Viviamo in un posto bellissimo - 10 settembre 2026, 18:29

Vacanze Astigiane ancora accompagnati da storia e storie

Nuova proposta d’itinerario che prende spunto da altre quattro storie lette su Astigiani, racconti particolari che invitano a scoprire un altro Astigiano

Vacanze Astigiane ancora accompagnati da storia e storie

Nelle scorse tre settimane ho scelto di riassumere una dozzina degli innumerevoli racconti di Astigiani, trimestrale di storia e storie, sparsi a man bassa nei 55 numeri fino ad ora pubblicati. Centinaia di storie su Asti e su molti dei borghi dell’Astigiano, pubblicate con articoli sempre particolari, incentrati su notizie non sempre note ai più. Racconti che è fin troppo facile e stimolante trasformare in originali inviti a scoprire molti nostri posti bellissimi. Fino ad ora, la proposta pare sia piaciuta e quindi ci rifaccio, accennandone altre quattro. Ultime quattro di tantissime, che nuovamente invito a scoprire dall’archivio online della testata. 

Contro la fame atavica in Val Bormida fioriscono i Polentoni 

La geografia dei “polentari”, delle polente e dei polentoni tocca parecchie regioni. Molte di queste sagre, animate da attive Pro Loco, sono di nascita relativamente recente, ma più d’una vanta origini antiche, collocabili intorno alla metà del Cinquecento. Così è per il territorio del Sud Astigiano, dove di Polentoni tradizionali se ne contano ben quattro: Bubbio, Cassinasco, Monastero Bormida e Roccaverano. Tanto che sono stati codificati come i “Polentoni della Valle Bormida”. Costanti nel tempo, queste ricorrenze si sono arricchite di cortei storici sempre più filologici, di mercatini che offrono prodotti locali e di eventi collaterali: spettacoli musicali e teatrali, mostre fotografiche e pittoriche e visite guidate ai vari borghi. Al netto del fresco di questi giorni, manca ancora qualche mese al periodo vocato alla polenta, ma i luoghi sono imperdibili anche in estate. Prendete Roccaverano, tra l’antica torre, la chiesa rinascimentale disegnata, pare, dal Bramante, lo spettacolo del ciclo di affreschi tardo quattrocenteschi della chiesa di San Giovanni, e il piacere di poter degustare l’unico formaggio caprino Dop d’Italia, è una meta a cui indubbiamente non manca nulla. 

Il dolce impero delle bustine di zucchero 

Pare che l’invenzione della bustina di zucchero sia avvenuta negli Stati Uniti, a Filadelfia, nel 1862: il signor Partridge avrebbe ideato questa speciale confezione con l’intenzione di fare pubblicità al suo locale mentre serviva il caffè. Le bustine di zucchero marchiate “Figli di Pinin Pero” che tutti siamo abituati a usare, rappresentano il prodotto più noto e diffuso dell’azienda di Nizza Monferrato. Se ne producono oltre un miliardo ogni anno. Azienda dalla lunga storia che inizia con Giuseppe Pero. Lasciata la nativa Rocchetta Tanaro alla fine dell’Ottocento, arrivò a Nizza e per sbarcare il lunario aprì, nei pressi della stazione ferroviaria in costruzione, una bottega di alimentari. Alla sua morte, moglie e figli si buttarono sulla specializzazione distributiva e produttiva dello zucchero in tutte le sue forme e varietà. La profonda conoscenza del mondo dello zucchero ha portato, da qualche anno, alla creazione di un centro di documentazione aziendale di 600 metri quadri, la «sug@R(T)_house». Un progetto che ha l’obiettivo di coniugare la didattica, la cultura, l’informazione, il costume e l’arte attraverso vari percorsi di visita, pensati per i piccoli e per i grandi, che toccano storia, lavorazione e curiosità. Si va dalla la produzione dallo zucchero semolato a quello ad elevata solubilità, lo zucchero grezzo di canna, lo zucchero a velo, i dolcificanti, e i diversi canali di distribuzione, fino alla bustina come canale pubblicitario; il collezionismo delle bustine di zucchero: club, associazioni, informazioni utili per i collezionisti; collezioni di bustine e zollette provenienti da tutto il mondo; un progetto artistico e culturale che sta coinvolgendo artisti e designer per rendere la bustina di zucchero non un semplice supporto in cui riprodurre creazioni artistiche o fotografiche, ma il centro stesso dell’attività dell’artista, un nuovo tipo di materiale. Il centro si visita solo su prenotazione, allo 0141 720011. 

Due lapidi vicine e una storia d’amore dell’Ottocento

Due lapidi affiancate si leggono sulla strada provinciale nel centro di Rocca d’Arazzo. Una singolarità, specialmente per un piccolo paese, che testimonia la storia della famiglia Cornero. Il primo marmo venne apposto dal Municipio il 20 settembre 1896 per ricordare il senatore Giuseppe Cornero. La seconda lapide nasconde una storia d’amore. Torniamo al 1862, quando Giuseppe Cornero è a Reggio Calabria per il suo primo incarico di Prefetto. Nelle feste cui partecipavano i dirigenti della nuova burocrazia ed esponenti della nobiltà locale la figlia Sofia conosce un gentiluomo calabrese, Gaetano Cammarota Adorno, se ne innamora e lo sposa. A Rocca d’Arazzo nel 1882 nasce il loro unico figlio Enrico. Un ragazzo vivace e che va a studiare a Roma diventando ingegnere civile. In quegli anni è conquistato dalla passione per il volo che era considerato un’attività da ardimentosi pionieri. Si arruola nel Genio Militare, l’Arma Aeronautica non esisteva ancora, diventando sottotenente di complemento. Per un paio d’anni si trasferisce a Parigi, dove frequenta l’Ecole Supérieure Aéronautique e dove consegue il brevetto di volo n. 13. A quel pilota, che concluse tragicamente la sua vita a soli 28 anni, è dedicata l’altra lapide, posta due anni dopo l’incidente aereo, il 3 dicembre 1912. Quando andrete a leggere le due targhe, non perdetevi di vedere da vicino l'imponente Palazzo Cacherano, costruito tra XVII e XVIII. Dell'antico castello invece, distrutto nel '600, restano solo tracce delle mura, ma la sua storia è legata alla cessione diretta di Rocca a Gian Galeazzo Visconti, riscontrabile nel Codex Astensis, dove sul castello sventola il Biscione dei Visconti. Poi dedicherei un sacco di tempo all'affascinante Pieve di Santo Stefano e Santa Libera: cappella romanica datata XI secolo, posta su un cocuzzolo da cui si domina il tutto. Visita terapeutica, che lì in cima, la pace unica e il panorama mozzafiato, riescono a dare senso al vivere. 
 

A Passerano risuonano le note di Schumann 

Tra i tanti castelli di cui è ricco l’Astigiano, quello di Passerano ha la peculiarità di riunire in sé motivi di interesse diversi, dalla storia all’arte e addirittura alla musica, che lo rendono unico sotto tanti punti di vista. Il maniero risale all’Alto Medioevo, ma l’aspetto odierno ci rimanda al 1300, quando già la località era feudo dei conti Radicati, i cui discendenti sono ancora gli attuali proprietari, e da allora ha subito alcune modifiche apportate prima nel Seicento e poi nell’Ottocento. Restano ancora tracce del ponte levatoio e diverse torri, una delle quali, quella che costituiva l’accesso al maniero, venne trasformata nel 1704 in campanile; vi sono poi due torricelle rotonde. Già all’esterno non mancano le sorprese: un edificio attiguo viene detto “la zecca”, ora è sede della biblioteca comunale, dove i Radicati battevano moneta dopo averne ottenuto concessione dall’imperatore Carlo V. Ma è soprattutto la musica a dare al castello di Passerano un’aura del tutto particolare. Un ambiente, la Stanza della Torre, conserva numerosi cimeli del grande compositore romantico tedesco Robert Schumann, tra cui libri, lettere, dipinti, fotografie e un pianoforte, acquistato dalla moglie del musicista, come dono di nozze per la figlia Julie, andata in sposa al conte Vittorio Amedeo Radicati, e vissuta dopo le nozze per tre anni proprio in questo castello, sino a poco prima della morte, avvenuta a Torino nel 1872. 

Davide Palazzetti

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