(Adnkronos) - "Da sempre sostengo la mia innocenza, ma non vengo creduto. Mi accusano, mi hanno perquisito, vengo indicato come il marito mostro, ma contro di me c’è sempre stato solo fango. Ora spero che gli esperti, la scienza, la giustizia possano dimostrare che ho ragione". Lo afferma all'Adnkronos Sebastiano Visintin, indagato per l'omicidio della moglie Liliana Resinovich, la 63enne scomparsa da casa il 14 dicembre 2021 e trovata senza vita il 5 gennaio 2022 a Trieste.
Parole che arrivano dopo il deposito della perizia, circa 350 pagine, firmata dagli esperti Paolo Fattorini, Chiara Turchi ed Eva Sacchi, contenenti gli accertamenti di natura genetica, dattiloscopica e merceologica sui reperti.
Sul cordino al collo della vittima è stato individuato "solamente" il Dna della sessantatreenne, su quello che teneva unite le tre chiavi (nella borsa) sono identificati "due profili complessi" e il calcolo probabilistico "indica la presenza di un soggetto maschile allo stato ignoto". Per i periti "è fortemente probabile che le tracce di Dna maschile identificate dalla Polizia scientifica sul jeans e sul sacco nero che conteneva la parte inferiore del cadavere appartengano allo stesso soggetto maschile ignoto", si legge nella relazione che sarà discussa il prossimo 30 ottobre. "Le conclusioni sono chiare. Sul cordino intorno al collo di Liliana c’è solo il suo Dna, sui suoi jeans e sul sacchetto che le copriva i piedi c'è il Dna maschile di uno sconosciuto che spero avrà presto un nome per chiarire davvero cosa è accaduto quella mattina", spiega il marito difeso dagli avvocati Paolo e Alice Bevilacqua.
"E’ chiaramente scritto dai periti che sotto le suole delle scarpe di mia moglie non c’è nessun elemento riconducibile al pavimento del mio laboratorio. Lo ripeto da sempre, eppure la consulenza della famiglia Resinovich sosteneva che Liliana fosse stata uccisa in via Weiss. Oggi spero che anche loro possano ricredersi: io sono innocente", aggiunge. Per i periti, "non sono stati rilevati depositi macroscopici di terreno sulla suola tali da consentire un confronto con il terreno del roseto dell'ex ospedale psichiatrico provinciale di Trieste, luogo del ritrovamento del cadavere, o di altri luoghi", ma soprattutto "non sono stati inoltre rilevati trucioli o sfridi di acciaio che caratterizzano invece in modo diffuso i campioni del laboratorio di via Donadoni". Il confronto "non fornisce pertanto alcun elemento a supporto di un contatto tra le calzature della vittima e l'ambiente del laboratorio", evidenziano gli esperti.
"Le conclusioni dei periti parlano solo di compatibilità tra le fibre trovate sulla sua borsa e il suo giubbotto e quelle presenti sul mio giubbotto, ma solo perché le giacche, vivendo insieme, le tenevamo vicine. La verità è che con c’è nulla contro di me e spero che ora la Procura di Trieste e tutti ne prendano atto e cancellino le ombre su di me", conclude Sebastiano Visintin.





