Riceviamo e pubblichiamo questa lettera aperta firmata da un papà di Asti. Una riflessione che supera la cronaca della singola esclusione per porre un tema politico radicale: la natura stessa del servizio scolastico per la prima infanzia.
Se servono criteri, il diritto non esiste
Io non discuto i criteri. Li rifiuto.
Li rifiuto perché la loro esistenza è la prova del fallimento. Un diritto non ha criteri. Un diritto non seleziona. Un diritto non lascia indietro nessuno. Se per accedere a un asilo nido pubblico serve una graduatoria, allora l’asilo nido non è un diritto. È un bene scarso. E come tutti i beni scarsi, viene razionato.
Lo Stato non lo ammette, ma lo pratica
Chi difende i criteri difende una finzione: che il problema sia come scegliere, e non perché si è costretti a scegliere. Io contesto questo.
Contesto che si accetti come normale che:
i bambini competano,
le famiglie si misurino,
qualcuno venga escluso per definizione.
Questo non è equilibrio. È amministrazione della mancanza. Quando "non ci sono posti", non è una circostanza neutra: è una decisione politica. E i criteri servono a renderla presentabile.
Nessuno resti indietro
Nessuno proporrebbe criteri per accedere alla scuola dell’obbligo. Nessuno accetterebbe una graduatoria per essere curato. Nessuno difenderebbe una selezione per un diritto fondamentale. Eppure lo si fa per i bambini più piccoli. Quelli che non votano. Quelli che non protestano. Quelli che non fanno rumore.
Finché l’asilo nido sarà trattato come un servizio opzionale, l’esclusione sarà strutturale, non accidentale. Finché esisteranno criteri, qualcuno resterà fuori per progetto. Io non chiedo criteri migliori. Chiedo che non servano. Perché quando serve selezionare, il diritto è già stato negato.
Un padre di Asti










