Il vento forte ha rischiato di diventare il protagonista inatteso del Pride 2026. Durante la manifestazione, alcune raffiche particolarmente intense hanno fatto temere per qualche minuto una conclusione anticipata dell'evento, mettendo alla prova organizzatori e partecipanti.
L'allarme, però, è rientrato rapidamente e il corteo ha potuto proseguire lungo il percorso previsto, trasformando una giornata iniziata con qualche apprensione in una grande festa di inclusione, diritti e libertà.
Il corteo è partito da viale alla Vittoria, nei pressi del parco della Resistenza, per attraversare il centro cittadino lungo il percorso annunciato nei giorni scorsi: corso Einaudi, corso Matteotti, via Grassi, via Brofferio e via Cavour, fino all'arrivo in piazza San Secondo. Ad accompagnare la sfilata, oltre 3.000 persone secondo le stime degli organizzatori, tra bandiere arcobaleno, musica e cartelli con gli slogan legati al claim scelto per quest'anno, "Diritti alla felicità". Lungo il tragitto diverse attività commerciali hanno risposto all'appello dell'associazione addobbando le proprie vetrine a tema Pride, contribuendo a colorare le strade attraversate dal corteo.
Il corteo si è sciolto in serata in piazza San Secondo, dove sul palco si sono susseguiti gli interventi conclusivi. A chiudere la giornata è stato il discorso del presidente dell'associazione Asti Pride, Patrizio Onori, che ha ripercorso il senso della manifestazione partendo da una premessa: "Ogni Pride nasce perché, a un certo punto della storia, qualcuna e qualcuno ha trovato il coraggio di dire basta, basta alla paura, basta al silenzio". Un Pride, ha aggiunto, che riguarda "tutte e tutti", perché "una democrazia non si misura da come protegge chi è già forte" ma "da come tutela chi rischia di essere marginalizzato".
"La libertà non ha passaporto"
Onori si è poi soffermato sul significato del claim scelto per l'edizione 2026: "'Diritti alla felicità' non è uno slogan, è un'idea di società", ha spiegato, ricordando che la felicità "nasce quando ogni persona può vivere liberamente la propria vita, amare senza paura, costruire una famiglia, autodeterminarsi". Un passaggio del discorso è stato dedicato allo scenario internazionale, tra la guerra in Ucraina e la crisi umanitaria a Gaza, con un richiamo alla necessità di difendere "il rispetto del diritto internazionale" e "la tutela delle popolazioni civili". L'associazione ha rivolto un pensiero anche alle persone LGBTQIA+ perseguitate in altri Paesi, dalla Russia all'Uganda al Senegal, sottolineando che "la libertà non ha passaporto".
Il discorso si è poi concentrato sulla situazione italiana, con un passaggio critico sul progressivo utilizzo di un linguaggio che, secondo Onori, alimenta "paura e diffidenza verso le differenze", citando il mancato riconoscimento delle famiglie omogenitoriali, lo stallo sul matrimonio egualitario e il naufragio di una legge contro l'omobilesbotransfobia. Un riferimento è arrivato anche rispetto alla ripresa, in alcuni contesti politici, di linguaggi e simboli richiamati alla memoria storica del Paese, definiti motivo di preoccupazione "non per il vocabolario" ma per "la cultura politica che quella parola richiama".
"Una società dove nessuno deve più avere paura di essere sé stesso"
Un momento di particolare intensità è arrivato quando Onori ha fatto riferimento alla recente vicenda che ha coinvolto Mirko Moriconi e sua madre Kety Andreoni, sulla quale, ha precisato, saranno la magistratura e le indagini a chiarire le responsabilità. Asti Pride ha invitato a trasformare quella vicenda "in un impegno", quello di costruire "una società nella quale nessuna ragazza e nessun ragazzo debbano più avere paura di essere sé stessi".

Non è mancato un passaggio dedicato ad Asti e alle sue istituzioni. Onori ha ribadito la richiesta, già avanzata nei mesi scorsi, che il Comune aderisca alla rete READY, definendola "una scelta politica e culturale" prima ancora che un gesto simbolico, e ha rivolto un appello alle forze politiche cittadine e ai futuri candidati sindaco, chiedendo "un'amministrazione capace di guardare avanti" sul fronte dei diritti civili.
Il discorso si è chiuso con un richiamo al senso più profondo della manifestazione: "Il Pride non è una parata, è una scelta", ha detto Onori, promettendo che l'impegno dell'associazione proseguirà "per chi oggi vive nella paura" e "per chi non può ancora fare coming out", fino al giorno in cui, ha concluso, "la felicità non sarà il privilegio di alcuni, ma il diritto di tutte e di tutti".





