Cultura e tempo libero | 24 marzo 2026, 08:46

Il potere terapeutico del passato nel nuovo libro della psicologa astigiana Marina Balbo [INTERVISTA]

Un saggio edito da Mondadori che esplora l'efficacia del metodo Emdr per superare i traumi e ritrovare il benessere interiore

Il potere terapeutico del passato nel nuovo libro della psicologa astigiana Marina Balbo [INTERVISTA]

La mente umana custodisce frammenti di vissuto che, se non adeguatamente elaborati, rischiano di trasformarsi in pesi invisibili capaci di condizionare il presente. Esplora proprio questo delicato e affascinante tema il libro "La cura dei ricordi", scritto dalla psicoterapeuta astigiana Marina Balbo e pubblicato da Mondadori. Il volume si propone come una guida accessibile e profonda per chiunque desideri fare pace con il proprio passato, trasformando le memorie dolorose in preziosi strumenti di guarigione e di crescita personale.

Il metodo per superare i traumi

Al centro dell'opera vi è l'applicazione dell'Emdr, un approccio psicoterapeutico e scientifico ampiamente riconosciuto a livello internazionale per il trattamento dei traumi. L'autrice, che è vicepresidente dell'Associazione Emdr Italia e dirige ad Asti il Centro Victor Meyer, guida il lettore alla scoperta delle straordinarie capacità di autoguarigione del nostro cervello. "I ricordi traumatici, a differenza di quello che solitamente le persone pensano, non si superano con il tempo", spiega la specialista all'interno del suo saggio. Se ignorate o semplicemente rimosse, queste memorie restano intrappolate nelle reti neuronali, potendo generare nel corso degli anni fobie, stati d'ansia, difficoltà relazionali e blocchi emotivi.

Un percorso tra teoria e casi clinici

La forza del testo risiede nella sua capacità di unire il massimo rigore scientifico a una rara e delicata empatia umana. Attraverso un sapiente intreccio di spiegazioni chiare, esercizi pratici e dialoghi reali tratti dalla sua lunga esperienza clinica, la psicologa accompagna il lettore nella comprensione dei meccanismi mentali più nascosti. Il libro dimostra come ogni ferita meriti di essere ascoltata, senza sminuire il vissuto personale. In merito alle diverse tipologie di eventi dolorosi l'esperta sottolinea: "Sia quelli che definisco con la 'T' grande, che minacciano la vita e l'integrità fisica, sia quelli che indico con la 't' piccola, di entità minore, sono traumi", chiarendo così l'importanza di non sottovalutare alcun dolore interiore.

Questa pubblicazione rappresenta un contributo imperdibile nel panorama della divulgazione scientifica contemporanea. L'obiettivo finale tracciato dall'autrice non è cancellare ciò che è stato, bensì disinnescare la carica emotiva negativa legata agli eventi trascorsi, permettendo così di voltare davvero pagina. Indirizzato a un pubblico molto ampio e non esclusivamente agli addetti ai lavori, il libro offre una via d'uscita concreta per non sentirsi più ostaggi delle esperienze vissute, aprendo lo sguardo verso un futuro di ritrovata serenità.

INTERVISTA

Nel saggio sfati un falso mito molto radicato e avverti: “I ricordi traumatici non si superano con il tempo”. Ci spieghi in che modo la mente resta intrappolata in certi vissuti dolorosi e come interviene esattamente il metodo Emdr per sbloccare questo meccanismo?

Nel mio libro parto da un punto fondamentale:“il trauma non guarisce con il solo passare del tempo”.È una convinzione molto diffusa pensare che basti andare avanti, che gli anni sistemino tutto. Ma il tempo, da solo, non elabora. Può creare distanza, ma non trasformazione. Quando un’esperienza è troppo intensa — per paura, dolore, vergogna o senso di impotenza — la mente non riesce a integrarla. E allora quel vissuto resta lì, non digerito, come sospeso. Nel libro spiego che il trauma non è solo ciò che è accaduto, ma ciò che rimane attivo dentro di noi: nelle emozioni che si riaccendono, nel corpo che reagisce, nelle convinzioni profonde su chi siamo.

Per questo, anche dopo anni, alcune persone si trovano a dire: “So che è passato, ma è come se una parte di me fosse ancora lì”. È perché, in effetti, una parte della loro esperienza è rimasta lì. L’EMDR interviene proprio su questo punto.
Non cancella il passato, ma permette alla mente di fare ciò che allora non è riuscita a fare: elaborare davvero. Attraverso la stimolazione bilaterale, il cervello riattiva il suo naturale sistema di integrazione. Le memorie bloccate iniziano a collegarsi, a trasformarsi, a perdere quella carica emotiva che le rende ancora presenti. Come spiego nel libro, il cambiamento più importante è questo:   il ricordo resta, ma smette di essere una ferita aperta.

Spesso siamo portati a pensare ai traumi esclusivamente come a eventi tragici ed eclatanti, eppure ti soffermi molto sulle ferite apparentemente minori, i cosiddetti traumi con la “t” piccola. Perché tendiamo a sminuire questi episodi e quanto pesano, invece, nella costruzione delle nostre ansie quotidiane?

Spesso immaginiamo il trauma come qualcosa di evidente, drammatico, impossibile da ignorare. Un evento che cambia la vita in modo netto e riconoscibile. Ma nel mio libro mi soffermo molto su un altro tipo di ferite: quelle silenziose, ripetute, apparentemente piccole, i cosiddetti traumi con la “t” piccola. Tendiamo a sminuirli perché non fanno rumore. Non hanno la forza narrativa degli eventi tragici, non suscitano immediata comprensione negli altri. E così impariamo a dirci frasi che suonano rassicuranti, ma che in realtà negano ciò che abbiamo provato:
“Non è niente. Non è successo nulla di grave. C’è chi ha vissuto molto peggio.”

Ma la mente emotiva non misura il dolore con il metro della gravità oggettiva.
Lo misura con un’altra unità: quanto soli ci siamo sentiti in quel momento. Una critica ripetuta, uno sguardo che svaluta, una richiesta di affetto ignorata, il sentirsi costantemente non abbastanza: questi episodi, presi singolarmente, possono sembrare trascurabili. Ma quando si ripetono nel tempo diventano messaggi interiori, e quei messaggi costruiscono l’immagine che abbiamo di noi stessi. Non restano come ricordi isolati. Diventano convinzioni profonde: non valgo abbastanza, devo stare attento, se sbaglio perderò l’amore o l’approvazione.

Ed è su queste convinzioni che si innestano molte delle ansie quotidiane: la paura del giudizio, il bisogno di controllo, la difficoltà a sentirsi al sicuro anche quando, apparentemente, non c’è alcun pericolo. Nel libro sottolineo spesso che non è l’evento in sé a definire un trauma, ma la traccia emotiva che lascia nel sistema nervoso. E le ferite con la “t” piccola, proprio perché ripetute e invisibili, sono quelle che più facilmente restano attive sotto la superficie. Sono come gocce d’acqua su una roccia: non fanno rumore, ma nel tempo scavano.E molte delle ansie che incontriamo nella vita adulta non nascono da un unico grande urto, ma da una lunga serie di piccoli urti emotivi che nessuno ha visto, e che spesso nemmeno noi abbiamo imparato a riconoscere

Il percorso di consapevolezza delineato ne “La cura dei ricordi” intreccia il rigore della scienza a una profonda empatia umana. Qual è, nella tua esperienza clinica quotidiana ad Asti, ma non solo, l'ostacolo interiore più arduo che i pazienti incontrano quando decidono di smettere di fuggire dal proprio passato?

L’ostacolo interiore più arduo non è il ricordo doloroso, ma l’idea di non poterlo attraversare senza soffrire ancora... Quando una persona decide di smettere di fuggire dal proprio passato, si trova davanti a una soglia invisibile: da una parte c’è la vita costruita sull’adattamento, sull’evitamento, sul “non pensarci”; dall’altra c’è la possibilità di incontrare parti di sé rimaste ferme nel tempo. E quella soglia spaventa, perché ciò che è stato evitato per anni appare, nella fantasia, come qualcosa di ingestibile. Molti pazienti arrivano convinti che il vero rischio sia ricordare. In realtà, ciò che temono più profondamente è sentire: sentire la paura che allora non hanno potuto esprimere, la rabbia che hanno dovuto trattenere, il dolore che nessuno ha visto. Non è il passato a fare più paura, ma le emozioni rimaste sospese dentro di esso.

Nel lavoro clinico emerge spesso un altro nodo silenzioso:  le proprie difese. Le strategie di evitamento non sono debolezze, ma antiche forme di protezione. Hanno permesso alla persona di andare avanti quando fermarsi avrebbe significato crollare. Per questo abbandonarle non è immediato: significa rinunciare a qualcosa che, per molto tempo, ha dato un senso di sicurezza, anche se fragile. In La cura dei ricordi ritorna spesso un’idea: non è il ricordo che ferisce, ma il ricordo non elaborato.
Il trauma non resta vivo perché lo ricordiamo, ma perché non è stato ancora integrato nella nostra storia. E smettere di fuggire dal passato significa proprio questo: permettere alla memoria di trasformarsi da presenza minacciosa a narrazione possibile.

Quando una persona trova il coraggio di restare davanti a ciò che per anni ha evitato, accade qualcosa di essenziale: scopre che il dolore, se attraversato con gradualità e in uno spazio sicuro, non distrugge, ma riorganizza.
Ed è in quel momento che il passato smette di essere una trappola e diventa, finalmente, una parte elaborata della propria storia.

Il testo si rivela una bussola preziosa per tutti, non solo per gli addetti ai lavori, proponendo una prospettiva inedita in cui le nostre memorie peggiori possono trasformarsi in strumenti di guarigione. Se dovessi lanciare un messaggio a chi oggi si sente ancora un ostaggio impotente delle proprie ferite, da quale primo passo gli suggerirebbe di cominciare?

Il primo passo è smettere di scappare da ciò che fa male e concedersi il diritto di guardarlo, anche solo per pochi istanti. Non tutto insieme, non di corsa,,, non pretendendo di essere già forti. Ma con la delicatezza con cui si apre una porta rimasta chiusa troppo a lungo. Molte persone che si sentono ostaggio delle proprie ferite credono che il problema sia ciò che è accaduto. In realtà, spesso, la prigione più stretta non è il ricordo in sé, ma il tentativo continuo di evitarlo, di soffocarlo, di far finta che non esista. È questa fuga silenziosa che consuma energie, genera ansia, irrigidisce il corpo e rende il passato sempre presente. Il primo passo, allora, non è “guarire”. È riconoscere. Riconoscere che ciò che abbiamo vissuto ha lasciato un segno. Riconoscere che quel segno ha un senso, anche se doloroso.
Riconoscere che non siamo sbagliati per il fatto di soffrire. Nel linguaggio del libro, direi che la guarigione comincia quando smettiamo di considerarci vittime dei nostri ricordi e iniziamo a trattarli come qualcosa che il cervello , con l’aiuto di un terapeuta EMDR, può riparare.

I ricordi,  Non portano solo dolore: portano informazioni su bisogni rimasti inascoltati, paure mai nominate, parti di noi che aspettano di essere viste. E a chi oggi si sente ancora imprigionato nelle proprie ferite, il messaggio sarebbe questo: Non devi fare tutto oggi.
Devi solo fare il primo passo: permetterti di non fuggire più, almeno per un momento. Magari scrivendo un ricordo. Magari raccontandolo a qualcuno di fiducia. Magari chiedendo aiuto a un professionista.

Perché la verità più importante — quella che spesso sorprende — è che non si guarisce dimenticando il passato, ma imparando a guardarlo , elaborarlo, senza esserne travolti.
Ed è proprio da quel primo sguardo, fragile ma coraggioso, che comincia ogni vera trasformazione. Nel lavoro che descrivo nel mio libro, torno spesso su un punto essenziale: le memorie dolorose non sono nemici da cancellare, ma messaggi da ascoltare. Finché continuiamo a evitarle, a minimizzarle o a dirci “è passato, non dovrebbe più farmi male”, restiamo intrappolati proprio in ciò da cui cerchiamo di scappare.

Betty Martinelli

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Viviamo in un posto bellissimo

Davide Palazzetti

Chi sono in tre righe? Ci si prova.
Partiamo dal personale: marito innamorato e padre fortunato. Tergiversando poi su info tipiche da curriculum, amo il nostro territorio. Lo vivo come nostro anche se vi arrivo da Genova nel 2003. Mi occupo di marketing territoriale e promozione turistica con la piacevole consapevolezza di quanta bellezza ci circondi. Racconto un posto bellissimo, qui e su alcuni miei gruppi Facebook, nella certezza che una delle poche vie di riscatto dell’Astigiano sia riempirlo di turisti.

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