Sulla disabilità, ad Asti, sarebbe arrivato il momento di fare un'operazione molto semplice: memoria, chiarezza e verità.
Perché quando si parla dei 400 euro destinati ai caregiver familiari non basta rispondere che «sono pochi» e poi mettere sul tavolo i progetti di Vita Indipendente da 3.000 euro al mese. È vero: 400 euro sono pochi. Ma è altrettanto vero che quei 3.000 euro, quando le risorse disponibili finiscono dopo i primi tre beneficiari, non diventano magicamente una risposta per tutti gli altri.
E allora la domanda è un'altra: qual è oggi la politica complessiva del Comune di Asti per le persone con disabilità e per le loro famiglie?
Perché una politica seria non può limitarsi a citare la misura economica più consistente per dimostrare che qualcosa si sta facendo. Deve spiegare quante persone riesce realmente a sostenere, quali servizi mette a disposizione di chi resta fuori dalle graduatorie e cosa intende fare per tutti coloro che, semplicemente, non rientrano nei pochi posti finanziabili.
Fino alla fine del 2017 i progetti di Vita Indipendente erano regolamentati attraverso una valutazione delle condizioni sanitarie, sociali e patrimoniali delle singole persone, con contributi certamente non sufficienti a coprire tutti i costi, ma almeno proporzionati al costo della vita e utili per sostenere l'assunzione di un assistente personale con uno stipendio coerente con quei tempi.
Poi arrivò la prima Giunta Rasero e, con l'assessora Mariangela Cotto, cambiarono regolamento e criteri di valutazione. I contributi vennero ridimensionati e la Vita Indipendente rischiò di trasformarsi in poco più di un piccolo assegno caritatevole.
Con Eleonora Zollo avevamo creduto che potesse finalmente arrivare un cambio di passo. Anche perché conoscere direttamente la disabilità avrebbe potuto e dovuto significare trasformare quella esperienza in una maggiore capacità di comprendere i problemi e, soprattutto, di costruire risposte.
Il nuovo sistema ha effettivamente aumentato il contributo economico. Ma c'è un piccolo particolare: se le risorse disponibili vengono assorbite dai primi tre in graduatoria, per tutti gli altri la Vita Indipendente rimane un bellissimo concetto.
E qui torniamo al punto.
Non basta aumentare il contributo a chi riesce ad accedervi. Occorre costruire un sistema di servizi che consenta a molte più persone di vivere realmente in autonomia.
Servono:
- domotica e adattamento delle abitazioni, per favorire l'autonomia ed evitare istituzionalizzazioni;
- un vero team per la Vita Indipendente, che accompagni la persona nella ricerca dell'assistente, nelle pratiche di assunzione, nella gestione del rapporto di lavoro e nelle sostituzioni per ferie, malattia e permessi;
- sostegno psicologico non soltanto alla persona con disabilità, ma anche alla famiglia;
- una vera politica per il lavoro, che vada oltre il semplice rispetto degli obblighi di legge;
- un servizio che aiuti a trovare abitazioni accessibili;
- un trasporto pubblico realmente accessibile e gratuito per chi ne ha necessità;
- iniziative concrete per favorire partecipazione, socialità e inclusione.
Insomma, non soltanto assegni, ma servizi. Non soltanto graduatorie, ma diritti. Non soltanto annunci, ma presa in carico.
Naturalmente servono più risorse regionali e nazionali. Ma proprio qui dovrebbe entrare in campo la politica: chiedere più fondi, costruire relazioni istituzionali, esercitare peso e autorevolezza e, quando necessario, stabilire delle priorità.
Perché se una città trova risorse per molte cose, può anche decidere che una parte di quelle risorse venga destinata a chi ogni giorno deve fare i conti con la disabilità e la non autosufficienza.
Ed è proprio questo che dovrebbe essere il senso di una politica della disabilità: non utilizzare una misura per giustificarne un'altra, ma costruire un sistema nel quale nessuno venga lasciato indietro semplicemente perché è arrivato quarto in graduatoria.
Dopo quattro anni, sarebbe quindi legittimo aspettarsi qualche risposta in più e qualche dichiarazione di principio in meno.
Perché anche dire che i 400 euro sono insufficienti è facile.
La vera sfida è spiegare cosa si è fatto, cosa non si è fatto e cosa si intende fare per quelle famiglie che, quei 400 euro, quei 3.000 euro e quelle graduatorie le vivono sulla propria pelle.
Altrimenti rischiamo di continuare a fare una cosa molto italiana: raccontare quanto siamo bravi a occuparci dei problemi, mentre chi quei problemi li vive continua a cercare da solo le soluzioni.
Marco Castaldo





