Ultimo capitolo (forse) della polemica nata dopo la lettera di Francesco Li Causi della Destra Sociale sull'appropriazione culturale dei cantautori e la risposta di Patrizio Onori, a cui era seguita la replica dello stesso Li Causi. Ora la contro-replica di Onori, per mettere fine alla discussione.
"Gentile Francesco Li Causi,
La ringrazio per la Sua replica. E parto proprio da ciò su cui siamo d’accordo: nessuno deve chiedere il permesso per ascoltare De André o Guccini.
Lei, però, mi invita a non parlare della destra in astratto. Accolgo volentieri l’invito. Guardiamo allora alla realtà politica nella quale Lei oggi si riconosce.
Il Movimento Indipendenza, che Lei ha rappresentato sul territorio, è confluito ufficialmente in Futuro Nazionale di Roberto Vannacci. Non è un dettaglio: è una scelta politica precisa.
E Futuro Nazionale ha fatto della remigrazione uno dei temi centrali della propria proposta, insieme allo slogan «L’Italia agli italiani». E allora la domanda diventa inevitabile: quando parliamo di remigrazione, di quali persone stiamo parlando? Di chi è arrivato da poco? Di chi vive qui da venti o trent’anni? Di chi lavora, paga le tasse, ha una famiglia, dei figli nati in Italia? Di chi è diventato cittadino italiano?
Chi decide chi appartiene abbastanza a una comunità da poterci restare?
È una domanda che non può essere liquidata dicendo semplicemente che gli ultimi non hanno tessera di partito.
Perché gli ultimi non hanno bisogno soltanto di essere aiutati: hanno bisogno di diritti, riconoscimento e uguaglianza. E quando decidiamo chi può restare, chi può formare una famiglia, chi può adottare, quale identità può essere riconosciuta, siamo già nel campo delle scelte politiche.
Ed è qui che torno a De André.
Non sto dicendo che De André appartenga alla sinistra. Sto dicendo che la sua opera ci ha insegnato a guardare oltre i confini della rispettabilità, dell’appartenenza e della maggioranza. A riconoscere l’umanità proprio in chi quei confini li attraversa o ne viene escluso.
Lei dice: «Posso amare La guerra di Piero senza diventare anarchico.»
Certamente. Ma nessuno Le chiede di diventare anarchico. Le chiedo soltanto di lasciarsi mettere in discussione da ciò che ascolta.
E permetta a me, da persona omosessuale, di aggiungere un’altra considerazione in merito al concetto di normalità tanto caro al Suo leader politico.
Roberto Vannacci, ha scritto e ripetuto che gli omosessuali «non sono normali» e, nel confronto con Alessandro Zan, ha ribadito: «Lei come omosessuale non rappresenta la normalità».
Vannacci ha poi spiegato che intendeva la normalità in senso statistico e che, secondo lui, essere minoranza significa essere “non normale”.
Possiamo discutere quanto vogliamo di definizioni statistiche.
Ma da omosessuale mi permetto di dire una cosa molto semplice: io non ho bisogno di essere dichiarato “normale” da nessuno. Ho bisogno di essere considerato una persona con gli stessi diritti e la stessa dignità degli altri.
Ed è proprio qui che le parole diventano politica.
Lei dice che solidarietà, libertà, dignità, pace e attenzione agli ultimi non sono né di destra né di sinistra.
È vero. Finché restano parole.
Quando diventano scelte concrete, però, assumono inevitabilmente un significato politico.
La dignità non è né di destra né di sinistra. Ma lo è decidere quali diritti riconoscere.
La libertà non è né di destra né di sinistra. Ma lo è decidere se debba valere anche per chi non rientra nei nostri modelli.
La solidarietà non è né di destra né di sinistra. Ma lo è stabilire chi includere e chi lasciare ai margini.
La musica non ha una tessera di partito. Le politiche, invece, sì.
E c’è un’ultima cosa sulla quale concordo con Lei: la libertà vale anche quando riguarda chi non la pensa come noi.
Per questo Salvini aveva tutto il diritto di partecipare a una commemorazione di De André. Ma gli altri avevano esattamente lo stesso diritto di interrogarsi sul significato politico e simbolico di quella presenza.
La libertà di partecipare non è libertà dalla critica.
E allora continui pure ad ascoltare De André e Guccini. Io non Le chiederò mai di smettere.
Anzi, li ascolti fino in fondo.
Ascolti gli ultimi, i diversi, chi mette in discussione il potere, le convenzioni e le appartenenze.
E poi, se possibile, provi anche a mettere in pratica qualcosa di quello che ha ascoltato.
Perché cantare gli ultimi è facile.
Più difficile è stare dalla loro parte quando diventano scomodi o poco utili al tornaconto elettorale.
Parlare di libertà e di diritti è facile.
Più difficile è difenderla e riconoscerli quando riguardano persone che non ci “piacciono”.
E forse è proprio qui che si misura la differenza tra possedere una canzone e averne davvero compreso il significato".
Patrizio Onori
(cittadino senza tessera di partito)