Non una semplice estate segnata dal maltempo, né una parentesi di caldo eccezionale. Per Cesare Quaglia, agricoltore di Variglie, quella che attraversa le campagne dell’Astigiano è una crisi più profonda, composta da fattori che si sommano e mettono a rischio la sostenibilità delle aziende.
“Non è solo maltempo, è un combinato disposto che sta mettendo in ginocchio i campi”, sostiene Quaglia, chiedendo un racconto più aderente alla quotidianità delle imprese agricole e interventi immediati per affrontare l’emergenza.
La siccità delle colture in asciutto
Il primo nodo, secondo l’agricoltore, è la siccità. Un tema che, sottolinea, non può essere affrontato soltanto richiamando l’apertura dei bacini idrici o i futuri investimenti infrastrutturali.
Nella maggior parte del territorio astigiano, osserva Quaglia, vigneti, noccioleti, seminativi e allevamenti legati alla Razza piemontese dipendono infatti da coltivazioni non irrigue. “I piani per il futuro sono importanti, ma non bastano per salvare produzioni già compromesse. Servono ristori economici diretti e d’emergenza”, afferma.
A pesare sarebbero anche le temperature costantemente sopra la media, che avrebbero modificato i cicli vegetativi, rallentando o bloccando la maturazione e mettendo in discussione sia la quantità sia la qualità del raccolto.
Grandine e vento, danni a macchia di leopardo
Alla siccità e allo stress termico si aggiungono gli eventi meteorologici estremi. Bombe d’acqua, vento e grandinate, secondo il produttore, colpiscono in modo sempre più imprevedibile, con danni molto diversi anche tra terreni vicini.
“In poche centinaia di metri si può passare da una coltura salva a un raccolto azzerato”, spiega Quaglia. Una variabilità che renderebbe ancora più complessa la gestione del rischio per le aziende, costrette a programmare investimenti e lavorazioni senza poter contare su condizioni meteorologiche stabili.
Costi alti, prezzi troppo bassi
Il quadro, nella denuncia dell’agricoltore, non si ferma al clima. La campagna di semina 2026 viene indicata come una delle più onerose degli ultimi anni, per l’aumento dei costi del gasolio agricolo e dei concimi.
Il caso del grano, tenero e duro, viene portato come esempio della distanza tra quanto viene speso per produrre e quanto viene riconosciuto alla vendita. “Anche quando il raccolto è di buona qualità, i prezzi all’ingrosso, tra 20 e 23 euro al quintale, non coprono i costi sostenuti”, rileva Quaglia.
Una situazione che, secondo il produttore, spingerebbe diversi agricoltori a interrogarsi sulla possibilità di continuare a seminare determinate colture. “Si investe di più, si subiscono caldo e siccità, si spera di non incontrare una grandinata e poi si rischia di vendere a prezzi sviliti”, è la sintesi della morsa economico-produttiva descritta dall’agricoltore.
La richiesta alle istituzioni
Da Variglie arriva infine un appello rivolto alle istituzioni e anche al mondo dell’informazione. “Serve un cambio di prospettiva”, afferma Quaglia. “Chiediamo agli amministratori di calarsi nei nostri panni e ai media di superare i titoli di facciata, venendo a constatare direttamente la realtà di chi lavora la terra”.
Una richiesta che punta a riportare al centro le difficoltà quotidiane delle aziende agricole dell’Astigiano: non soltanto i singoli eventi climatici, ma l’effetto cumulativo di siccità, fenomeni estremi, costi di produzione e prezzi agricoli che, secondo il produttore, non garantiscono più margini adeguati.










