A seguito del femminicidio di Zoe Trinchero, la giovane ragazza scomparsa sabato notte a Nizza Monferrato, Non una di meno Asti ha indetto un presidio questo pomeriggio alle 18:40 in piazza San Secondo. Segue il comunicato del collettivo:
La vita di una ragazza di 17 anni è stata spezzata questa notte a Nizza Monferrato.
La vita di Zoe Trinchero è stata letteralmente soffocata e gettata via da un uomo poco più grande di lei che non ha saputo accettare un rifiuto, che non ha riconosciuto i confini di chi aveva detto no.
L’autore del femminicidio ha confessato e, ancora una volta, il colpevole non è “l’altro” costruito dalla propaganda razzista, ma il figlio sano del patriarcato: un uomo cresciuto in una cultura del possesso che non insegna a leggere i limiti, a rispettare i confini, ad assumersi la responsabilità delle proprie azioni.
Chi ha ucciso Zoe non era uno sconosciuto, non era un mostro: faceva parte della sua cerchia di relazioni.
È lì che si consuma la violenza.
È lì che un rifiuto diventa un’offesa insopportabile.
È lì che si radica l’idea che una ragazza che dice no stia provocando, umiliando, togliendo qualcosa che “spetterebbe” a qualcun altro.
Ed è lì che, ancora una volta, una giovanissima donna viene uccisa per aver rivendicato il diritto più elementare: decidere per sé stessa.
Eppure, nelle ore immediatamente successive al ritrovamento di Zoe, sotto l’abitazione di un uomo indicato arbitrariamente come colpevole per il colore della sua pelle e per la sua fragilità psichica si è sfiorato il linciaggio. Perché l’uomo “nero” e “pazzo” è il colpevole perfetto per una società che non vuole guardarsi allo specchio. È la scorciatoia più comoda per non nominare la violenza maschile come fenomeno strutturale. Per continuare a usare i corpi delle donne come terreno di propaganda razzista e securitaria.
La verità è che la violenza è la norma. Non viene da fuori, cresce con noi.
Diciassette anni lei.
Venti lui.
Non possiamo più fingere che questo non dica nulla sulle generazioni che stiamo crescendo.
C’è qualcosa che non stiamo insegnando.
C’è qualcosa che stiamo lasciando marcire.
C'è una società che rifiuta di assumersi la responsabilità collettiva della violenza maschile.
E poi c'è la rabbia: la nostra. Perchè a pagarne il prezzo siamo noi.
Siamo stanche di contare vittime, di piangere adolescenti, di sentirci dire che è stato un raptus.
Non è mai stato un raptus. È il risultato di scelte politiche che tolgono parole, strumenti, possibilità. È la conseguenza di un approccio che ostacola l'educazione e la prevenzione, che interviene solo quando è troppo tardi, quando la violenza è esplosa senza ostacoli.
E in questo contesto pesa come un macigno l'assenza, nella provincia di Asti, di un centro antiviolenza femminista. Lasciare una comunità senza un presidio antiviolenza significa lasciare sole le donne, le ragazze e le soggettività più esposte, privarle di luoghi di ascolto, riconoscimento e prevenzione.
In questo vuoto, si alza il nostro grido di dolore, si fa strada la consapevolezza che questa violenza si poteva prevenire e si è scelto di non farlo. La consapevolezza che Zoe veniva uccisa mentre si cancellano il consenso, l’educazione, i servizi territoriali e a noi viene chiesto di piangere in silenzio.
Siamo furiose, sì, ma non cieche. La nostra è una rabbia che vede, riconosce, si fa sorellanza e lotta collettiva.
Per Zoe.
Per tuttə.
Perché nessuna debba più morire per aver detto no.










