Storie di Orgoglio Astigiano | 09 marzo 2024, 12:00

Storie di Orgoglio Astigiano. Sergio, da Pechino: "Mollai tutto per inseguire il mio sogno. Diventare attore in Cina, con il mito di Bruce Lee e delle arti marziali"

Sergio De Ieso (Hua Xi Long), oggi è attore e produttore. All'attivo ha 52 film. "Ho sbandierato fino al 2019 con Santa Caterina. Gli astigiani restano casa mia"

Sergio

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Per accompagnarti nella lettura di questa intervista ti consiglio la canzone Pictures of you, The Last Goodnight, contenuta nella playlist "Orgoglio Astigiano" su Spotify

 

L'Orgoglio Astigiano lo riconosci anche da lontano. 

Questa volta si fa sentire persino dalla Cina. Sergio De Ieso (in cinese Hua Xi Long), 50 anni, è un astigiano doc, attore e produttore, che da tanto tempo, ormai, vive a Pechino. Tramite un passaparola incredibile tra persone già intervistate nell'ambito della rubrica, riesco ad avere il suo contatto e a conoscere un'altra storia pazzesca. 

Dall'altra parte del mondo c'è un cuore pulsante che batte astigiano. Ed è più vivo che mai. 

Sergio, partiamo dal tuo rapporto con l'Astigiano

Quello con Asti è un legame molto forte. Sono nato in Svizzera, ma ho vissuto in Italia, in particolare ad Asti, fino ai 32 anni. Ad Asti mi ha sempre legato la passione per le bandiere: ho sbandierato fino al 2019. Ero e sono molto legato a Santa Caterina. Abbiamo fatto i Campionati italiani over 40 e abbiamo anche vinto, per cui posso dire anche io di essere campione italiano. Ricordo che per quell'occasione ero rientrato apposta in Italia dalla Cina. 

Sei tanto legato alla dimensione sportiva e al concetto di movimento, vero? Che è poi una caratteristica fondamentale del tuo mestiere...

Sì, anche se ho 50 anni, mi piace fare tante cose e penso sia importante, a qualsiasi età, fare attività fisica. Mi dedico alle arti marziali, in Cina da anni organizzo eventi sportivi, non solo di calcio, ma anche di nuoto, ping pong e molto altro, a patto che siano aperti a genitori e figli. Lo scorso anno ho organizzato i Campionati del mondo di calcetto qui in Cina, con 32 squadre, e io e mio figlio abbiamo anche vinto, rappresentavamo l'Italia. Ogni squadra era formata da genitore e figlio. Fu un evento molto apprezzato. 

Come mai l'idea di creare giochi ed eventi sportivi legati al rapporto genitori-figli? Non è così usuale

Spesso noi genitori pensiamo solo al lavoro. In una società iper performante come quella cinese o quella italiana, spesso non si crea un bel legame tra genitori e figli. In Cina, ad esempio, a 18 anni i ragazzi se ne vanno via di casa e tornano per salutare i genitori forse nemmeno una volta l'anno. Mi batto molto per trasmettere un messaggio secondo me fondamentale, in qualsiasi terra: il bambino deve fare ciò che gli piace, non ciò che piace al genitore. Va stimolato, appoggiato e non penso ci sia cosa più bella che fare direttamente con il proprio figlio queste cose. Ne sono talmente convinto che organizzo questi eventi a titolo gratuito, per far riflettere. 

 

Un sogno nel cassetto e pochi soldi: diventare attore, in Cina

Come mai hai deciso di mollare tutto e andare in Cina? 

Insegnavo difesa personale e nuoto in Italia, guadagnavo bene e avevo tanto tempo libero. Ho lasciato tutto per venire ad abitare in Cina. Tutto e tutti. Le persone si alzano al mattino e iniziano a lavorare, aspettano che arrivi il sabato per farsi una partita a pallone con gli amici. Io mi sono sempre sentito diverso, non sono mai riuscito ad adattarmi, a entrare in questi schemi predefiniti. Non dico che vado controcorrente, però sono la persona che ha rinunciato a un tipo di vita preimpostata, che comunque dà delle garanzie. Sono venuto in Cina senza alcuna garanzia, da solo, all'avventura, con quattro bagagli e niente di più. Cercando di trovare qualcosa, avevo solo un sogno nel cassetto e pochi soldi: diventare attore. Ma non lo dicevo in giro, era il 1996. Pensa che non avevo mai preso l'aereo. 

 

Manichini vestiti di tutto punto da altri. Ora che ti sei visto per come sei, riesci ancora a guardarti? 

Quando Sergio mi descrive la sensazione che ha sempre provato nel non riuscire a entrare in una vita predefinita, lo comprendo più profondamente di quanto potessi immaginare. Non c'è niente da fare, gli spiriti che si sono messi in cammino per diventare liberi non possono avere padroni, non possono conformarsi a una realtà che non è la loro, non possono vestire gli abiti di altri. Mentre parla rifletto sul concetto di identità. Chi siamo noi, se non il prodotto delle nostre esperienze e del riconoscimento degli altri? Manichini vestiti di tutto punto dalle persone che ci stanno attorno. Ci hanno sempre detto che quel cappello ci stava a pennello, che quelle scarpe calzavano alla perfezione, che con quella giacca stavamo d'incanto. C'è chi continuerà a vestirsi così per tutta la vita, ma c'è anche chi, quegli abiti, deciderà di toglierseli. Uno ad uno. Nudi di fronte al nostro non-più-essere. Perfetti in tutte le nostre imperfezioni. Liberi di vestire i panni di chi vogliamo essere davvero. 

E ora che ci siamo visti come siamo veramente, riusciamo ancora a guardarci? 

È stato traumatico l'inizio?

Sì, all'inizio facevo la fame e passo dopo passo mi sono creato tutto ciò che sono ora. Non lo farebbe qualunque italiano, per di più non sapendo la lingua e da solo. Mi dicevano che in Italia avevo tutto, ma non volevo stare sotto padrone. Da quando avevo 16 anni coltivavo il sogno della Cina nel cuore. In una bottiglietta della Coca Cola, con un'etichetta fatta da me con su scritto "Cina", iniziai a mettere qualche soldo ogni giorno. A 23 anni feci il mio primo viaggio in Cina: in quella bottiglietta c'erano seimila euro. Sono i soldi che mi sono serviti la prima volta, ho soggiornato tre mesi studiando cinese e arti marziali. Mi rimanevano 800 euro alla fine di quell'esperienza. Prima di tornare in Italia comprai 69 cravatte, 30 foulard di seta, 29 collane di perle e qualche orecchino. Riuscii a vendere tutto in Italia e a permettermi, con il ricavato, altri tre mesi in Cina. Prima di trasferirmi stabilmente facevo viaggi organizzati per persone che volevano conoscere l'Oriente. E poi, dal 2006, ho lasciato definitivamente l'Italia e la mia Asti. 

Prima di diventare attore, però... Che cosa hai fatto in Cina?

Ho iniziato con le pizzerie. Pensa che sono stato il primo straniero (non solo italiano, proprio straniero) in Cina ad aprire un pizzeria vegana. Mi hanno intervistato in tv e  ho fatto anche un'esibizione con le bandiere di Santa Caterina, portando i colori dell'Astigiano davanti agli schermi di tutta la Cina. Ho aperto otto pizzerie, anche in franchising, ma non era il mio obiettivo. Non era la mia vita. 

Come è iniziato il tuo cammino da attore in Oriente? 

Ho iniziato a frequentare corsi di recitazione, ho fatto un provino per un film di azione e mi hanno preso e da lì ho fatto sul serio, con tanta passione. All'inizio recitavo in piccoli ruoli, poi ho avuto la fortuna di trovare agenti che hanno creduto in me e mi hanno fatto crescere molto. Ho interpretato ruoli sempre più “pesanti”, anche come primo protagonista. Sono diventato anche produttore, ho prodotto un film in Italia, presentato al Festival di Los Angeles, con un regista italiano. Ho fatto un film con Sammo Hung, famosissimo attore e regista qui in Cina. La pellicola, "The Bodyguard", è uscita nel 2016, ero il quarto protagonista. 

 

Da Sammo Hung al mito di Bruce Lee

Come è andata l'esperienza con Sammo Hung? 

Ho fatto un provino, non ho neanche guardato chi fosse il regista. Dopo tre mesi mi avevano richiamato. Tutto questo nel 2014. Il 19 luglio ero in palestra ad allenarmi e il mio agente mi dice di recitare subito una scena, ripresa con il cellulare. Se fossi piaciuto al regista sarei dovuto partire l'indomani mattina alle 5.20 con un volo diretto a oltre duemila chilometri di distanza. Alle 3 di notte mi dicono di partire. Arrivato quasi a destinazione, in taxi, vedo una macchina accartocciata su una gru. Non sapevo che quello sarebbe stato il mio set e che quel giorno avrei dovuto intrepretare la mia morte. Con Sammo Hung ho passato tre mesi sul set, ho fatto quasi 43 giorni di film tra Cina e Russia. Per me è stato un onore, lui ha fatto anche un film con Bruce Lee. Ho iniziato a fare arti marziali in Italia da bambino con il sogno e il mito di Bruce Lee. 

Quanti film hai all'attivo? 

Ad oggi sono 52. Adesso si sta realizzando un documentario con me protagonista, la storia della mia vita, quello che faccio qui in Cina. Dei tanti film a cui ho lavorato, ricordo con piacere anche "Ip Man - Il risveglio" , del 2021, in cui interpreto il protagonista cattivo. Ha avuto un grande successo in Cina, è un film in cui le arti marziali sono protagoniste. In generale, la maggior parte dei film fatti riguarda le arti marziali, anche se ho lavorato anche su qualcosa di comico. 

Ti manca l'Italia? Ti manca la tua Asti?

Sì, devo dire che la Cina è un paese particolare. Faccio fatica a trovare affinità, spesso non riesco a trovare un punto d'incontro con loro. Mi manca l'Italia, mi manca Asti, in tutti i sensi. Sento mia mamma quattro volte al giorno in videochat, ho amici ad Asti con cui ci si sente spesso. Continuare a coltivare i legami, seppur con una distanza considerevole, aiuta a non farti dimenticare dagli astigiani. Il problema è che quando stai lontano tanti anni da casa senti una mancanza spaventosa. E il Covid in questo non mi ha aiutato. Quando ho del tempo libero mi cucino un piatto di spaghetti e ti assicuro che mentre li mangio assaporo al 100% ogni boccone. In quel momento chiudo gli occhi e sono lì. A casa. Ad Asti.  

Che consiglio daresti alle persone che cercano la propria strada? 

Non mi stancherò mai di dire, soprattutto ai giovani, di essere curiosi. Non abbiate paura della curiosità. Solo coltivandola imparerete un sacco di cose nuove, che vi insegneranno tanto nella vita.  È importante, poi, avere un obiettivo, magari anche più di uno, qualche riserva. Il consiglio più importante, però, lo darei ai genitori, non ai bambini. Appoggiate i vostri figli, credete in loro. Se un figlio ha dalla sua parte genitori che hanno sempre creduto in lui, crescendo sarà sicuro di sé, avrà molta fiducia nelle proprie potenzialità. L'appoggio morale è fondamentale. A conclusione di ogni gara che organizzo c'è un premio che si dà al più piccolo della competizione. Papà e mamma devono alzare il bimbo come se fosse un trofeo, perché questo rappresentano i nostri figli. Sono il nostro più grande trofeo. Lo fanno sulle note di Pavarotti e il "Nessun dorma". Quel bimbo avrà successo, non importa in cosa. Quel bimbo vincerà. 

 

Il videosaluto ai lettori... dalla Cina, con il figlio  

 

Elisabetta Testa


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Orgoglio Astigiano è un progetto che vuole portare alla luce storie di vita e di talenti del territorio, che trova il suo spazio nella rubrica settimanale “Storie di Orgoglio Astigiano”, a cura della giornalista Elisabetta Testa.

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Elisabetta Testa

Da giovane giornalista creativa, scrivo di persone dalle storie incredibili, che hanno Asti nel cuore, che ne conservano un dolce ricordo, che qui ci hanno messo radici e che, orgogliosamente, fanno conoscere la nostra città in altre terre.
Orgoglio Astigiano è la storia di un salto, personale e professionale; è un invito a riscoprire se stessi attraverso le testimonianze di chi ce l'ha fatta.
Orgoglio Astigiano per me è sinonimo di scelta: la mia e quella degli altri.
Per questo ho voluto scrivere in prima persona ogni articolo della rubrica, convinta di riuscire a portare anche te nel mio mondo.
Requisiti richiesti? Bisogna lasciarsi andare. Più che farti intervistare, ti devi guardare dentro. Senza aver paura di raccontarmi ciò che ci troverai...

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