La pausa pranzo è diventata una voce sempre più visibile nel bilancio di chi lavora. Tra il costo di un pasto consumato fuori casa e quello della spesa alimentare, anche pochi euro al giorno possono trasformarsi in una cifra rilevante alla fine del mese.
In questo scenario, i buoni pasto tornano al centro delle politiche aziendali perché permettono di sostenere il potere d’acquisto senza confondersi con un semplice aumento in busta paga. Le novità fiscali introdotte dal 2026 rafforzano soprattutto il formato elettronico, mentre le regole sulle commissioni cercano di rendere il sistema più sostenibile per gli esercizi convenzionati. Per capire la portata del cambiamento occorre distinguere il valore nominale del ticket, la quota esente da imposte e le modalità concrete con cui il beneficio può essere utilizzato.
Perché i buoni pasto sono diventati più importanti contro il caro vita?
La ragione è immediata: destinano una parte del trattamento riconosciuto al lavoratore a una spesa quotidiana difficilmente rinviabile. L’alimentazione incide su tutti i bilanci familiari e l’aumento dei prezzi accumulato negli ultimi anni ha ridotto il margine disponibile per altre necessità.
Secondo l’Istat, tra il 2019 e il 2024 la spesa per consumi delle famiglie è cresciuta del 7,6%, mentre l’inflazione misurata nello stesso periodo dall’indice armonizzato ha raggiunto il 18,5%. Nel 2024 il 31,1% delle famiglie ha inoltre dichiarato di aver provato a limitare la quantità o la qualità degli alimenti acquistati.
La pressione non è scomparsa con il rallentamento dell’inflazione generale. Nella media del 2025, i prezzi dei prodotti alimentari e delle bevande analcoliche sono aumentati del 2,9%, mentre i servizi ricettivi e di ristorazione hanno registrato un incremento del 3,4%. Sono variazioni più contenute rispetto ai picchi degli anni precedenti, ma si applicano a livelli di prezzo già elevati.
Un contributo giornaliero destinato al pranzo o alla spesa può quindi produrre un effetto percepibile, soprattutto per chi lavora fuori casa cinque giorni alla settimana. Il vantaggio non risolve da solo il problema dell’aumento del costo della vita, ma riduce una voce ricorrente che pesa per diverse centinaia di euro ogni mese.
Cosa cambia con la soglia esentasse dei buoni elettronici a 10 euro
Dal 1° gennaio 2026 il limite giornaliero che non concorre alla formazione del reddito da lavoro dipendente è salito da 8 a 10 euro per i buoni pasto elettronici. La soglia relativa al formato cartaceo resta invece fissata a 4 euro. La misura, prevista dalla Legge di Bilancio 2026, interviene sull’articolo 51 del Testo unico delle imposte sui redditi e rende il supporto digitale più conveniente dal punto di vista fiscale e contributivo.
È importante chiarire un equivoco frequente: la nuova soglia non obbliga automaticamente tutte le imprese a portare il valore del ticket a 10 euro. Indica l’importo massimo giornaliero che può essere riconosciuto in forma elettronica senza essere trattato come reddito imponibile. Il valore effettivo continua a dipendere dal contratto collettivo applicato, dagli accordi aziendali, dai regolamenti interni o dalla decisione del datore di lavoro.
L’effetto può essere misurato con un esempio. Un dipendente che riceve 10 euro per 20 giornate lavorate dispone di 200 euro mensili destinati ai pasti o agli acquisti alimentari. Con un valore di 8 euro avrebbe ricevuto 160 euro: la differenza è di 40 euro al mese. Considerando 220 giornate lavorative annue, l’incremento potenziale raggiunge 440 euro.
Si tratta di capacità di spesa vincolata, e non di denaro liberamente utilizzabile. Proprio la destinazione alimentare, però, rende il beneficio coerente con l’obiettivo di attenuare l’impatto del caro vita sulle necessità quotidiane.
Quanto vale davvero il beneficio per il lavoratore?
Il vantaggio principale consiste nel fatto che, entro la soglia prevista, il valore ricevuto non viene ridotto dalla normale tassazione sul reddito di lavoro. Un buono elettronico da 10 euro mantiene quindi la propria capacità nominale di acquisto presso gli esercizi aderenti. Una somma della stessa entità inserita nella retribuzione ordinaria sarebbe invece soggetta alle regole fiscali e contributive applicabili allo stipendio.
Il ticket, tuttavia, non equivale al contante. È personale, non può essere ceduto, commercializzato o convertito in denaro. La normativa consente di cumularne fino a otto nella stessa operazione e ne permette l’impiego presso ristoranti, bar, supermercati e altri esercizi convenzionati autorizzati alla somministrazione o alla vendita di prodotti alimentari. Il titolo deve essere utilizzato per il suo valore e non dà diritto alla restituzione di denaro.
La convenienza reale dipende anche dalla rete disponibile. Un ticket dal valore elevato serve poco se nei dintorni dell’ufficio, dell’abitazione o lungo il tragitto casa-lavoro gli esercizi aderenti sono pochi. Prima di giudicare il beneficio dalla sola cifra riportata nei documenti aziendali, conviene controllare l’app o lo store locator dell’emittente, verificare le categorie di prodotti ammesse dal singolo punto vendita e prestare attenzione alla data di scadenza.
Conta anche la libertà di scelta. Chi preferisce pranzare a casa o prepara il pasto in anticipo può utilizzare il credito per la spesa alimentare, nel rispetto delle condizioni del circuito. Chi lavora in presenza può invece destinarlo a bar, tavole calde e ristoranti. Questa flessibilità rende il benefit adattabile ad abitudini molto diverse.
Perché i buoni pasto possono convenire anche alle imprese?
Per l’azienda rappresentano uno strumento di remunerazione complementare con costi prevedibili e facilmente programmabili. Entro i limiti fiscali, il valore non entra nella base imponibile del dipendente e non viene trattato come una normale componente dello stipendio. La spesa collegata al servizio segue inoltre una disciplina specifica, che può renderla più efficiente rispetto all’erogazione della stessa cifra come retribuzione, purché siano rispettate le condizioni normative e contabili.
Il beneficio è adatto anche alle piccole e medie imprese perché non richiede l’allestimento di una mensa interna. L’organizzazione può stabilire il valore giornaliero, definire le giornate di maturazione e gestire le ricariche attraverso piattaforme digitali. Questa formula permette di offrire un sostegno concreto anche in aziende con pochi dipendenti o distribuite su più sedi.
La scelta richiede comunque coerenza. Regole poco chiare su assenze, trasferte, lavoro agile e part-time rischiano di generare disparità percepite e richieste continue all’amministrazione del personale. Un regolamento semplice, condiviso e accessibile riduce gli errori e aiuta i dipendenti a capire quando il beneficio viene maturato.
Per impostare il servizio può essere utile confrontarsi con operatori capaci di integrare tecnologia, assistenza e copertura territoriale. Welfare Pellegrini è una welfare company italiana attiva nella progettazione di soluzioni per il benessere aziendale, con un’offerta che comprende ticket per la ristorazione, buoni acquisto, flexible benefit e fuel voucher, oltre a strumenti digitali rivolti a imprese, dipendenti ed esercenti. La valutazione dovrebbe comunque partire dai bisogni concreti della popolazione aziendale e dalla facilità di utilizzo quotidiano, anziché dal solo prezzo di acquisto del servizio.
Cosa cambia per bar, ristoranti e supermercati convenzionati?
Per gli esercenti il cambiamento più rilevante riguarda il limite applicato alle commissioni. La Legge annuale per il mercato e la concorrenza ha esteso agli accordi del settore privato il tetto del 5% del valore nominale, già previsto per gli affidamenti pubblici. Dopo il periodo transitorio terminato alla fine del 2025, il limite è entrato pienamente nel quadro operativo dei rapporti tra società emittenti ed esercizi aderenti.
La misura punta a ridurre il costo sostenuto da ristoratori e commercianti quando incassano un ticket. L’effetto concreto dipende comunque da altri elementi, tra cui i tempi di rimborso, le condizioni contrattuali, i costi tecnologici e il volume delle transazioni.
Un equilibrio migliore può rendere più sostenibile l’accettazione dei titoli e favorire una rete più ampia. Il risultato riguarda direttamente i lavoratori: una maggiore adesione da parte delle attività di prossimità significa poter utilizzare il credito in più negozi, ristoranti e supermercati, anche lontano dai grandi centri commerciali.
Il settore ha già una dimensione significativa. Secondo l’associazione di categoria ANSEB, nel 2024 più di 150.000 imprese offrivano il servizio ai propri collaboratori e oltre 170.000 esercizi risultavano convenzionati. Numeri di questa portata spiegano perché le regole sulle commissioni abbiano conseguenze che superano il rapporto tra emittente e ristoratore: incidono sulla concorrenza, sulla capillarità dei circuiti e sulla possibilità di spendere i buoni nelle attività locali.
Come scegliere il servizio più adatto senza creare disagi?
La scelta migliore è quella che rende il benefit semplice da usare e da amministrare. Per un’impresa con sedi distribuite sul territorio, la copertura della rete viene prima di molte funzioni accessorie. Per una realtà con personale giovane, mobile o abituato agli strumenti digitali possono pesare maggiormente l’app, il pagamento tramite smartphone, la visibilità immediata del saldo e l’aggiornamento costante degli esercizi aderenti.
Anche l’assistenza merita attenzione. Un dipendente che non riesce a pagare, una carta smarrita o una ricarica non visibile trasformano rapidamente un vantaggio apprezzato in una fonte di frustrazione. Dal lato aziendale sono utili procedure chiare per ordinare i ticket, assegnarli, correggere eventuali errori e produrre report compatibili con la gestione delle presenze.
Per le attività commerciali del territorio contano invece la trasparenza del contratto, i tempi di accredito, la facilità di accettazione tramite POS e l’assenza di costi accessori poco leggibili. La qualità del circuito nasce dall’equilibrio tra tutti i soggetti coinvolti: impresa, utilizzatore, società emittente ed esercente.
Prima di sottoscrivere un accordo, l’azienda dovrebbe quindi confrontare la copertura effettiva nelle aree in cui vivono e lavorano i dipendenti. Una rete nazionale molto ampia può risultare meno utile di una presenza locale ben distribuita nei quartieri, nei piccoli comuni e nelle zone industriali realmente frequentate dal personale.
Come trasformare il ticket in un sostegno realmente utile?
L’efficacia dipende dalla combinazione tra importo, rete e chiarezza delle regole.
I dipendenti dovrebbero controllare con regolarità saldo, scadenze e punti vendita aderenti, evitando di accumulare credito che potrebbe diventare difficile da utilizzare entro i termini previsti.
Le imprese hanno invece interesse a verificare periodicamente se il valore assegnato è ancora coerente con i prezzi locali della ristorazione e con gli obiettivi del piano aziendale. Un ticket rimasto invariato per molti anni può perdere gradualmente la capacità di coprire un pranzo, anche quando continua a essere formalmente presente nel pacchetto riconosciuto al personale.
La soglia esente di 10 euro offre dal 2026 uno spazio di manovra più ampio, senza imporre una cifra identica a tutte le organizzazioni. Ogni datore di lavoro può valutare sostenibilità economica, composizione della forza lavoro e disponibilità di esercizi sul territorio.
Un importo adeguato, una rete capillare, strumenti digitali affidabili e criteri comprensibili trasformano così il buono pasto in una misura concreta contro il caro vita. Quando questi elementi mancano, il beneficio rischia invece di restare sulla carta, lontano dalle esigenze quotidiane di chi dovrebbe utilizzarlo.
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