La domanda che ha accompagnato tante conversazioni sulla guerra a Gaza è anche quella da cui parte la mobilitazione presentata questa mattina ad Asti: che cosa può fare una persona comune davanti a una tragedia che sembra impossibile da fermare? La risposta proposta dalla società civile astigiana tra cui Coordinamento Asti Est, Welcoming Asti e altre realtà astigiane aderenti alla campagna nazionale BDS passa attraverso un gesto quotidiano, apparentemente marginale, ma che i promotori vogliono trasformare in una scelta collettiva: chiedere un farmaco equivalente di una marca diversa da Teva, la multinazionale farmaceutica israeliana.
La presentazione si è svolta in piazza Libertà oggi, giorno di mercato, per lanciare pubblicamente in città la campagna di boicottaggio "Teva? No grazie!", promossa da BDS Italia insieme a Sanitari per Gaza. Al centro dell'iniziativa c'è la denuncia di quelli che gli attivisti considerano i rapporti tra l'azienda e le politiche del governo israeliano, nel contesto di quella che definiscono una distruzione sistematica della popolazione palestinese.
Non si tratta, nelle intenzioni dichiarate dai promotori, di un boicottaggio motivato dalla nazionalità dell'impresa, ma dalle responsabilità che le vengono attribuite. È una distinzione sulla quale insiste Luisa Rasero, che richiama anzitutto le dimensioni dell'azienda e la sua presenza nel mercato dei medicinali.
"Teva Farmaceutica è un'azienda grandissima, una big pharma, leader nel campo dei farmaci generici e quindi, siccome molti prendiamo farmaci, è altamente probabile che stiamo prendendo qualche farmaco Teva".
Il ragionamento parte proprio dalla diffusione dei medicinali generici: un prodotto che entra nella vita delle persone attraverso la necessità di curarsi, non attraverso una scelta ideologica. Per questo, secondo Rasero, il boicottaggio può raggiungere anche chi non partecipa abitualmente alle manifestazioni, non frequenta associazioni e non ha strumenti diretti per incidere sulle decisioni dei governi.
"Noi non ce l'abbiamo non con quello che uno è, ma con quello che uno fa", afferma, indicando il criterio che, nella lettura dei promotori, distingue una contestazione delle responsabilità aziendali da una discriminazione basata sull'origine.

Le accuse alla multinazionale e la richiesta ai cittadini
Rasero entra poi nel merito delle ragioni della campagna. Secondo quanto sostiene l'attivista, Teva appoggerebbe le politiche del governo guidato da Benjamin Netanyahu e avrebbe sostenuto un battaglione dell'esercito israeliano, anche attraverso contributi economici e iniziative di supporto psicologico ai soldati.
Sono contestazioni che fanno parte del dossier di BDS Italia, secondo cui l'azienda avrebbe sostenuto iniziative rivolte ai militari israeliani. Il movimento descrive Teva come un soggetto economicamente e politicamente coinvolto nel sistema contestato dagli attivisti. L'azienda, sul proprio sito istituzionale, si presenta invece come una multinazionale biofarmaceutica con una vasta attività nei medicinali generici e innovativi.
Il tono di Rasero, durante la conferenza, è netto e non cerca attenuazioni: "Teva sostiene, per bocca del suo amministratore delegato, fior di dichiarazioni, la politica del governo Netanyahu e patrocina anche un battaglione dell'esercito israeliano, fornendo contributo economico e supporto psicologico. Perché fare un genocidio è stressante e quindi c'è bisogno di supporto psicologico, sono senza parole".
È una denuncia netta, formulata dagli organizzatori per spiegare perché ritengano necessario intervenire anche sul piano dei consumi. Il boicottaggio viene proposto come una forma di pressione civile e nonviolenta, nella convinzione che le scelte di acquisto e le richieste dei cittadini possano avere un peso quando diventano diffuse.
"Noi chiediamo che le nostre medicine non siano macchiate del sangue degli innocenti, di 70mila persone", dice Rasero, richiamando il costo umano che gli attivisti associano alle politiche israeliane.
La richiesta non è rivolta soltanto ai consumatori. I promotori intendono coinvolgere anche farmacisti, medici e ordini professionali, chiedendo che si apra un confronto sulle alternative disponibili e sulle responsabilità delle aziende che operano nel settore sanitario.
"Chiediamo ai farmacisti di consigliare un farmaco alternativo, di un'altra marca. Chiediamo ai medici di partecipare alla campagna, chiediamo ai cittadini di usare il piccolo potere, che poi moltiplicato per tanti non è anche tanto piccolo come consumatori, chiedendo al farmacista un altro farmaco".
La campagna nazionale precisa che l'invito a boicottare Teva vale quando sia possibile farlo senza ledere il diritto alla salute dei pazienti. Un passaggio essenziale anche sul piano pratico: nessuna terapia va sospesa o modificata autonomamente. L'eventuale sostituzione deve essere valutata con il medico o il farmacista, sulla base delle esigenze cliniche e della disponibilità di equivalenti appropriati.

Il volantino, le reazioni e la fatica di ascoltare
La campagna si misura anche con una difficoltà che gli organizzatori conoscono bene: riuscire a ottenere attenzione in una società attraversata da molte emergenze, nella quale le persone vengono continuamente sollecitate da messaggi politici, raccolte firme e iniziative pubbliche.
Michele Clemente racconta di aver incontrato reazioni diverse durante le attività di sensibilizzazione. Ci sono persone indifferenti, altre che reagiscono male, ma anche cittadini che ringraziano per aver ricevuto il volantino e riconoscono il valore dell'iniziativa. Per Clemente, la posta in gioco riguarda prima di tutto la coscienza individuale: "Noi crediamo che questa sia una campagna che per la coscienza possono fare davvero tutti, anche chi è solo minimamente democratico".
Il suo ragionamento si allarga alla responsabilità storica e al rapporto tra la memoria delle persecuzioni subite dagli ebrei e la condotta dello Stato di Israele nei confronti dei palestinesi. Una lettura politica molto dura, che Clemente sintetizza in un'affermazione altrettanto netta: "Noi crediamo che chi è più antisemita oggi è proprio Israele stesso nei confronti degli ebrei".
È il suo modo di esprimere una contraddizione che considera intollerabile: la storia di un popolo perseguitato non può, nella sua visione, diventare una giustificazione per le sofferenze inflitte a un altro popolo. Il bersaglio dichiarato della campagna resta il comportamento dell'azienda e il sistema politico-militare che gli attivisti le attribuiscono come riferimento, non l'identità delle persone.
Gullino: "Questa cosa ci sta definendo come esseri umani"
Per Samuele Gullino, la campagna su Teva va letta dentro una questione più ampia: la difficoltà delle società occidentali di reagire davanti alle immagini e alle notizie che arrivano da Gaza. Il rischio, osserva, è che la ripetizione dell'orrore finisca per renderlo familiare e che la moltiplicazione delle emergenze contribuisca a spostarlo ai margini dell'attenzione pubblica.
"Non è mai successo nella storia dell'uomo che per tre anni si sia perpetrato, davanti agli occhi di tutto il mondo, un genocidio e che nessun governo occidentale, o quasi nessuno, si sia contrapposto a questa cosa", sostiene Gullino.
Nel suo intervento richiama anche il confronto con la Shoah, sottolineando che oggi le immagini della guerra e delle sofferenze della popolazione palestinese sono accessibili al mondo intero. È un paragone che utilizza per evidenziare, nella sua interpretazione, la responsabilità collettiva di fronte a una tragedia che non può più essere considerata lontana o invisibile.
La sua argomentazione non si ferma alle decisioni dei governi. "Anche perché questa cosa sta definendo noi come esseri umani. Questo è un banco di prova per capire cosa siamo e cosa vogliamo dalle nostre vite".
E, anticipando alcune possibili obiezioni sull'impegno per la Palestina, Gullino risponde che l'impegno di questo tipo non esclude le altre battaglie sociali, dalla questione abitativa al reddito, fino alle condizioni delle persone migranti sul territorio.
"Ci stiamo occupando di tutto quello che vediamo davanti a noi. Oggi lo dedichiamo a una campagna di boicottaggio", spiega.
Il nodo, per lui, è riuscire a parlare con le persone prima ancora di convincerle. Gullino descrive una prima reazione spesso infastidita davanti al volantino: "Ma non per il tema, perché manco ci arriviamo al tema. Il primo acchito è: non voglio sentire parlare di niente".
L'attivista prova a interpretare questa chiusura senza liquidarla come semplice indifferenza. Le persone, dice, incontrano continuamente banchetti e iniziative di ogni orientamento e possono essere stanche di essere sollecitate. Ma quando si riesce ad andare oltre il primo rifiuto e ad affrontare il merito della questione palestinese, sostiene, la disponibilità al confronto aumenta.
I passanti ascoltano...
Tra le persone che questa mattina si sono fermate ad ascoltare gli interventi c'era anche Gerardo, un passante che ha seguito la conferenza insieme alla moglie. Non era arrivato all'appuntamento come partecipante alla campagna, ma ha ascoltato con attenzione le ragioni esposte dagli attivisti.
Chiamato a esprimere il proprio pensiero, Gerardo riconosce la contraddizione sulla quale si fonda la protesta: da un lato un'azienda che produce medicinali destinati a curare le persone, dall'altro le accuse di un coinvolgimento nelle politiche e nelle attività militari che colpiscono la popolazione palestinese. "È un controsenso che il popolo venga protetto da un farmaco mentre sterminano dall'altra parte un altro popolo", osserva.
Le sue parole riportano la discussione dal piano delle grandi decisioni internazionali a quello della coerenza individuale. È proprio su questo terreno che le associazioni astigiane intendono sviluppare la campagna: informare i cittadini, raggiungere farmacie e operatori sanitari, portare le ragioni del boicottaggio anche a chi non conosce ancora il dossier su Teva.










