Quello che si è chiuso da poco è stato un anno complesso per l'occupazione in Piemonte. I numeri di Unioncamere Piemonte raccontano infatti tendenze anche contrastanti tra loro: il numero medio di occupati è salito infatti a un milione e 863mila persone, con un aumento di circa 9mila unità rispetto al 2024 (gli uomini sono il 55%), ma un aumento si è registrato anche sul fronte dei disoccupati, che sono saliti di 13mila unità. Sono diminuiti gli inattivi, scesi di quasi un punto percentuale.
Turismo, ma anche costruzioni (male l'industria)
Tra i settori che hanno sostenuto l'aumento occupazionale c'è il turismo, salito del 6,2% e seguito dalle costruzioni (+4,1%). In crescita, anche se più contenuta, anche la fetta legata al l’agricoltura (+1,3%). Chi soffre, anche sotto questo punto di osservazione, è l'Industria, che è scesa addirittura del 3,7%.
Più in generale, l’occupazione dipendente è cresciuta dello 0,8%, mentre è leggermente scesa la componente indipendente (-0,8%). L'espansione ha riguardato esclusivamente il lavoro a tempo pieno (+2,3%), mentre gli occupati a tempo parziale hanno subito una brusca flessione (-9,7%). Sotto il profilo del titolo di studio, sono stati gli occupati con diploma a segnare l'incremento più significativo (+2,3%), seguiti dai laureati (+0,3%), mentre i titoli meno qualificati sono calati del 2,7%.
Patiscono le donne e soprattutto i giovani
Alla luce di tutti questi movimenti, il tasso di occupazione piemontese scende lievemente al 68,9%, ma resta comunque superiore alla media nazionale del 62,5%. Si riduce la differenza tra u omini e donne, arrivato a 11,8 punti (sono 17,4 in Italia). Il tasso di disoccupazione regionale è risalito invece al 6% (dal 5,4% del 2024), allineandosi al dato nazionale del 6,1%. Le donne, però, soffrono di più (6,8%) rispetto agli uomini (5,4%).
Difficoltà per i giovani: nella fascia tra i 15 e i 24 anni il dato piemontese è salito al 19,3%: pur essendo inferiore al risultato nazionale del 20,6%, resta un valore molto superiore alla media europea che si attesta a circa il 15%.
“Il mercato del lavoro piemontese nel 2025 mostra segnali contrastanti: se da un lato l'occupazione complessiva tiene , dall'altro preoccupano la frenata dell'industria e la risalita della disoccupazione al 6%. La nostra sfida prioritaria è abbattere il forte disallineamento tra domanda e offerta, che ostacola quasi la metà delle assunzioni programmate. Dobbiamo investire con urgenza sulle competenze e sui giovani per invertire il calo delle previsioni d'ingresso e trasformare le incertezze del sistema produttivo in un nuovo slancio per l'intero tessuto economico regionale", commenta il vicepresidente di Unioncamere Piemonte, Massimiliano Cipolletta.
Futuro poco roseo
Difficile guardare al futuro con ottimismo, alla luce delle difficoltà internazionali (e non solo). Le imprese piemontesi prevedono l'attivazione di circa 27.490 contratti nel mese di marzo 2026 (83.080 fino a maggio), ma il confronto con l'anno precedente mostra una flessione di 1.780 unità rispetto alle previsioni di marzo 2025 e una diminuzione di oltre 4mila unità nell'arco dell’intero trimestre.
La domanda di lavoro in Piemonte si concentra prevalentemente sul personale dipendente, che assorbe l’81% delle entrate programmate. Seguono i lavoratori in somministrazione con un’incidenza dell’11%, mentre quote più marginali sono riservate ai collaboratori (2%) e alle restanti forme di lavoro non alle dipendenze, che rappresentano complessivamente il 6% del totale regionale.
Si tratta soprattutto di contratti a termine (53%), seguiti dai rapporti a tempo indeterminato (20%) e dall'apprendistato (6%). Spingono soprattutto i servizi che, con 54.280 ingressi programmati, genera il 65,3% della domanda di lavoro complessiva in regione. Segue l'industria, le cui previsioni si attestano a 24.130 entrate (pari al 29% del totale), mentre il settore primario conta 4.670 inserimenti, incidendo per il restante 5,6%.
La difficoltà per le aziende a trovare candidati adatti riguarda il 46,5% delle assunzioni programmate in Piemonte. Per il 29,3% dei casi si deve alla carenza di candidati, mentre per il 13,3% delle imprese la difficoltà risiede in un’inadeguata preparazione dei profili disponibili rispetto alle competenze richieste










