La filosofia e le sue voci | 13 aprile 2024, 09:00

La verità delle piante

Nuovo appuntamento con le riflessioni di Simone Vaccaro, per la rubrica "La filosofia e le sue voci"

Immagine elaborata da Arena Philosophika

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[L]a verità agisce sempre in modo fecondo e favorisce chi la possiede e la protegge; per contro, il falso rimane lì, in sé stesso, morto e sterile, si può anzi vederlo anche come una necrosi in cui la parte che muore impedisce a quella viva di rimanere sana

J. W. Goethe, La metamorfosi delle piante

Oggi scomodiamo niente meno che la verità: concetto talmente centrale per la riflessione filosofica da indicarne il cammino e sancirne la differenza ontologica rispetto ad altre forme di sapere quali la sapienza antica o il pragmatismo delle soluzioni immediate e cangianti proprie della sofistica. Difatti, la verità è ipertrofica nella sapienza degli antichi, dal momento che si registra la necessità di un processo unitivo che trascende la singolarità dell'esperienza. Il vero per il sapiente è il distante, l'oscuro, il separato, tutto ciò che, per essere attinto, richiede un trascendimento della condizione umana. Un salto oltre l'ostacolo, che sprofonda nella confusione. Di segno contrario è il relativismo sofistico. Arcinoto è il motto protagoreo che afferma essere l'uomo la misura di tutte le cose, sia di quelle che sono che di quelle che non sono: in questa prospettiva, vero è il non confuso, il vincente, il sapiente che si erge a guida. Se la sapienza degli antichi osava pensare l'impensabile e perdersi in esso, il sofista non pensa che il pensabile e, in quanto in grado di pensarlo, si pone al suo vertice

La filosofia ha, di fatto, mosso i suoi primi vagiti (per quanto, a onor del vero non tutti si concorda con questa impostazione) tra questi due schieramenti. Ciò che manca ai contendenti è proprio la giusta misura: la solidità di un principio stabile, un fondamento che per quanto abissale possa essere, è comunque un fondamento universale, contemperata dalla pluralità delle vie di accesso, dalla precarietà delle vie stesse. Non a caso, per Platone la filosofia è figlia di Poros e Penia, intrappolata tra l'impossibilità di essere dio e quella di non essere in grado di fare a meno, sempre se si vuole tale, di dio. All'interno quindi di un simile contesto possiamo inserire la riflessione di Goethe sulle piante e, più in generale, sulla verità. 

Quale immagine della verità emerge dal passaggio citato? In primo luogo, è il dinamismo ad avere ruolo principale. La verità non è la fissità di un sapere acquisito una volta per tutte, ma una continua metamorfosi. Per attività metamorfica si intende l'indole connaturata di passare da forma a forma. In tedesco è Bildung il termine scelto, che contiene al suo interno - la desinenza -ung - l'indicazione primaria del divenire: verità è ciò che diviene, ciò che passa di forma in forma, ciò che non esaurisce la sua spinta generativa e evolutiva. In secondo luogo, si sancisce il principio della provvisorietà dei saperi: se il sapere verte sempre su di un oggetto, e se l'oggetto è costantemente in mutazione, allora anche il sapere è direttamente mutevole. Si può possedere il sapere, certo, lo si può custodire anche (e lo si deve fare); ma l'oggetto su cui il sapere verte è ciò che eccede il sapere stesso. In terzo luogo, la verità è, in fin dei conti, la vita stessa: in quanto Bildung, formazione, essa è viva, diviene. Non è la Gestalt, la forma già formata, completata in se stessa, mai più ulteriormente in trasformazione. Quest'ultima è il principio tanatologico, la morte della verità, il suo opposto. Le piante, sotto questa lente teoretica, sono l'oggetto che più si approssima alla natura della verità. Divenendo esse crescono, si trasformano, muoiono e rinascono sotto fogge differenti, in luoghi differenti, ma pur sempre in un perpetuo divenire. Il vero non è il tutto (à la Hegel), né la confusione (sapienza degli antichi) né tantomeno il proliferare delle verità molteplici (sofisti): la verità è la verità delle piante, ovverosia quell'eterno divenire e trasformarsi che non conosce posa

Simone Vaccaro

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Simone Vaccaro

Mi sono laureato in filosofia della religione presso l’Università degli Studi di Torino, discutendo una tesi dal titolo: Filosofia come linguaggio di fede in Karl Jaspers.

Professore a chiamata presso scuole secondarie di primo e secondo grado e ricercatore per passione, animo seminari e caffè filosofici presso l’Istituto Istruzione Superiore “V. Alfieri” di Asti.

Sono interessato principalmente alle questioni metafisico-ontologiche (che sono meno noiose di quanto possano sembrare!) e alla natura (teor)etica del pensiero filosofico.

Dal 2019 sono cofondatore e coredattore del blog filosofico Arena Philosophika, nato come piattaforma di confronto, di incontro e laboratorio estetico-concettuale.

Se volete essere catturati dal colorato mondo di Arena Philosophika, cliccate qui www.arenaphilosophika.it

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