Presidente, al convegno della Fondazione Goria abbiamo ascoltato voci autorevoli come quelle di Amato e Profumo sottolineare l'evoluzione delle Fondazioni da semplici 'cassaforti' a veri 'agenti di sviluppo'. Al di là dei tecnicismi sul protocollo Acri-Mef, come accoglie la Fondazione CrAsti questo invito a una gestione patrimoniale che guardi alle generazioni future? È una sfida che vi vede già pronti a evolvere per garantire ancora più risorse al territorio?
Accolgo quell’invito con grande senso di responsabilità, perché coglie il punto: una Fondazione non può limitarsi a “custodire”, deve proteggere e far crescere il patrimonio per garantire risorse anche tra dieci o vent’anni. Per noi significa comportarci come un buon padre di famiglia: prudenza, niente rischi inutili, scelte orientate alla continuità e alle generazioni future. Il protocollo Acri-MEF va in letto in questo senso: non è un capriccio, è un’intesa, sottoscritta dalle fondazioni con il Ministero dell’Economia e delle Finanza, che serve a tutelare il territorio mettendo regole chiare perché le Fondazioni gestiscano i soldi con prudenza e trasparenza. Oggi la nostra fondazione ha l’80% del proprio patrimonio concentrato su di un singolo investimento (Banca di Asti), esponendola a dei grossi rischi. Questa non è una gestione prudente.
Per concludere, sì: la sfida ci vede pronti a evolvere, perché oggi la vera tutela del territorio passa dal rendere la Fondazione più solida e meno esposta ai punti di fragilità. La priorità è aumentare stabilità e redditività del patrimonio, così da trasformare il legame storico con la comunità in più risorse e con maggiore regolarità nel tempo.
Giuliano Amato ha usato un'immagine molto potente, parlando del rischio di perdere la 'biodiversità bancaria' e quel patrimonio di fiducia che solo la vicinanza fisica garantisce. Lei, che guida l'ente che di fatto custodisce questa vicinanza, come interpreta questo messaggio? Possiamo dire che la Fondazione continuerà a lavorare affinché il valore sociale della Banca non venga mai sacrificato alle logiche puramente numeriche?
L’immagine della “biodiversità bancaria” è potente perché richiama un valore reale: la fiducia costruita nel tempo e la prossimità come servizio quotidiano; ricorda che una banca non è solo un bilancio: è anche fiducia, relazione, conoscenza del tessuto economico, capacità di essere presente quando famiglie e imprese hanno bisogno. Detto questo, io farei attenzione a contrapporre “valore sociale” e “numeri”, come se fossero due mondi separati. Nella realtà, la vera tutela del valore sociale passa anche dalle performance, se per performance intendiamo la capacità di essere utile: dare credito in modo responsabile, offrire servizi e prodotti competitivi, investire in tecnologia e competenze, rispondere con rapidità, accompagnare le PMI e le famiglie.
Per questo, quando la Fondazione valuta le proprie scelte, non ragiona in termini di “logiche puramente numeriche”, ma di logiche di “opportunità e di sostenibilità”: che cosa rende la banca più strutturata e più capace di servire il territorio nei prossimi dieci anni? Che cosa mette la Fondazione nelle condizioni di garantire risorse stabili per scuola, cultura, welfare e sviluppo? La tutela del valore sociale non si realizza congelando il passato o difendendo un’etichetta: si realizza assicurando un progetto industriale e di governance che mantenga radicamento e prossimità nei fatti, rendendo la banca più forte, più moderna e quindi più utile alla comunità, anche nella trasformazione digitale e competitiva che il settore sta vivendo.
I dati Doxa presentati a margine del convegno confermano un legame forte: quasi il 49% degli astigiani valuta negativamente una eventuale acquisizione della Banca da parte di un gruppo bancario esterno al Piemonte. Come interpreta questo dato? Come si può conciliare questo forte mandato popolare con la necessità, evidenziata dai tecnici, di diversificare gli investimenti per la sicurezza dell'ente?
Quel “49%” (che è comunque inferiore al 50%) io lo leggo prima di tutto come attaccamento identitario: una banca sentita come “propria”, parte della storia della città, più che come una pagella sul lavoro svolto. Lei parla di “mandato popolare”: ma cosa interessa davvero ai cittadini? Una banca che si chiami “del territorio”, o una banca che lo sia nei fatti? Cioè capace di offrire servizi e prodotti competitivi, a condizioni che reggano il confronto?
Proprio per rispetto di questo legame, vorrei dare alcuni numeri di sintesi, ma molto significativi.
Parliamo di redditività della Banca: l’utile netto, pari a 79 milioni nel 2023, è sceso a 51 milioni nel 2024 ed è stato di 65 milioni nel 2025. Lo stesso quadro emerge guardando agli indicatori di ritorno sul capitale: nel 2023 la redditività era del 7,7%, scesa nel 2024 a 4,7% e al 5,8% del 2025. Vorrei sottolineare che la media nazionale del settore, nel 2025, è del 12–13%, con punte del 15,8% registrati da Unicredit. Un gap enorme.
Guardiamo ora le fondazioni confrontando i rendimenti medi delle rispettive banche conferitarie nel periodo 2021–2024: su un campione di 14 realtà significative, le tre Fondazioni con conferitaria Banca di Asti (Asti, Vercelli, Biella) sono in coda, con rendimenti compresi tra 1,65% e 2,47%, contro una media del 5,90% delle altre 11 Fondazioni (meno della metà).
I numeri dicono che il capitale della Fondazione investito nella Banca rende molto poco, in confronto alle altre fondazioni, e questo si traduce in un minore contributo al territorio. Avere una conferitaria che rende il doppio, significa avere il doppio di soldi da spendere sul territorio.
Le propongo, provocatoriamente, un altro sondaggio; cosa ne pensano i 26.000 piccoli azionisti della Banca che dal 2016 hanno perso il 49% del proprio patrimonio, e che solo negli ultimi 5 anni lo hanno visto ridursi del 26% (mentre il paniere di banche comparabili sullo stesso mercato ha registrato +87%).
Sia il professor Miglietta che il presidente Profumo hanno insistito sul fatto che una Fondazione non deve essere un 'bancomat', ma un motore di innovazione che genera redditività stabile. Alla luce di questi spunti, quale sarà la priorità della sua presidenza nei prossimi mesi per coniugare la stabilità dei conti con la missione storica di sostegno al tessuto sociale e culturale di Asti?
Condivido pienamente quanto detto dal professor Miglietta e dal presidente Profumo e, in realtà, è una direzione che la Fondazione CR Asti ha già iniziato a percorrere. L’idea è semplice: non basta “distribuire contributi”, dobbiamo aiutare il territorio a costruire opportunità e progetti più solidi e duraturi, capaci di lasciare un segno nel tempo.
Per questo stiamo superando la logica dei piccoli interventi “a pioggia” e puntando su iniziative più selettive e orientate ai risultati: progetti con un orizzonte di medio-lungo periodo, obiettivi chiari e la capacità di coinvolgere più soggetti insieme — Comuni, scuole, associazioni, realtà culturali e sociali — creando collaborazione e massa critica. In parallelo chiediamo ai proponenti maggiore responsabilità e partecipazione, anche attraverso quote di cofinanziamento quando possibile.
E, altrettanto importante, stiamo rafforzando il processo di verifica finale, per capire cosa funziona davvero, migliorare dove serve e moltiplicare l’effetto di ogni euro. È così che la stabilità dei conti e la missione storica di sostegno al tessuto sociale e culturale di Asti non si contrappongono: si rafforzano a vicenda.










