Al Direttore - 13 agosto 2026, 17:23

Ferlisi: "Educhiamo anche lo sguardo: il corpo delle donne non è uno spettacolo"

Riceviamo le riflessioni della capogruppo PD, , stimolata dalla visione degli Europei di Atletica, su come la società affronti il tema

Nadia Battobletti, oro nei 5.000 e domani in gara nei 10.000

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In occasione degli Europei di atletica, è emersa una questione che riguarda in particolare la rappresentazione dell’atletica femminile: il modo in cui le telecamere scelgono di raccontare il corpo delle atlete.

Ho letto con interesse la notizia relativa alle nuove linee guida per le riprese televisive, che invitano a evitare inquadrature che indugino su parti del corpo delle atlete quando quei dettagli non sono necessari per raccontare la gara. Qualcuno potrebbe considerarle regole eccessive, quasi una forma di censura. Io credo invece che dietro questa scelta ci sia una riflessione culturale importante. Perché il problema non è il corpo femminile. Il problema è lo sguardo con cui ancora troppo spesso lo osserviamo e lo raccontiamo.

Il corpo di un’atleta è forza, allenamento, sacrificio, tecnica, disciplina. È lo strumento attraverso il quale una donna esprime talento e raggiunge risultati costruiti con anni di lavoro. Eppure, ancora oggi, può accadere che una telecamera scelga di soffermarsi su una parte del suo corpo, trasformandola in un elemento di spettacolo che nulla ha a che vedere con la competizione. È qui che emerge una certa morbosità.

Non nella bellezza del corpo femminile, che non ha nulla di cui vergognarsi e non deve essere nascosta. La bellezza non è il problema. La mercificazione dello sguardo lo è. Una donna può essere bella, può avere un corpo atletico, forte, muscoloso, può essere giovane o meno giovane. Ma prima di tutto è una persona, una professionista, un’atleta. E quando corre, salta, lancia o compete, dovrebbe essere raccontata per quello che sta facendo, non per la parte del suo corpo che qualcuno decide di trasformare in spettacolo.

La questione, però, va oltre lo sport. Viviamo ancora in una società nella quale troppo spesso una donna viene giudicata per il suo aspetto prima ancora che per le sue capacità. L’età, il corpo, l’abbigliamento, il modo di apparire sembrano talvolta diventare criteri per stabilire quanto sia credibile, autorevole o interessante. È una cultura che considero obsoleta e, in qualche sua manifestazione, anche un po’ malata. Ed è proprio per questo che credo che certe regole possano essere utili.

Le regole non servono soltanto a vietare o a punire. Possono anche educare. Possono educare chi realizza le riprese, chi costruisce un’immagine, chi racconta una competizione. Ma possono anche educare chi guarda. Perché ciò che vediamo continuamente finisce per diventare normale. Se per anni la televisione indugia sul corpo delle donne anche quando non è pertinente alla storia che sta raccontando, quello sguardo rischia di essere percepito come naturale, inevitabile, quasi innocente.

Al contrario, scegliere di non mostrare ciò che non serve significa proporre un altro modo di guardare. Non significa reprimere la femminilità. Non significa negare la bellezza. Significa semplicemente restituire alla bellezza il suo posto e alla persona la sua interezza. Una telecamera può scegliere di raccontare un’atleta attraverso un dettaglio del suo corpo oppure attraverso la sua concentrazione prima della gara, la fatica, la tecnica, la determinazione, la gioia dopo un risultato, la delusione dopo una sconfitta.

Può raccontare il corpo come strumento di una prestazione oppure trasformarlo in un oggetto da osservare. Sono due cose molto diverse. E allora penso che quelle linee guida non debbano essere considerate soltanto come un insieme di indicazioni tecniche per chi fa televisione. Possono rappresentare un piccolo ma significativo passo culturale. Perché cambiare il modo in cui raccontiamo le donne può contribuire a cambiare anche il modo in cui impariamo a guardarle. E questo riguarda tutti noi.

Riguarda le televisioni, i giornali, i social, la pubblicità, lo sport e anche la nostra quotidianità. Dobbiamo imparare a guardare una donna nella sua interezza, senza ridurla al suo corpo. Anche quando quel corpo è bello. Anche quando è giovane. Anche quando attira l’attenzione. Perché una donna non perde la propria femminilità quando viene rispettata: acquista semplicemente la libertà di essere vista per ciò che è e per ciò che sa fare. E forse il vero obiettivo di queste regole è proprio questo: non insegnarci a non guardare, ma insegnarci a guardare meglio. Perché anche uno sguardo può essere educato.

E una società che impara a guardare con più rispetto è una società che, lentamente, diventa più libera.

Maria Ferlisi - Capogruppo del Partito Democratico – Consiglio comunale di Asti

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