Si dice sia meglio battere il ferro finché è caldo. Il caldo non ci è di certo mancato negli scorsi giorni e calda, caldissima, è stata la partecipazione al concorso fotografico "Astigiano Terra d'Amore", organizzato dagli amici dell'Associazione Italo Romena Alma Mater, terminato domenica scorsa. Vivace realtà culturale che, non certo solo per seguire il detto, ha appena dato il via alla prima edizione di “Uno e nessuno”, concorso letterario con l'encomiabile obiettivo di promuovere la scrittura come strumento di riflessione, dialogo e crescita personale.
Concorso che invita a confrontarsi con il tema dell’identità, dell’appartenenza e delle trasformazioni che accompagnano il percorso di ognuno di noi. Tema introspettivo di indubbio carattere universale, nella certezza che tutti si siano prima o poi confrontati con il non sempre facile rapporto tra la propria unicità e la mancanza di un riconoscimento, di un ruolo che dia valore all’essere uno, fino a sentirsi nessuno. Nuovo appuntamento, pensato per continuare a creare spazi di incontro, promuovendo il valore della cultura come strumento di inclusione e dialogo tra comunità. Per partecipare basta scansionare il proprio elaborato, inedito e della lunghezza massima di due pagine formato A4, e inviarlo al numero WhatsApp 392 1805820. C'è tempo fino al 1° gennaio del prossimo anno, ma, considerato il peso introspettivo del tema, credo possa essere meglio iniziare subito a scrivere.
Scrivere di sé e del rapporto con gli altri mi riporta facilmente al Vitangelo di Pirandello. Uno per sé e per gli altri, fino alla brutale perdita di quella certezza, sostituita dalla moltiplicazione dei punti di vista prodotta dagli sguardi della società. Infiniti sguardi, fino a portarlo alla conclusione che il suo io in realtà non esista. Lapidaria messa a fuoco dell'alienazione moderna e dell'estrema difficoltà di un'esperienza autentica, già intuite da molti altri pensatori. Scrittori e filosofi come Henri-Louis Bergson, insignito nel 1927 del Premio Nobel per la letteratura, in onore alla sua opera che andava ben oltre le tradizioni ottocentesche del positivismo, incentrando il crescere umano sull’adattamento dinamico all'ambiente. Adattamento che oggi, erroneamente, molti chiamano resilienza. Termine che proprio non sopporto, vivendolo, mio limite, forse, quale pessimo sostituto, dal dolce profumo benzodiazepinico, di lotta, resistenza, rivolta e rivoluzione; viatico lessicale al sentirsi sempre meno uno, sempre più nessuno.





