilazione tramite algoritmi che definiscono “aggressivi”. “Per noi è stata una tragedia probabilmente nata da altro”, ha detto Roggero, “ma sicuramente accelerata e spinta dagli algoritmi. In sei mesi è stata come una malattia fulminante e noi eravamo senza armi”. Meta e TikTok respingono le accuse e dichiarano di adottare già misure di protezione per gli utenti più giovani.
È lo stesso paragone, quello con la dipendenza, che la madre torna a usare più volte: “Rossella sembrava drogata dai social. Quando ne era privata, magari per punizione, si comportava come un tossico in crisi di astinenza. La tossicodipendenza da sostanze è qualcosa di riconosciuto, di studiato: ci sono strutture, esperti. La dipendenza dai social no”. Un'intuizione che oggi trova sponda nei numeri dell'Organizzazione Mondiale della Sanità: secondo l'ultimo rapporto Health Behaviour in School-aged Children, basato su quasi 280mila adolescenti europei, la quota di giovani con un uso problematico dei social — caratterizzato da incapacità di controllo, sintomi da astinenza e conseguenze negative sulla vita quotidiana — è salita dal 7% del 2018 all'11% del 2022, con punte del 13% tra le ragazze e un dato italiano che arriva al 14%.
Non solo Instagram e TikTok: il caso Roblox
Il caso di Asti riguarda i grandi social generalisti, ma il fronte dei rischi per i minori online è più ampio e arriva anche dove i genitori se lo aspettano meno: nei videogiochi. Negli Stati Uniti ha fatto discutere la storia di Ethan Dallas, quindici anni, morto suicida nell'aprile 2024 dopo essere stato adescato su Roblox — la piattaforma di gioco più diffusa tra i preadolescenti — da un utente che si presentava come un coetaneo di nome “Nate”. Le chat erano proseguite su Discord, tra giochi condivisi, fiducia costruita nel tempo e infine ricatti. Solo un anno dopo la morte del figlio, la madre Becca ha scoperto dalle autorità che “Nate” era in realtà Timothy O'Connor, 37 anni, arrestato per possesso e diffusione di materiale pedopornografico. La famiglia ha fatto causa sia a Roblox sia a Discord.
Il caso di Ethan non è isolato. Inchieste giornalistiche hanno documentato decine di arresti legati ad adescamenti avvenuti sulla piattaforma, e anche in Italia non sono mancati episodi simili, compreso un arresto per adescamento online riconducibile a Roblox. È il segno di un problema che riguarda il design stesso di molti ambienti digitali pensati per i più giovani: chat aperte con sconosciuti, sistemi di moderazione insufficienti rispetto al volume di segnalazioni, percorsi di fiducia che un adulto malintenzionato può costruire con calma, lontano dallo sguardo dei genitori.
Il Regno Unito alza il muro: niente social sotto i 16 anni
È in questo clima che il 15 giugno il primo ministro britannico Keir Starmer ha annunciato da Downing Street il divieto di accesso ai social media per tutti i minori di 16 anni. Una misura che riguarderà le piattaforme più usate dagli adolescenti — Instagram, TikTok, Facebook, YouTube, Snapchat e X — ma non i servizi di messaggistica come WhatsApp, né YouTube Kids. Starmer ha definito i social “un prodotto” che, “come qualsiasi altro prodotto difettoso che causa la morte dei bambini, dovrebbe essere limitato fino a quando le aziende responsabili non lo avranno riparato”, e ha assicurato che le sanzioni colpiranno le piattaforme, non le famiglie.
Il Regno Unito segue così l'Australia, che lo scorso dicembre è diventata il primo paese al mondo a introdurre un divieto di questo tipo, con multe milionarie per le aziende inadempienti. La decisione londinese arriva dopo una consultazione pubblica che ha raccolto oltre 116mila risposte: il 90% dei genitori interpellati si è detto favorevole alla soglia dei 16 anni, e più dell'83% ha ritenuto che i rischi superino i benefici per i più piccoli. Il provvedimento, atteso in Parlamento entro fine 2026, dovrebbe entrare in vigore nella primavera del 2027 e includerà anche restrizioni sui chatbot di intelligenza artificiale a carattere romantico o sessuale e sulle chat con sconosciuti nei giochi online — esattamente il tipo di funzione che, nel caso di Ethan, si è rivelata fatale.
Il “coprifuoco digitale” per i 16-17enni
Per chi ha 16 e 17 anni, il governo britannico non si ferma al divieto totale: sta studiando un secondo livello di misure, pensato non per escludere i ragazzi dai social ma per limitarne l'uso nelle ore più rischiose. Si parla di un “coprifuoco digitale” che spegnerebbe l'accesso ad alcune piattaforme a partire dalle 20.30, per impedire le maratone notturne di scrolling che minano il sonno e, secondo diversi studi, il benessere psicologico degli adolescenti. Insieme al coprifuoco, l'esecutivo valuta restrizioni allo scrolling infinito e all'autoplay, lo spegnimento automatico delle chat con sconosciuti su piattaforme di gioco e live streaming, e sistemi di verifica dell'età più stringenti, basati su documenti digitali o riconoscimento facciale — una prospettiva che apre però nuovi interrogativi su privacy e raccolta di dati biometrici.
Un precedente di coprifuoco digitale esiste già, ma riguarda il gaming più che i social in senso stretto: dal 2021 la Cina consente ai minori di 18 anni di giocare online solo un'ora al giorno, nel weekend e nei giorni festivi. Resta da capire come una misura simile potrebbe funzionare per i social media, e quanto sarebbe in grado di resistere ai tentativi di elusione — VPN, account falsi, profili dei genitori — che gli stessi promotori del provvedimento britannico riconoscono come un rischio concreto.
Una battaglia che non si vince per decreto
Tra chi guarda con favore al modello australiano e britannico e chi, come Amnesty International, parla di “diagnosi giusta, prescrizione sbagliata” perché il problema non sarebbe l'esistenza dei ragazzi sui social ma la progettazione delle piattaforme stesse — pensate per trattenere l'attenzione il più a lungo possibile — il dibattito resta aperto. Ed è proprio su questo punto che convergono, da prospettive opposte, la causa di Asti e la stretta di Londra: entrambe puntano il dito non tanto sui contenuti in sé, quanto sui meccanismi che li selezionano e li ripropongono senza sosta a chi è più vulnerabile.
Quello che resta, al netto delle norme e dei processi, è la fatica quotidiana di genitori che spesso si scoprono impreparati anche quando, come Irene Roggero, lavorano ogni giorno con i computer. “Pensavamo entrambi di essere in grado di gestire le insidie della rete. E invece no”, ha detto. È la stessa sensazione di impotenza che attraversa la vicenda di Ethan, scoperta dalla madre solo quando il danno era già fatto.
Vietare l'accesso, introdurre orari, imporre controlli sull'età: sono tutti tentativi di rispondere a una domanda che la politica, per ora, fatica ancora a sciogliere del tutto — come restituire ai più giovani uno spazio online che non sia costruito, prima di tutto, per non farli più uscire.
Se questo argomento riguarda anche te o una persona che conosci, parlarne con un medico, uno psicologo o un adulto di fiducia è un primo passo importante. In caso di emergenza è possibile contattare il Telefono Amico (02 2327 2327) o rivolgersi al pronto soccorso più vicino.





