L'aggravarsi del conflitto in Medioriente non rappresenta soltanto una drammatica emergenza umanitaria, ma sta rapidamente trasformandosi in una minaccia diretta per l'economia italiana. L'instabilità dell'area, culminata con le tensioni che coinvolgono l'Iran e l'incertezza sul transito attraverso lo Stretto di Hormuz, rischia di soffocare la ripresa dei consumi e di mettere in ginocchio migliaia di piccole e medie imprese.
Giorgio Felici, presidente di Confartigianato Imprese Piemonte, ha espresso profonda preoccupazione per un quadro geopolitico che penalizza fortemente il tessuto produttivo locale: "Le tensioni in atto non rappresentano solo una tragedia umana e sociale, ma costituiscono una minaccia concreta per la stabilità economica globale e per il nostro tessuto produttivo fatto di micro e piccole imprese", ha dichiarato, sottolineando come il Piemonte sia la seconda regione in Italia per esposizione dell'export verso il Medio Oriente, con vendite che valgono 2,6 miliardi di euro. Davanti si colloca solo la Toscana, con un valore di 3,1 miliardi.
A pesare sul futuro delle imprese sono soprattutto i costi energetici. Prima dell'inizio delle operazioni contro il regime iraniano, lo scorso 27 febbraio, il gas era scambiato a 32 euro al megawattora. In pochi giorni, la quotazione è balzata a 55,2 euro, trascinando con sé l'energia elettrica, passata da 107,5 a 165,7 euro. Secondo le stime di Confartigianato, questa impennata potrebbe tradursi in un aggravio di 879 milioni di euro per le sole imprese piemontesi, mentre la Lombardia rischia di pagare il conto più salato con un aumento di 2,3 miliardi. "Un'ulteriore impennata dei prezzi legata alla crisi energetica internazionale potrebbe tradursi in un raddoppio dei costi vivi di produzione", conclude Felici, sollecitando un intervento politico contro gli squilibri speculativi.
Il tema della speculazione è centrale anche nel settore dei trasporti, dove si registra una preoccupante anomalia: mentre il prezzo del petrolio cala, il costo del gasolio alla pompa resta elevatissimo. Cinzia Franchini, presidente nazionale dell'associazione Ruote Libere, ha evidenziato come, nonostante il greggio WTI sia sceso di oltre il 10% attestandosi attorno agli 84 dollari al barile, il diesel rimanga stabile tra 1,90 e 1,92 euro al litro.
"È la dimostrazione che qualcosa non funziona nella formazione dei prezzi dei carburanti e che la speculazione continua a correre più veloce delle istituzioni", ha affermato. La presidente segnala inoltre pressioni anomale da parte dei fornitori, che avrebbero spinto le imprese ad acquistare carburante a prezzi gonfiati paventando rincari fino a 3 euro al litro. Sotto la lente d'ingrandimento finisce anche la gestione governativa: Franchini ha richiamato il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, chiedendo che alle denunce sulla speculazione seguano fatti concreti.
La richiesta delle associazioni di categoria è univoca: è necessario attivare il meccanismo delle accise mobili. Con l'aumento dei prezzi, lo Stato beneficia di un maggiore gettito Iva che, secondo gli operatori, dovrebbe essere immediatamente restituito a famiglie e imprese per calmierare i costi alla pompa. In un Paese dove l'85% delle merci viaggia su gomma, l'immobilismo sui carburanti rischia di innescare una spirale inflattiva insostenibile per l'intero sistema Italia.










