La filosofia e le sue voci | 13 gennaio 2024, 09:00

Solitudine o isolamento?

Nuovo appuntamento con le riflessioni di Simone Vaccaro, per la rubrica "La filosofia e le sue voci"

Immagine elaborata da Arena Philosophika

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[I]n nessun luogo ci si sente più soli che nel brulichio della folla, in cui ci si addentra sconosciuti a chiunque

Goethe, Viaggio in Italia

Sarà questa una riflessione più sociologica, forse, che filosofica. II tema è attuale e si sente il rimbombo dei quotidiani, sovraccarico di espressioni, un po' retoriche, dei vari maître à penser: la nostra società sta precipitando inesorabilmente verso un destino di solitudine infinita, causata dal proliferare delle piattaforme social e quindi dallo sfilacciamento di quei rapporti sociali che sono stati al centro della formazione dei nostri genitori. È come se stesse progredendo inesorabilmente verso un regresso di tutto ciò che comporta impegno in prima persona, sforzo, apertura al prossimo e messa in gioco di se stessi tutto a vantaggio di uno status irremovibilmente piatto, privo di scossoni e, proprio per questo, sicuro. La solitudine diviene una condizione che assume connotati quasi salvifici: diviene il rifugio, la tana; quel luogo protetto, a distanza, quasi asettico. Molteplici sono le prognosi e i giudizi un po' sprezzanti di giudici inflessibili. 

Non dico che non sia così. In parte queste parole riescono a descrivere con una certa precisione un fenomeno che effettivamente è in atto. La solitudine, a qualunque età la si affronti, è un problema serio. Solitudine che si estende, ovviamente, anche in fasce di età più strutturate: basti pensare, giusto per fornire un esempio, al crescente utilizzo delle app di dating. Forse che il nostro destino di solitudine è un cammino che vogliamo a tutti costi evitare ma che, in quanto destino, appunto, ci è assegnato da un fato superiore? Non ho intenzione di fare un elogio della solitudine, né di cogliere in essa il male supremo che attanaglia le nostre società. Di certo, è un fatto che richiede di essere analizzato. E Goethe ci può fornire un interessante punto di vista.

Giunto a Venezia, ha potuto sperimentare la solitudine nella sua prismaticità: non si è mai così soli come quando si è circondati dalla folla che caoticamente prosegue per il suo cammino. Un fiume impetuoso di individui che perseguono ognuno il proprio scopo. Il livello di alienazione deve essere vertiginoso. Sentirsi invisibile pur essendo qui, presenti; sentirsi trasparenti, una cosa tra cose; sentirsi indifferenziato… Situazione piuttosto comune nelle grandi città. E allora? Goethe la solitudine la ricercava in fondo. Il suo era uno spirito romantico dopotutto, e si può facilmente comprendere il suo atteggiamento. La vicinanza all'Assoluto si può cogliere solo nella distanza dai relativi: per avvicinarmi a Lui, devo abbandonare loro. Ma questo è un discorso, come dire, invecchiato piuttosto maluccio. Che cosa è il fantomatico Assoluto? Perché poi orientare la propria esistenza in vista di una meta non meglio identificata? Però può dirci qualcosa di veramente significativo (e speranzoso): la solitudine, contrapposta all'isolamento, può divenire la palestra per una più matura relazione reciproca.

Simone Vaccaro

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Simone Vaccaro

Mi sono laureato in filosofia della religione presso l’Università degli Studi di Torino, discutendo una tesi dal titolo: Filosofia come linguaggio di fede in Karl Jaspers.

Professore a chiamata presso scuole secondarie di primo e secondo grado e ricercatore per passione, animo seminari e caffè filosofici presso l’Istituto Istruzione Superiore “V. Alfieri” di Asti.

Sono interessato principalmente alle questioni metafisico-ontologiche (che sono meno noiose di quanto possano sembrare!) e alla natura (teor)etica del pensiero filosofico.

Dal 2019 sono cofondatore e coredattore del blog filosofico Arena Philosophika, nato come piattaforma di confronto, di incontro e laboratorio estetico-concettuale.

Se volete essere catturati dal colorato mondo di Arena Philosophika, cliccate qui www.arenaphilosophika.it

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